MARIO SOBRERO.
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DI PADRE IN FIGLIO.
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Parte 1.
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1942. Bompiani Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da Catia Righi e Paolo Alberti. Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Capitolo 1. Anno 1892.
Capitolo 2. Anno 1896.
Capitolo 3. Anno 1898.
Capitolo 4. Anno 1900.
Capitolo 5. Anno 1901.
Capitolo 6. Anno 1902.
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FINE Indice.
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Capitolo 1. Anno 1892.
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Clemenza, gi pronta, usc nella gran luce della spianata. - Vieni, - disse allegra al ragazzo - le aspettiamo sulla strada. - In fretta e furia il temporale aveva lavate tutte le cose, i vecchi muri della Stellata, gli alberi, le colline, che ora stavano immersi in un'aria dorata e fresca. Graziano portava una maglia azzurra ed una giacca coi bottoni d'oro. Arrivarono al muricciolo dal quale si andava qualche volta a guardare una stretta valle silenziosa; la signorina vi sedette, piacendole mostrare che non gliene importava della roba che aveva indosso. Vestiva sempre alla stessa maniera: gonna nera, camicetta bianca, cintura nera di cuoio. All'inglese, dicevano. Non voleva riccioli; anche per questo faceva presto a vestirsi; i suoi capelli, di un biondo un po' stanco, erano divisi nel mezzo e annodati sulla nuca con quell'idea di semplicit.
Al ragazzo, rimasto in piedi davanti a lei, domandava che avesse fatto durante il giorno, quale libro leggesse. Nel rispondere Graziano osservava il suo viso magro, sempre vagamente colorito di rossore, il naso affilato con le pinne vibranti, gli occhi larghi in orbite profonde; ricordava l'et che aveva udito attribuirle, trent'anni, e su quel viso scorgeva qualche segno che gli pareva gi di vecchiezza. Ma ella gli piaceva; forse gli piacevano soprattutto quei segni di maturit e fatica, nei quali credeva di leggere confusamente misteri d'una vita di donna. Pensava a quanto aveva un'altra volta udito, ch'ella avesse fatto esperienze non consentite alle signorine. Quali cose poteva aver fatte, con chi? Dicevano che era spregiudicata e che leggeva "come un uomo".
Sempre Clemenza parlava, rideva in modo nervoso, con leggeri brividi. Gli lisci il bavero della giacca poi gioc a prendergli le mani e tirarlo a s piano piano fin contro il petto. Graziano ebbe l'impressione di altre volte, che quelle mani fossero troppo scarne; ma la morbidezza del seno, che sent un istante, gli richiam alla memoria ancor una delle cose udite riguardo a lei: non portava busto. Ritrov quell'odore che conosceva, strano, come di vecchi libri e di persona che abbia la febbre e di saponetta. Ogni sensazione del colloquio, l'intimit ch'ella gli faceva intendere come un lieve segreto tra loro, il suo modo di parlare come per esprimere qualcosa di diverso da ci che veramente diceva, le rapide carezze, lo commovevano senza turbarlo. Sapeva bene di essere soltanto un ragazzo di nove anni. L'effetto era che Clemenza lo sollevasse a zone sconosciute dell'esistenza, alla vita dei grandi, ma non di tutti, delle persone somiglianti a lei, piene di quel tremore che sembrava l'anima stessa venuta a fior di pelle. Subito ella si alz; quasi a mostrare di far la bambina per lui bambino, si port le magre mani alla bocca e gett una voce guardando certe case vicine, donde la voce torn ben ripetuta dall'eco. Poi Graziano vide arrivare la propria madre, insieme a Barbara, sorella di Clemenza. Il momento era passato.
Tutti insieme si avviarono al paese. Ad una delle prime case la signora Claudia batt con la punta del parasole l'inferriata d'una finestra: - Mariolina! - Mariolina present dietro le sbarre il viso n vecchio n giovine, che aveva pomelli rossi rigati di venuzze e piccoli occhi neri, lustri. Fece i soliti inviti ad entrare, insistendo molto. - Quando ti stavo attorno nella nostra grande cucina, ricordi? - le chiese la signora. La salut, e fu ripreso il cammino sul rozzo acciottolato.
- Discorre ancora - disse la signorina Barbara - dei pranzi di gala che preparava.
Il ragazzo andava innanzi da solo. Tenuta in mezzo dalle amiche, Claudia Farra era animata, contenta. Portava un vestito di tela bianca con maniche assai larghe sugli omeri e strette all'avambraccio; le disegnava la vita sottile un alto nastro di seta turchina; in fondo alla gonna giusta s'increspavano due giri di balze. I suoi occhi scuri, non molto grandi ma pieni d'uno splendore intenso, scaldavano il volto che era bianco d'un bel pallore; gli scurissimi capelli, lisci sopra il capo, mostravano intorno alla fronte un arco di ricciolini, ed altri riccioli pi grandi uscivano da un grosso nodo sulla nuca. A confronto con lei e con Clemenza l'aspetto di Barbara, gran fusto di donna, diceva subito che questa vergine assennata e faticona, presa nel busto come in una corazza, viveva in paese tutto l'anno. Ai lati della via case chiuse, muri di silenziosi recinti; in fondo a qualche portone si vedeva l'aia e poi il vuoto della valle, con la luce cristallina. Ogni colore sembrava vernice fresca. Ma in cresta alla collina di Luvo stavano schierate sopra un muraglione le case della borghesia; guaste da una lebbra di vecchiaia e povert: ogni volta lo sguardo di Graziano andava agli archi listati di giallo d'una di esse, perch vi abitava un ragazzo scemo che a quindici anni balbettava perdendo la bava come un infante. Alta su tutto il paese era la chiesa, antica e robusta, ed esprimeva un dominio prepotente; ma ci si pensava, forse, perch era governata da un giovine prete un poco esaltato, il quale esercitava una dura autorit.
Le signorine Breme, attaccate per affettuoso scherzo alle braccia di Claudia, chiacchieravano, ridevano. - Graziano non  con noi - motteggi Barbara. -  una persona seria. - E questa era una delle facezie che al ragazzo facevan l'effetto di un ramo d'ortica sulla pelle. Non si volse. Da una porta augur buon passeggio il vecchio ciabattino mutilato, parlando tra il pelo spesso ed incolto della faccia grassa che rideva; sul pavimento della sua bottega, attorno al deschetto, era uno strato di ritagli di cuoio; egli aveva una bizzarra gamba di legno a piolo, col moncone chiuso in una specie di gabbia. Le battaglie dell'Indipendenza, la guerra: un uomo che aveva vissute quelle grandi cose, un uomo cos brutto e sporco. Graziano non riusciva ad unire in un solo pensiero il ciabattino e la storia, lo sporco vecchio e i quadri di battaglie con fumo di cannoni e moribondi.
Pi fermo era il silenzio nella vasta piazza. Lo chiudeva, sempre con la stessa faccia impenetrabile, il palazzo ch'era stato degli Andosio. Sui gradini due fanciulli scalzi scrivevano col gesso. Quando la piazza fu quasi attraversata, usc dalla farmacia un vecchietto che pareva in maschera. Piano le signore se ne dissero il nome con ilare spavento. Egli le aveva vedute; subito si diresse verso Claudia: - Pax tibi, Claudia. Chi sono io?
- Il Messia, il Messia - risposero le signore in fretta. L'uomo non portava cappello, aveva una testa modellata sulle immagini popolari di Garibaldi, con lunghi capelli bianchi cadenti sulle spalle, portamento autorevole, mani delicate cariche di anelli; sotto una giacca di velluto nero, sul petto della quale erano appuntati ciondoli, medaglie cucite piastrine di latta, aveva una tracolla rossa; alzava ad ogni istante un bastone a cui erano stati appiccicati a spirale, certo dal farmacista, cartellini dell'"Uso esterno". Viveva in una di quelle case cancrenose dei signori, fisso da molti anni nell'idea di essere Messia e Re dei Re. - Tuo padre - disse a Claudia - mi capiva. Un galantuomo! Non ve n' pi. Questo ragazzo bisogna che gli somigli. - Graziano si trasse indietro, le signorine risero. - Zucche! - protest il vecchio. - Voi ragazze non sapete nulla. - E se ne and agitando in aria il bastone variopinto.
La passeggiata venne continuata seguendo una strada che fiancheggiava il palazzo ed il suo giardino. Claudia indic al pianterreno la finestra della camera dov'era nata e dove sua madre poche ore dopo era morta. Guardando sopra il muro di cinta i rami dei melagrani con i ricchi frutti, le cime di velluto dei cedri, sentendo il grido rauco dei pavoni, un odor caldo di essenze vegetali, Graziano vedeva con l'immaginazione ci che tante volte gli era stato descritto, scuderie, fontane, uccelliere, pergolati, piante rare; pensava che ora i suoi genitori non possedevano niente; la ricchezza della famiglia di sua madre gli sembrava appartenere ad un tempo favoloso.
- Un paradiso, per me, subito perduto - diceva piano Claudia.
- Ora ne gode chi non lo merita - osserv Barbara anche a voce bassa.
Clemenza disse: - Ogni famiglia ha il suo destino.
- Non parliamo di cose tristi - soggiunse la signora Farra.
Giunto al cancello del giardino, Graziano fece atto di avvicinarsi ad esso ma tosto si pent, si trattenne, mentre la madre gi lo richiamava. Poco oltre, la strada usciva dal paese scoprendo un larghissimo e ben composto orizzonte nel quale ogni forma era modellata con meravigliosa morbidezza: una valle con molti poggi e paesi, un fiume, poi schiere di colline pi alte, trasparenti nella luce che ora si faceva rossa, infine le Alpi, lontane, con una piramide pi grande che pareva il segno ove il sole si dovesse calare. L si vide infatti discendere il globo enorme arroventato; quindi anche le montagne divennero trasparenti e sopra esse il cielo prese un colore sontuoso, una tinta arancione inverosimile come i colori dell'arcobaleno. Di trotto serrato arriv, diretto a Luvo, un calesse elegante; il signore che vi era solo, guidava con maniera di buona scuola l'alto cavallo dalla lunga criniera e coda; nel passare tracci nell'aria un ampio semicerchio col cappello chiaro a larga tesa, girando il collo robusto nel largo colletto arrovesciato, mostrando bene i capelli gettati all'indietro, il brillante sorriso, il pizzetto, con certo garbo tra di ricco proprietario e di spadaccino.
- Il fatale Aroldo - comment Clemenza. E Barbara: - Si  parlato del lupo. - Rapidi si allontanarono i colpi che il cavallo batteva sulla strada come sopra un marziale tamburo.
Era inebriante andare attraverso la sera fastosa che chiamava come un'infinita libert. Lo stradale e tutta la campagna erano un invito. Arrivarono a guardar nelle finestrine della Madonna dei fiori, com'era consuetudine, poi si volsero al ritorno. Il calesse entrava nel cancello del giardino. Adesso per ogni strada o viottola saliva gente dalle vigne; incominciava la musica della sera, belar di pecore, rumor di ruote, cigolar di secchi e paioli; anche il paese mostrava un po' di vita. Di coloro che passavano, molti salutavano con particolare ossequio la signora Claudia. Pass un uomo d'aspetto cittadinesco e fece anch'egli un saluto profondo; era figlio d'un tale che era stato fattore di casa Andosio, veniva l in villeggiatura. Affacciandosi al rumor delle voci le vecchie facevan cenni alla signora come chi dice rallegrandosi: "Ti ho veduta piccolina". Presso la Stellata incontrarono un uomo maturo, gagliardo e diritto, con lunghi baffi ancora biondi, il quale portava la zappa in ispalla con piglio fiero e nobile, come i soldati portano il fucile. Daniele del Tessitore. Apparteneva ad un'antica famiglia di possidenti ed era chiamato cos perch in casa di suo padre vi erano stati alcuni telai che facevano la tela. Fermatosi ad attaccar discorso, disse le medesime cose che tutti dicevano: ricordava il padre della signora, "l'avvocato Emanuele", come se fosse scomparso da poco tempo, e la carrozza a due cavalli con cui scendeva in citt insieme alla consorte, ed il cappello a staio che portava d'inverno, i pareri che dava per niente, i benefizi. Disse anche: - Gran belle terre erano le sue! - Volse al paese la faccia severa: - Qui c' qualcuno che ha profittato delle disgrazie.
Graziano continuava a camminare. Sempre lo infastidiva sentir parlare di quel passato dai contadini: per pudore della storia di famiglia, forse anche per vergogna di oscuri fatti che sospettava. Gli dava pure fastidio che di simili discorsi la madre si compiacesse. Usc frattanto da una porta un'altra donna anziana e disse a Claudia: - Voi siete bella, ma la vostra povera mamma era pi bella. E certe vesti! Era una gran dama.
Di l dai pilastri della Stellata, che non avevan pi cancelli ed ai quali si aggrappava la siepe arruffata come una pazza, sopra la vastissima spianata il casale si faceva ormai piccolo, in mezzo all'aria scolorita, come per paura della notte che veniva. Nei cortili, per le scale, nelle stanze, vi era quasi il buio, le cose si confondevano; ma rumori di vita giungevano dalle cucine e dalle stalle, rumori di gente invisibile, e s'accendevano lumi fiochi. Entrate al pianterreno le signorine Breme, Claudia sal a cenare col figlio. Rischiarava la tovaglia una lampada a petrolio posata sulla tavola rotonda: nei medaglioni del paralume di carta la luce passava attraverso vedute del Colosseo, del Ponte dei sospiri, della Torre pendente. Intorno, la sala pareva molto grande; lontani erano gli stucchi dorati della volta, i fanciulli nudi che nei sovrapporti giocavano con trofei di guerra tra ruderi romani. Portando le frutta, la donna di servizio disse: - Le signorine avvisano che gli ingegneri verranno. - Claudia mangi una pesca in fretta, poi and a mutarsi il vestito. Il ragazzo guardava sul piano luminoso della mensa i bei fichi neri, l'acqua nella caraffa; non mangi pi; ascoltava la madre muovere con allegra prestezza nella camera accanto, ed ogni cosa aveva ora un'altra espressione, spiacevole; egli sentiva nell'aria come un pericolo, anche fuori della casa, nell'oscurit da cui veniva la sinfonia sempre eguale dei grilli, con le sue onde.
Quando discesero, la compagnia era gi radunata nella sala grande. Quegli ingegneri dirigevano il lavoro d'un acquedotto e sovente venivano a passar la sera alla Stellata. Il capo, uomo anziano con figura di patrizio artista, cravatta a fiocco, lente appesa ad un cordoncino, lunghi baffi spioventi ben lisciati, si studiava di cavar un'aria di Cimarosa dal secolare cmbalo, sorridendo a Clemenza che stava in piedi accanto all'istrumento. Il pi giovine aveva un biondo viso rozzo e simpatico di muratore, sul quale senza volere si cercava qualche macchiolina di calce; egli faceva per ischerzo la corte alla vecchissima padrona di casa. Appollaiata sopra un enorme seggiolone a braccioli, col capino dentro una cuffia in fronzoli, la signora Breme faceva pensare ad una ragazzina che recitasse una parte di nonna: con mano tremante fiutava tabacco, si portava al naso il fazzolettone appallottolato, e fatta per burla pareva la voce che le gorgogliava in gola passando in modo illogico dalle note basse alle alte, una voce molto simile a quella dei pappagalli. Fiammelle di candele oscillavano qua e l. Entr Barbara portando altri due candelieri che mise davanti alla misteriosa ombra dello specchio. Il terzo ingegnere, alto, bruno, elegante, un poco ironico, giocava a dama col padre delle signorine, il fragile cereo professor Gregorio.
Claudia apparve vestita d'un abito di leggera stoffa nera su cui erano stampati pallidamente mazzi di fiori; aveva al collo un nodo di nastro rosso fuoco. Vivamente l'ingegnere anziano si alz dal cmbalo: - Anch'io stasera voglio ballare il valzer con voi, il pi bel valzer di Strauss! - Giunse ancora il fratello delle signorine, il sergentaccio in licenza Paoletto, vestito in borghese di roba scompagnata trovata negli armadi; gigantesco, tutto salute, aveva il suo sorriso furbo e soddisfatto.
- La volpe - osserv la vecchia - quando esce dal pollaio.
- Paoletto, Paoletto! - dissero gli altri in tono di malizioso rimprovero. Egli rispose con una risata schietta, poi domand: - Nonna, non volete che beviamo?
Le antiche bottiglie di vini sciropposi che la signora Breme offriva come un dono regale, riserbavano talvolta sorprese ingrate; ma quella sera il Samos fu buono. Dopo, Clemenza sedette al cembalo a sonare il valzer e l'ingegnere capo lo danz con Claudia esagerando vivacit e galanteria; dalle sue braccia ella pass presto a quelle dell'ingegnere bruno, e la stessa musica fu danzata ma tracciando vortici pi voluttuosi sull'ammattonato che Paoletto aveva spruzzato d'acqua. Anche Clemenza e la sorella danzarono, anche l'ingegnere biondo e Paoletto: le coppie erano di volta in volta due o tre. Graziano sfugg alla vegliarda che lo voleva vicino per discorrere. Egli usc dalla sala, vi rientr; quel morso della gelosia non cessava di farsi sentire. Ecco, di nuovo sua madre girava portata dalle spire del suono, col gomito mollemente posato sulla spalla del bel giovine, ed essi nel girare si parlavano sorridendo, in qualche istante anche si guardavano, cos da presso; forse non esisteva pi niente, per loro, di ci che era nella sala e nel mondo. E nessuno degli altri mostrava di stupirsene, di badarvi. Barbara anch'ella aveva dimenticata ogni altra cosa, rossa in viso, con gli occhi socchiusi, nelle braccia del "muratore" che con tanta facilit la faceva girare e andar attorno sebbene dov'essi passavano si sentisse il pavimento oscillare. E che voleva dire a Clemenza l'ingegnere anziano, mentre sonava, cercando con quegli occhi cos lucidi gli occhi di lei, che rispondevano ridenti? Graziano avrebbe voluto gridare, strappar la madre dalle braccia di quegli uomini, dalle braccia del bel giovine, costringere anche gli altri a cessare; e tuttavia pensava che erano idee sciocche.
Scoccate le undici alla pendola, Barbara s'avvicin alla nonna, le diede il braccio per portarla a letto. In piedi, appoggiata ad un bastoncino ed alla forte ragazza, la vecchia era ancor pi piccola e strana: una spanna di busto, le pantofole viola appese ad un vestituccio vuoto. Non sembrava vero che le si potessero levare quella cuffia, quella veste senza disfarla come un fantoccio. Il chiarore d'una luna grande mostrava le fronde del giardino dietro le robuste inferriate; tornata Barbara, la compagnia usc sulla spianata, come sempre. Solo il professore rimase. Immenso era adesso il prato; gli alberi della peschiera, nel mezzo, e gli altri sul bordo della spianata erano ombre morbide, fantasmi d'alberi; intorno alla distesa chiara non vi era pi che pallida luce piena di forme vaghe, non vere. Graziano camminava a fianco di Paoletto; gli altri li precedevano e ad un tratto furono colti da un estro, si dispersero a coppie correndo come per fuggire, spargendo voci ardenti d'uomini, risa acute di donne ed il rumore delle loro vesti battenti l'aria. Graziano vide la madre tratta per mano dal suo preferito compagno di danza, distinse le sue risate, i suoi gridi, e vi sent - quale espressione, tanto diversa? - un capriccio, un'ebbrezza, un animo che non era pi il suo. Clemenza, come folle, trascinava cantando l'uomo pi anziano; Barbara, lagnandosi e godendo, era portata avanti dal biondo, il quale le aveva passato un braccio intorno alla cintura. Paoletto afferr il ragazzo, ed anche questi fu trascinato, sentiva le voci gioiose e la forza del compagno portarlo suo malgrado; avrebbe voluto morder la mano che lo tirava, gridare pi forte di tutti, insulti a tutti; invece correva, e voci rotte, soffi simili al riso gli uscivano suo malgrado di bocca. Soffriva un'amarezza intollerabile; pensava che sua madre ora non ricordava nemmeno ch'egli fosse al mondo, e forse non lo avrebbe mai pi amato.
Giunsero sul margine della spianata: una valle girava intorno alla collina come un fossato sotto uno spalto e l si scorgevano i lumi d'una piccola citt. I grandi sedettero sull'erba ansando, ridendo, tentando di scambiarsi amichevoli beffe e commenti. Il "muratore" aveva portata la chitarra, ne strapp vigorosi arpeggi ed appena riebbe fiato s'accompagn una canzone napoletana. Solo in disparte, dimenticato, Graziano guardava le ombre delle colline pi lontane e col pensiero cercava l dietro il luogo dov'era suo padre. Intanto udiva la voce che cantava, ed essa faceva triste tutto lo spazio.
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Dalla Stellata i contadini uscivano prima di giorno, poich andavano a lavorare distante; non lasciavano a casa che qualche vecchia a custodir bambini; alcune di quelle famiglie occupavano appartamenti nobili in sfacelo. Presto appariva sulla spianata Costante, l'altro figlio della signora Breme, vestito di nero, con grossi baffi grigi e grosse sopracciglia, con un contegno come se venisse sempre dagli uffici dello Stato dove aveva trascorsa l'esistenza. Poi usciva Mercurino, figlio suo, magro, di pelo rosso, stretto in abitucci rivoltati; passeggiando, accarezzandosi la barbetta misera, studiava a voce alta per un concorso governativo che non aveva mai il coraggio d'affrontare; talvolta si accorgeva che non gli restava niente nella memoria ed allora si sedeva sotto un albero a piangere. Prima che sbucasse Paoletto, lo si udiva innalzar note festose; poche, per non disturbar troppo chi dormiva ancora. Egli andava nelle vigne con un pane sotto braccio, a cogliersi la frutta dagli alberi. - Bravo, Mercurino, studia! - Il cugino teneva gli occhi sul libro. Se il sergentaccio passava accanto allo zio Costante, gli era ricambiato il saluto con fredda degnazione.
La grande casa fatta come un convento dormiva ancora quando il sole era gi alto. Infine Clemenza andava nella biblioteca ad aiutare suo padre, il professor Gregorio, il quale da anni, inverno ed estate, in citt ed in campagna, ammucchiava schede e schede per compilare un vocabolario. E poco prima del mezzod giungeva sotto il portico del primo cortile "la nonna", attaccata a Barbara che l'aveva vestita, con l'abito di cotone a fioretti e un fazzoletto da contadina in capo, ancora scontenta della levata, dispettosa, pi che mai rauca. La nipote l'accompagnava nel giardino chiuso, non pi grande di una sala, di cui la vegliarda teneva sempre la chiave, di giorno in tasca e di notte sotto il guanciale, per avarizia della frutta ma pi per gelosia del luogo, dove a nessuno era mai permesso d'entrare. Sotto un nspolo vi era l un grande seggiolone, e Barbara ve l'accomodava; poi la nonna piano piano si metteva a girare a passetti tastando i fichi e sforzandosi di contar i grappoli del moscatello; tornava anche fuori, puntando forte il suo esile bastone; vi era un "seggiolone della nonna" sotto il portico ed in molte stanze. Il professor Gregorio riceveva di seconda mano una gazzetta, ed ella se ne faceva dar lettura da Barbara, interessandosi delle atrocit del Sultano e degli scandali parigini sebbene fossero notizie vecchie di qualche giorno. A causa della sordit teneva gli occhi fissi sulle labbra della lettrice, ma intendeva subito.
Entrambi i suoi figli erano vedovi. Il cavalier Costante, in disaccordo con la madre e con Gregorio, viveva l tutto l'anno come un vicino maligno, formando un proprio partito insieme a Mercurino e ad una giovane serva astuta che aveva audaci ambizioni. Clemenza, nei mesi della Stellata, non si occupava di tali miserie; il professore viveva con la mente al vocabolario apposta per non vedere i guai; ma Barbara, legata alla nonna, doveva combattere l'intera annata, arrabbiandosi e soffrendo malgrado la salute poderosa. Un mattino, stando sulla loggia d'un cortile, Graziano ud scappar fuori da una finestra del pianterreno un litigio tra questa ragazza e lo zio; la signora Breme cercava di risolver la questione, nata per qualche erbaggio dell'orto, ma tosto Barbara e Costante, gridando sempre pi forte, si attaccarono a motivi di rancore ben pi gravi, e la vecchia invano tentava di farli tacere, e Costante allora si mise ad urlare contro lei, che la colpa era sua, la colpa di tutti i contrasti, poich aveva dati mucchi di denaro per il collegio di Gregorio, senza mai renderne conto. Si ud il colpo d'un bastone sopra una tavola, quindi la voce della signora super le altre, le ridusse al silenzio, con quei suoni ora umani ora da uccellaccio, pieni d'una forza che metteva paura: - Sono passati vent'anni! La padrona ero io, la padrona sono io! Ho la mia giustizia, che non rende conti. Sono la madre, fin che vivo! - Dopo, Graziano vide il cavaliere uscire in fretta, pallido, ravviandosi i grossi baffi con mano incerta. Nella loggia il ragazzo guard alcuni banchi di scuola, macchiati di bianco dalle rondini: il collegio era stato l, il collegio fallito. Pensava ai due vecchi fratelli e non capiva come potessero odiarsi, cos compassati e dignitosi. Quel giorno la signora Breme volle restare nel giardino, sola, senza prender cibo, fino a sera.
Nella camera della vegliarda, piena zeppa di mobili e quadri antichi, vi era ad una parete lo stemma comitale, di stucco dipinto, della famiglia Stella da cui ella proveniva. Senza lasciar figli eran morti i suoi fratelli, da tanti anni che la signora pareva averli dimenticati, come aveva dimenticato il marito. Un foglio giallo in cornice diceva che Clementina Carlotta Maria era nata "li 18 gennaro 1801". Sopra un divano stavano appesi due piccoli e lustri ritratti ad olio di un florido giovine in abito ricamato d'oro e di una giovine dama con occhi azzurri e con bei seni rotondi posati nel canestro d'un corpetto rosa. Nessuno, pur sapendo chi fosse la coppia, riusciva ad immaginare quegli sposi nella stessa realt a cui apparteneva la vecchia col suo vestito a fioretti, nelle tasche del quale teneva mazzi di chiavi, il fazzoletto tabaccoso, una tabacchiera da pochi soldi.
In camera ella conduceva talvolta Graziano. Al ragazzo la tenda ben tirata dell'alcova richiamava sempre l'idea del fantoccio, - Tu sei un gioiellino, il mio buon bracciere - diceva la voce di pappagallo. Graziano si vedeva nel pensiero della signora come in uno specchio, figura di fanciullo ammodo che lo irritava. Avendo un giorno la vecchia alzato il capo a mostrare un quadro, le scivol il fazzoletto da contadina fin sulla nuca, ed il ragazzo pot scorgere un momento il suo cranio quasi nudo, macchiato come di ruggine. Novantadue anni, un tempo incomprensibile. La signora ricordava come aveva appresa la condanna di Silvio Pellico, la lettura della sentenza di Venezia, davanti ad una folla muta per il terrore. Ma raccontava di rado. Vedendo Graziano toccar un'arancia in un cestino di frutti d'alabastro, una volta le sgorg dalla memoria un episodio: - Tu avrai studiata a scuola la guerra del '59. Vi furono presi prigionieri molti Austriaci, a Montebello, Palestro, Vinzaglio; quelli ch'erano feriti, vennero portati a Torino per curarli nell'ospedale militare. Io ero gi una signora anziana, li andai a visitare per carit. Avevo mandata una cesta d'arance, ed un infermiere mi seguiva portandola. Quegli Austriaci stavano nei letti, pallidi, bendati. Dal primo al quale ne offersi, ebbi un rifiuto; provai con un altro e con un terzo e con un quarto, tutti ricusarono. Mi sentivo, caro Graziano, un nodo alla gola. Uno dei loro sottufficiali era il capo della camerata; gli chiesi spiegazione. Aveva un'aria furba e cattiva ma fin per dire ch'erano stati avvertiti di non accettar niente dai cittadini, se cadevano prigionieri, perch li avrebbero avvelenati. Come si possono avvelenare le arance? Facevano cos per disprezzo. Io ne presi una a caso, in fretta la sbucciai, ne mangiai uno spicchio, che tutti vedessero. Allora i feriti, prima uno e poi gli altri, presero di quei frutti; alcuni li mangiarono subito, e dicevano come scherzando: "Non veleno, non veleno".
Il ragazzo osservava i suoi occhi liquidi, il grosso naso ricurvo sporco di tabacco, il capo penzolante in avanti, le mani piccole con grosse vene sotto la pelle a grinze, anch'esse pendenti, che tremavano. Feriti ed arance stavano in una favolosa lontananza. Se la signora si faceva accompagnare da lui, un leggero senso di schifo saliva su per il braccio di Graziano al contatto col braccio di scheletro che vi si appoggiava; ma egli sapeva che la vecchiaia  veneranda, recitava la sua parte. Del resto, dallo scheletro vestito non venivan fuori bei pensieri, parole vive, visioni di tempi e di mondi? Questo al ragazzo pareva strano. "Come pu succedere?" Spesso la vegliarda gli parlava del padre: - Una bella mente, il tuo babbo. Splendido avvenire! E far molto bene all'umanit. - Graziano rivedeva l'alta persona del padre in cmice bianco, con la sua espressione calma ed assorta, sopra uno sfondo di enormi finestre, in un odore d'acido fenico. Per, quando la signora Breme si attaccava, era sempre difficile liberarsene.
Nei prati messi a ripiani intorno alla Stellata venivano ragazzi del vicinato, passando di regola da buchi delle siepi. Quasi sempre uniti in una banda, giocavano negli angoli nascosti; correvano anche su e gi per una stradetta allegra che andava al camposanto: ragazzetti stracciati, alcuni brutti e gracili, la maggior parte robusti, tutti perfettamente padroni della campagna e destri come selvaggi. Graziano andava con loro qualche volta. Mai essi lo chiamavano, mai mostravano di cercarlo. Manifestavano un'avversione dispettosa a lui che viveva in una citt grande, canzonandolo per il vestire "da bambino" e per le maniere, il parlare; si vantavano delle loro terre, dei prodotti ch'esse davano, gli chiedevano per beffa: - E tu che cosa possiedi? - Era giusto, pensava Graziano con amarezza; egli non aveva una spanna di terreno, neanche un albero era suo. Ma quei ragazzi non si amavano nemmeno tra loro, anzi, erano divisi da od e rivalit; con piacere crudele si canzonavano, spesso mettendosi in parecchi contro uno solo; si giocavano burle malvage delle quali gustavano poi a lungo il successo. E quasi all'improvviso scoppiavano tra loro zuffe violente. A Graziano davano un'idea di esseri pericolosi, infidi, che non era possibile comprendere. Nella banda serpeggiava un bruciore malsano di sensualit, una febbretta; alcuni amavano, come piccoli diavoli, guastar le anime candide; narravano fatti di animali, inventavano storie lubriche sul conto dei compagni. Ragazzette che stavano a pascolare qualche pecora o capra, avevan sempre i maschi attorno, certune riottose, altre sornione. Tuttoci faceva a Graziano disgusto e rabbia.
Volentieri egli stava solo. La Stellata gli piaceva; gli piaceva la casa; non vi era pi niente che ancora avesse apparenza di pietra, ferro, legno, mattone; tutto era toccato da una magia; cortili pieni d'ortiche, una cappella con l'altare coperto di calcinacci, un teatrino con scenari cadenti a pezzi, quel giardino che si vedeva soltanto mentre la vecchia apriva la porta: le cose bizzarre erano tante. Pi ancora gli piaceva la spianata. L sentiva una grandezza misteriosa e splendida: negli olmi sulla cui vecchia corteccia scorrevano file di formiche; nelle nuvole che portavano cavalli alati, troni morbidi; anche nella piccola citt dove viveva il nonno paterno, l sotto, rossa, con le torri. A volte sentiva intorno a s uno spazio ben pi vasto che il cerchio dell'orizzonte, uno spazio infinito. Amava, stando coricato nell'erba sopra un fianco, guardar di traverso la superficie della terra, con case alberi colline paesi, che girava sfiorando il cielo, girava nel vuoto. Pensava che non si poteva far niente per non esservi, in quel girare, e ne provava uno struggimento; ma anche questo gli piaceva.
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Udite le campane di mezzogiorno, il professor Gregorio prese dalla scrivania la pipa di terracotta che aveva una lunga cannuccia, e se ne and. Clemenza, in piedi presso la tavola, ordinava dentro una scatola le schede appena scritte. "Limbello... Limbelluccio... Limbicco... Limbo...". Lungo le pareti, attraverso le grate degli armadi verdi dipinti a fiori teneri, si mostravano vecchi libroni rilegati in cuoio o pergamena. Che giorno era? Rispondeva il calendario da muro: sabato 29 agosto. Ma giorno mese anno non importavano. Una figura d'uomo pass nella mente della ragazza, lontana, avvolta di nebbia, una figura che non si sarebbe mai pi avvicinata. Ella and a gettar uno sguardo entro il triangolo di luce che le imposte socchiuse formavano in basso; vi era il verde del prato sotto il sole e ne saliva l'aroma d'un cespuglio di rosmarino. L'avvenire? La solita citt, una via lunga diritta grigia, brutte stanze, le schede, mai niente di diverso, speranza nessuna. Fuori della biblioteca l'impiantito della loggia son sotto un passo ch'ella riconobbe. Apr la porta. Graziano, vestito d'una maglia bianca, di corti calzoni, fine senza esser gracile, s'era fermato ad osservare un nido di rondini pieno di piccoli dal largo becco; la guard, coi grandi occhi sempre stupiti per qualche segreta ragione. Ella lo fece entrare.
Veduto che il professore non c'era, il ragazzo sent il piacere d'esser solo con la signorina. Aveva un'impressione di penetrare nella vita di lei. - Siedi qua sopra, - ella disse scostando sulla tavola volumi e scatole - ti voglio veder bene. - Gli disse poi che cresceva in fretta e sarebbe diventato un bel giovine. - Guardami anche tu. Come sono? - Gli stava vicina ma non attese risposta: - Io credo che tu sogni molto. E pensi anche molto. Non bisogna pensar tanto. - La sua camicetta bianca era chiusa al collo. Graziano guardava i pallidi capelli biondi un poco allentati, alcune ciocche libere sulla tempia, e con ambe le mani si teneva al bordo della tavola. Clemenza, sorridendo e guardandolo fisso, accost il viso al suo; gli pos le labbra sopra una guancia, le tenne un momento. Graziano si sent portato in alto, nel cielo amoroso dei grandi, ed in quel punto ud nel nido i rondinini strillare perch arrivava la rondine col cibo. La signorina si ravvi i capelli, scostandosi, e nel volto, in tutta la persona aveva un'espressione scontenta come se pensasse: "Anche questo  inutile". Batt le mani: - Via! Scappa. Devo badare alle scatolacce.
Graziano era contento. Pensava che si volevano bene, ma senza farne gran caso. "A chi vorr bene veramente?" si domandava talora, e vedeva bei giovini alti, dei quali non poteva distinguere il viso. A volte pensava che a lei che si spogliava nella sua camera, la sera, e provava desiderio di baciarla addormentata, senza destarla. S'immaginava questo, forse con un'idea vaga di tutte le donne, ma volgendosi in alto, al cielo amoroso pieno di mistero.
Claudia Farra, che la mattina rimaneva nel suo appartamento a leggere, passava sempre il pomeriggio insieme alle signorine. Ricamavano, cucivano nel prato, sedute coi loro vestiti chiari all'ombra del casale, presso una piccola porta. La signora si divertiva a parlar di matrimonio a Barbara per vederla, cos massiccia ed energica, arrossire. - Io ho sposata la nonna - rispondeva la ragazza. Sul bordo della spianata appariva il cavalier Costante al braccio della sua servetta: passeggiavano dispettosi senza guardare. Invece Mercurino usciva apposta da quella porta, coi libri tra le mani, per rendere a Claudia un omaggio di ammiratore timido; i suoi occhi parevano dire: "Mi fermerei volentieri, se non me l'avessero proibito". Belava appena un saluto e nel sorridere mostrava denti orribili. Si sapeva che il padre lo costringeva a far la spia girando a scoprire quanto avvenisse alla Stellata.
Sola con le amiche, Claudia discorreva di Ortensia, sua sorella, di suo fratello Aleramo. Discorreva della casa paterna: sempre con l'animo la contemplava, ne respirava l'aria. D'estate prendeva a pigione l'appartamento dei Breme per essere abbastanza vicina al palazzo degli Andosio e non troppo alla gente che lo possedeva. Di costoro, di Aroldo Lanciarossa e della sua compagna, dopo quindici anni non si sapeva ancor bene chi fossero, che avessero fatto a Montecarlo donde erano venuti. La donna doveva aver lasciato laggi il vero marito ed un figlio; si diceva fosse stata una fioraia e la bella d'un principe. Gli abitanti di Luvo s'erano ormai avvezzi a considerare la coppia come legittima; l era nata ai Lanciarossa una figlia che tenevano in un collegio da gran signori, in Inghilterra. Talvolta Claudia parlava anche del modo in cui l'uomo s'era impadronito della roba del "povero Aleramo". Graziano si era accorto che questo discorso veniva subito troncato se egli sopraggiungeva.
Alla signora Breme non piaceva prender aria che nel suo giardino; quando veniva con le giovani, voleva che parlassero del mondo com'era diventato, di Torino ch'ella aveva lasciata da tanto tempo. - Ne ho visti cambiare papi, re, governi, usanze, idee! - Si stancava subito e se ne andava attaccata a Barbara, coi suoi passetti. Il sergentaccio matto spuntava sempre all'improvviso, molte volte con quel muso volpino che la nonna diceva. Non si sapeva dove andasse, Paoletto; stava attorno alle donne giovani del vicinato, ma forse le sue stragi di galline le faceva soprattutto di notte. Per Claudia e per le sorelle rubava il moscatello d'oro nel giardino entrandovi senza essere udito n visto mentre vi stava la vegliarda. Si mascherava ogni tanto con le sue cuffie. Nella vita non era stato capace d'incamminarsi per nessuna strada ed aveva fatta la firma di sergente. "Il pazzo felice" lo chiamava Clemenza. Dov'egli si presentava, tutti erano presi di simpatia.
Graziano amava quelle ore del pomeriggio. Tornando presso la madre, era carezzato dal suo sguardo come quando stavano assieme in casa; allora al ragazzo accadeva di domandarsi perch in altri momenti ella fosse diversa, non lo volesse pi. Le serate con gli ingegneri si ripetevano. Uscendo sulla spianata, la compagnia incontrava una frotta di ombre che passavano silenziose e poi ridacchiavano: Costante con i suoi. Si facevano anche passeggiate attraverso il paese dormente rischiarato da pochi lumi a petrolio, o per strade di campagna, sotto cieli gremiti di stelle. Claudia aveva sempre accanto il bel giovane che non faceva il chiasso come gli altri. Il giorno seguente Graziano si sentiva triste; pensava d'esser diverso da tutti, dai grandi e dai fanciulli, solo in mezzo a tutti. "Non bisogna pensare tanto" aveva detto Clemenza. Quale opinione avevano i grandi delle cose e dell'essere al mondo? Vi era un segreto da loro conosciuto? Perch non ne parlavano? Al professor Gregorio piaceva fargli lezione mentre passeggiava mandando fuori il disgustoso fumo della pipa; analizzava un fiore, diceva che cos'erano le comete o come s'erano formate le parole; ma tutto ci non spiegava niente. Da solo il ragazzo andava sul bordo della peschiera; essa lo attraeva; non gli dava alcuna idea di profondit n di acqua, era una lastra nera attraverso la quale si sarebbe potuto passare e dall'altra parte vi sarebbe stata la morte. Egli sentiva inferno e paradiso quando era nelle chiese; fuori sentiva solamente quel grande spazio nel quale girava la terra. Gettarsi nella morte, oltre la lastra nera. Ma avrebbero creduto vi fosse cascato; sarebbe stato bello, invece, che sapessero. Sua madre avrebbe avuto dei rimorsi. E Clemenza che avrebbe provato? Una ranocchia ad un tratto spiccava il salto dalla sponda e la peschiera ridiventava acqua sporca. Un mattino Graziano vide da lontano che su quella sponda Paoletto si era fatto uno spogliatoio con un lenzuolo teso tra due alberi ed ora ne usciva in mutandine e, col gran corpo al sole, chiamava una vecchia contadina che aveva le finestre da quella parte: - Lisandra! Fuori! Venite anche voi. - La donna, affacciatasi, subito si ritrasse con strilli allegri. Paoletto si gett nella vasca a sguazzare ridendo e cantando. "Un uomo, - pensava Graziano. - Bello, pieno di vita". Sapeva far tutto, il mondo era suo; e per lui la lastra nera era un gioco. Uscito dall'acqua, il sergentaccio si scroll e si mise a correr pel prato a piedi nudi come un gigante invulnerabile. "Essere come lui!" Il ragazzo ricord che un giorno lo aveva udito parlar piano nelle stanze d'una bella sposa della Stellata; mentre lei, piano e come raccomandandosi, rideva rideva. Che faceva Paoletto cos scherzando?
Se non venivano gli ingegneri, le serate si passavano nella sala da pranzo dei Breme. Una volta la vegliarda era gi a letto. Claudia Farra e le signorine lavoravano intorno alla lunga tavola da refettorio, sopra una mensola un conte Stella imparruccato, di marmo, apriva occhi senza pupille; Paoletto era sparito ed il professore mostrava a Graziano le figure d'un libro sui "Costumi dei popoli". Claudia venne chiamata fuori dalla sua donna di servizio; a sua volta poi chiam Clemenza, le parl sottovoce con viso stupito, e and via. Mentre il professore, che non s'era accorto di nulla, continuava a commentar le immagini, Graziano vide che Clemenza e la sorella parlottavano tra loro; una leggera angoscia lo colse, ma non ne diede segno. Arrivato quindi Paoletto, si usc sulla spianata. Il ragazzo capiva che lo volevano distrarre, si sentiva avvolto in chiacchiere come una mosca nei fili del ragno; un sospetto strano si formava nella sua mente, che la madre, d'accordo con gli altri, fosse uscita insieme all'ingegnere bruno. Notte scura e calda; gli alberi eran brutti, paurosi. Egli per non voleva domandare niente: odiava i compagni, anche Clemenza. Stettero un pezzo seduti sul ciglio della prateria a guardar quei soliti lumi della piccola citt; infine Clemenza avvicin al viso di Graziano il suo e disse: - La mamma deve rispondere subito ad una lettera del babbo. - Al ragazzo parve una menzogna sciocca. Quante ore passavano? Adesso il sospetto era certezza, una certezza torbida. Disprezzava la madre, i compagni, tutti i viventi. Paoletto, volendo pigliarlo per le ascelle ed alzarlo in aria, sent lacrime calde cadergli in faccia. Quando rientrarono, la pendola segnava mezzanotte passata; Barbara prese dalla dispensa dei confetti e glieli offerse umilmente. Ma ecco la donna di servizio: Graziano pu salire.
Di sopra nella camera della madre, vi era il babbo. Stava in piedi, eretto sulla persona vigorosa; nel bel volto leale, deciso, ombreggiato da scuri baffi non grandi, aveva segni d'una grave stanchezza; vi si leggeva un dolore profondo, da cos poco tempo cessato che le tracce non erano potute svanire. Claudia sedeva accanto al cassettone, in penombra; tuttavia si vedeva che aveva pianto, i suoi occhi brillavano pi che mai, come per febbre. Abbracciato dal babbo, che anche l aveva portato un lieve odore di acido fenico, Graziano si sent avvolto come dal respiro d'un animo che riprendesse a vivere. Quale lotta si era svolta tra il padre e la madre? Anche tra loro poteva esservi odio? Il ragazzo ricord le serate, quel giovine, ci che egli stesso aveva sofferto ed i suoi pensieri. Perch il babbo era qui? Che cosa era accaduto? Ma il padre apr una grande scatola di dolci che aveva portata, ne offerse a Claudia e dopo a lui; ella and alla finestra a guardare nel buio; lacerato un involto, il padre tese al ragazzo due libri ben rilegati. - Ora abbraccia la mamma. Si va a letto. - In camera sua, spogliandosi, Graziano ripensava la scena; i genitori gli parevano divenuti meno alti di prima, pi deboli, pi simili all'altra gente.
L'indomani vi era nell'aria della Stellata qualcosa d'insolito; le signorine si mostravano turbate; il cavalier Costante, severo e dignitoso come sempre, sembrava andar fiutando il male altrui; anche Mercurino girava molto. Invece nell'appartamento dei Farra si sentiva una gioia sincera. La colazione fu da festa, con bella tovaglia, fiori, confetti. Sisto parlava del grande Sparvieri, del quale era assistente nella clinica dell'universit; riferiva nuovi esperimenti favorevoli ch'erano stati compiuti in cliniche straniere col suo metodo di cura chirurgica della tubercolosi polmonare. Il figlio, osservandolo, lo rivedeva come lo aveva nella memoria, bello, forte, sempre rivolto ad alti pensieri. Guardava la madre, ed era quella che veramente lo amava, quella ch'egli amava, col caro bianco viso illuminato d'un ardore puro. Tutto era ritornato come prima.
Verso il tramonto Sisto e Claudia uscirono nella campagna, soli. Il ragazzo lo seppe quando gi se ne erano andati. Dai Breme aveva colte parole che lo avevano sorpreso: "Azione vile, una vergogna. Chi pu averlo scritto?" Una lettera. Indovinava ch'era stata scritta a suo padre. Chi poteva volergli male? Odio: gli pareva un veleno che fosse nell'aria e la guastasse anche fuori, sull'enorme prato luminoso. Graziano stava in fondo alla spianata a guardare, ad ingannar il tempo fin che il babbo e la mamma tornassero; infine li scopr, ancora lontani, che risalivano per un sentiero tenendosi la mano. Subito si nascose per non essere veduto e non abbreviare d'un istante quell'ora ch'essi vivevano.
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Il terzo giorno Sisto dovette ripartire. Poich si faceva portare a Rebbia - la piccola citt vicina, dove avrebbe preso il treno - da un vetturale di Luvo, fu deciso che Graziano lo accompagnasse a visitar il nonno, tornando poi con la stessa vettura. Terminava la licenza di Paoletto, ed anch'egli ebbe un posto. Folla, nel primo cortile della Stellata, alla partenza. Il vetturale, giovine d'apparenza goffa con un fazzoletto di seta intorno ad un gozzo incipiente, non faceva che levarsi il cappello a tutti. Era l'ora della siesta ma venne anche la signora Breme. Mancavano come sempre Costante e la sua serva; Mercurino stava in un angolo e nessuno gli badava. E Paoletto? Non compariva. - Per le poste - diceva la vegliarda - non s'andava a Torino in meno di dieci ore. Progresso, progresso. Sempre pi in fretta. Verr il tempo in cui gli uomini voleranno. - Fu uno scoppio di risa. N Barbara n Clemenza avevan trovato il fratello; egli se ne arriv da un'altra parte, gli sproni sonavano, sonava la grossa sciabola; ancora pi gagliardo pareva con la giubba d'artigliere filettata di giallo, coi pantaloni a doppia banda, lunghi che facevano molte pieghe sulle caviglie; si diede un colpo al chepp per mandarlo un poco sull'orecchio, poi si pieg in due a baciar la nonna. - Ti aspetto a Natale - ella gli disse. Con la sacca da viaggio del nipote aveva fatto collocare in vettura per lui un cesto di frutta. Claudia tenne gli occhi in quelli di Sisto, seduto al posto d'onore, fin che il vetturale ebbe messa in moto la brenna; ancora con lo sguardo lucente gli ripet qualchecosa fin che fu lontano. La vegliarda agitava il fazzoletto sporco.
Da molti giorni non pioveva: era sullo stradale un alto strato di polvere. S'incontravano carri tirati da bovi, calessini sgangherati e ciascuno aveva il suo strascico bianco; avanti alla vettura pass la corriera, carrozzone chiuso dipinto di giallo e di rosso; con gabbie di polli sul tetto, e per un pezzo si viaggi come nella nebbia. A Sisto ogni cosa sembrava meravigliosamente bella: colorato di gioia era adesso l'orizzonte dove, venendo, aveva sentita l'oscurit notturna piena d'una terribile sventura. Anche Graziano vedeva con occhi contenti; osservava le grosse scarpe e la sciabola di Paoletto rivolgendo in capo quelle idee, ch'egli andava al reggimento, in una caserma dov'erano cannoni, nella citt della Torre pendente; accarezzava un ginocchio del babbo, e con la fantasia gi lo vedeva nelle corsie dell'ospedale o seduto al microscopio in laboratorio, col cmice bianco; si sentiva orgoglioso di tutto il mondo ma soprattutto degli studi ai quali il padre ritornava.
Non essendo giorno di mercato, Rebbia pareva in abbandono, i cani dormivano in mezzo alle piazze. Paoletto and subito alla stazione. Nella via principale si vedeva da lontano l'insegna della libreria del nonno, e Graziano si vergognava sempre un poco di leggervi il nome Farra; lo confortava per il pensiero che anche la bella casa d'angolo, con fasce e cornici medioevali di terracotta, apparteneva a lui. Nell'ampia bottega un commesso simile ad un sagrestano and subito ad avvisare il principale sparendo in una porta incorniciata di scaffali sopra la quale era appesa un'immagine di Dante.
Dal suo ufficio il vecchio Farra, alzatosi in piedi dietro la scrivania, tese le braccia sorridendo. Aveva le stesse spalle quadre di Sisto ma era ancora pi alto: naso aquilino, pizzo acuto, molti capelli, grigi e robusti; gli occhi assai grandi avevano sguardo deciso e sincero. Con trasporto egli abbracci Graziano, e questi vide pendere dalla sua catena il ciondolo che sempre aveva visto, una medaglia di benemerenza, d'oro, offertagli chiss quando. Nel contegno del vecchio verso Sisto si sentiva un certo riserbo, o che altro. Uno stanzino, l'ufficio. Vi era in un angolo una cassaforte tempestata di chiodi; uno scaffale conteneva in grandi volumi la raccolta del "Pensiero liberale". Attraverso l'inferriata della finestra si vedeva la noia della piccola citt, scritta sopra la faccia della casa dirimpetto. Come il figlio ebbe raccontato che aveva avuto un breve permesso ed ebbe date notizie di Claudia, Ascanio si drizz sul busto con piglio stizzito - E tuo fratello che cosa fa?
Sisto abbass la voce: - Si  iscritto nel partito dei lavoratori. Ed ha perduto l'impiego. Non so se l'abbia lasciato di sua volont.
- Metello  una testa matta - disse il vecchio agitando vivamente una mano in aria. - Non lavorer mai seriamente. Non poteva mancare in quella compagnia!
I molti oggetti appesi alle pareti erano ben noti a Graziano. Vi erano le armi portate dal nonno alla battaglia di San Martino: un fucile con un'immensa baionetta, che sembravano fatti per un soldato di straordinaria statura. E vi erano diplomi, una copia del manifesto agli elettori pubblicato dal nonno quando era stato candidato alla deputazione, lettere a lui di personaggi del risorgimento, fotografie di Mazzini e Cavour, la pistola adoperata nel duello con un giornalista celebre di Torino capitale. Piccolo e brutto stava in una cornice il primo numero del settimanale da lui fondato trent'anni prima, quel "Pensiero liberale". Al ragazzo davano un'impressione di museo patriottico anche i mobili, il calamaio di bronzo su cui s'alzava l'Italia con la corona in testa. Rispondendo a Sisto, il vecchio disse che i suoi affari non andavano meglio per niente, dando anche qualche spiegazione, per con frasi interrotte ed aspre. Disse poi che tra pochi mesi il governo avrebbe fatte le elezioni e che in citt i partiti lavoravano gi sott'acqua, sporcamente. - Ma il Pensiero  mio, lo far sempre come voglio, costi quel che costi! - Forse non era sicuro dell'avvenire come voleva mostrarsi.
La conversazione era accompagnata dai rumori della stamperia che si vedeva attraverso un uscio a vetri: colpi netti come di pesanti lame, un trafficho, il lavoro cadenzato d'una macchina grande. Gli scoppi affrettati d'un motore a gas parevano sternuti. Si sentiva l'odore dell'inchiostro. - Vieni - disse il nonno a Graziano. Si stampava il periodico. Uomini baffuti, con berrettini di seta nera, stavano sulle predelle della macchina grande e si affrettarono a salutare; la donna che metteva i fogli era lunga lunga, sorrideva con bocca da cavallo. Anche a Graziano fu data una copia fresca, che sporcava le dita. Da macchine minori uscivano fogli di libri. I rilegatori cucivano, tagliavano; cadendo dalle lucide ghigliottine, i ritagli si ammucchiavano sull'impiantito con aspetto di trastullo carnevalesco. Poi fu tempo d'andare alla stazione. Venne anche Ascanio; adesso era di buon umore, camminava con passi da giovinotto. Arrivato il treno con la locomotiva che portava scritto "Galileo Galilei", Sisto disparve nel basso edifizio di mattoni rossi, ed il nonno fece salire il ragazzo nella vettura di Luvo, gli diede il congedo con uno schiaffetto.
Sulla Stellata giocavano i colori del tramonto quando Graziano vi torn; ma vi era un disordine strano gente del vicinato che andava e veniva, gente sul portone; nel cortile contadini del casale passavano portando candelabri della cappella, e sotto il porticato Barbara singhiozzava forte, guardata da Claudia che anch'ella teneva il fazzoletto in mano. La signora Breme era stata trovata morta sul seggiolone del giardino. Tutti avevano un'espressione di profondo stupore. Graziano non comprendeva come la vegliarda fosse potuta morire mentre egli aveva fatta la gita alla citt. Ricordava le ossa che si sentivano sotto la vesticciola; gli torn pure alla mente l'ultima frase che da lei aveva udita: "Verr il tempo in cui gli uomini voleranno".
I figli della morta non vollero incontrarsi presso il letto sul quale era stata subito portata; ciascuno dei due visit la salma dopo essersi accertato che non fosse presente l'altro. A Graziano fu lasciata vedere quando l'ebbero messa in ordine, tra i candelabri, con una veste di seta ed una cuffia di gala che ella custodiva con cura. Piccolina! Poco diversa da prima, se non vi fosse stata la benda intorno al viso a tener chiusa la bocca. Sul letto l'impronta era gi profonda come se vi posasse una statua di pietra. Guardando, Graziano non aveva la sensazione d'un avvenimento molto importante. "Eccola, la morte. Nient'altro che questo". Ma provava impazienza d'allontanarsi; poi gli diede fastidio, fuori, l'imbrunire; veniva la notte e vi era la morte in casa. Pi tardi si apprese che Costante s'era messo a rovistare nei mobili della camera in cerca di testamento, e che Barbara con la sua faccia gonfia di pianto sorvegliava la ricerca.
Nel paese e nella campagna quella morte fece grande impressione; secondo l'idea di tutti, l'ultima discendente dei conti Stella, la pi vecchia di Luvo, era sempre esistita e doveva durare sempre. Una gran folla pass davanti all'alcova simile ad un palcoscenico a veder la morticina con la cuffia da festa. Barbara lavorava con una sarta paesana a raffazzonar vestiti neri per s e per la sorella. Testamento non n'era stato trovato. Claudia s'incontr col cavalier Costante, gli disse qualche parola d'obbligo ma senza dargli la mano n nascondere la ripugnanza che sentiva per lui dopo il fatto della lettera, convinta che fosse opera sua; ed egli rispose con gesti di circostanza.
Funerali assai belli. Pieni di folla i cortili, il prato davanti casa, la strada; vi era gente del paese e del territorio, in parte vestita come la domenica a messa, gli uomini con i cappelli rotondi e le giacche di velluto, le donne con i veli neri in capo e le gonne a pieghe, ma i pi avevano cambiato il loro aspetto di contadini, erano radunati in masse di colori diversi, portando cmici gialli o bianchi o neri, veli azzurri o bianchi, mantellette turchine o rosse ed alti bastoni da pellegrini, secondo le confraternite. Quel giovine arciprete - alta statura, testa gi calva, viso fiero abbronzato, occhi chiarissimi e freddi che non guardavano e vedevano - passando rigido in fine alla doppia fila di chierici e preti, diffondeva un silenzio come se passasse il padrone di tutti. La cassa, piccola come quella d'una ragazzina sulle spalle di quattro uomini tarchiati, si scorgeva un poco sotto la coltre, ed era di pioppo greggio, fatta alla meglio. Costante e Gregorio, pallidi, con gli occhi arrossati, camminavano dietro di essa gomito a gomito come ottimi fratelli, il cavaliere con i grossi baffi ben ravviati ed i guanti neri, l'altro tenendo in mano il suo cappello di citt, un alto cappello professorale; di Clemenza e Barbara non si vedeva il volto sotto uno spesso crespo nero; Mercurino, vestito d'un abito a falde del padre, salutava i conoscenti ma subito abbassava lo sguardo. A rappresentar gli ingegneri vi era il "muratore"; guanti e cravattina neri portava il signor Lanciarossa, che con largo gesto si lisciava i capelli gettando occhiate alle contadine belle. Si udiva molto parlare di Paoletto, partito proprio il giorno della disgrazia.
Tornato dalla chiesa, con le fiammelle dei ceri appena visibili nella viva luce di settembre, il fiume colorato del corteo discese per la stradetta sotto la Stellata, col rumoro dei passi e delle conversazioni: la bara sembrava galleggiarvi. Nel piccolo cimitero inclinato verso l'ampio orizzonte ed incorniciato di vigne verdazzurre si sparsero gli stendardi, le corone di fiori, i veli delle "Adoratrici", le barbe dei "Flagellanti"; un ronzio denso emp il recinto. Il becchino, che aveva un'aria di bravo uomo, conosceva tutti ma non guardava nessuno, affaccendato. Il sole calante concentrava l il suo fuoco come con uno specchio. Graziano ravvisava alcuni dei pi ricchi contadini di Luvo, vestiti di panno da signori, con facce rasate e dure. Come poteva esservi tanta gente, egli si domandava, in un paese vuoto? Ma eran venuti tutti. C'era Mariolina dentro un cmice giallo di "Pentita"; erano venuti anche dai palazzi cancrenosi; ecco il ragazzo che balbettava sbavando, ecco il Re dei Re con la fascia rossa. Vide pure il ciabattino dalla gamba di legno. La moltitudine che si rimescolava intorno alle croci calpestando anche qualche tumulo, sembrava fatta di gente tutta eguale, unita. Proprio nel mezzo del camposanto si alzava la cappella degli Andosio, nella quale stavano nonni e bisnonni: un tempietto rotondo piuttosto trascurato, con un'urna di pietra in cima che si vedeva anche dalla strada. Non lontana era la cappelletta degli Stella, dipinta a stelle turchine ormai svanite; ficcati tra i signori presso l'entrata, vi erano alcuni ragazzi di quella banda del vicinato e guardavano curiosamente calar la cassa con le corde nella cripta.
Dopo, la folla si disperse subito prendendo anche viottoli e sentieri; dappertutto si muovevano colori, veli, e la campagna non era mai stata cos bella da vedere.
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Seguirono giornate nelle quali i parenti della morta sembravano vivere ogni momento nell'idea del lutto che portavano, dell'obbligo loro di essere o di mostrarsi tristi. A tutti gli abitatori della Stellata accadeva di cercar la vegliarda e stupirsi perch non si udiva pi quella voce. Niente nella casa era stato toccato; rimanevano al solito posto i "seggioloni della nonna". Si sentiva molto anche la mancanza di Paoletto. Gli ingegneri non venivano pi. Sempre sorvegliato da Barbara, il cavalier Costante s'era messo ancora una volta alla ricerca del testamento, ma senza risultato; infine si decise a rinunziarvi, poich la madre gli aveva ben detto di non voler scrivere nulla. Claudia Farra stava molto con Graziano; facevano insieme delle passeggiate, essi soli, parlando del babbo, del corso libero che avrebbe ripreso all'universit, di tutta la loro vita di Torino. Il ragazzo era felice di aver riacquistata lei interamente.
Gli disse un giorno Clemenza: - Vuoi vedere il giardino? - Ne aveva la chiave. Aprirono la pesante porta proibita. Quel giardino non era per molto grande: lo racchiudeva un alto muro, coperto di edera, gelsomino e spine aggrovigliati in maniera inestricabile; sotto una pergola si camminava nelle erbacce; in fondo al bacino asciutto d'una fontana si mosse vigliaccamente un rospo, somigliante ad una logora borsa vuota. Le cose parevano cadere tutte a pezzi come nel teatrino gli scenari. Erano decrepiti anche il mirto delle siepi, guasto, gli alberi incrostati di licheni, gli aridi cespugli di rose sui quali qualche fiore ancora si disfaceva; ed ovunque si sentiva la signora Breme, la sua vecchiezza rimastavi come in una stanza. Vedendo il seggiolone sotto il nespolo, una specie di cattedra di legno, Graziano ricord la piccola cassa di pioppo. Ecco la morte che cosa significava: non tornare mai pi. Ma la vecchietta era stata accomodata cos bene, in mezzo alle vigne, davanti alla Alpi, nella cappella dipinta a stelle che sembrava un'abitazione gradevole...
Il ragazzo usc dal giardino senza desiderio di venirvi un'altra volta. Clemenza lasci apposta la chiave nella toppa perch tutti vi potessero entrare. E da ci nacque che l'aspra servetta di Costante ogni mattina and a cogliervi senza discrezione la frutta e Barbara una volta la aspett di pi fermo all'uscita per farle rimproveri e in difesa della serva accorse il cavaliere. Questa lite fu il segno che la vita ricominciava quasi come per l'innanzi. Da Rebbia le signorine si fecero portare dei giornali di mode per progettare abiti da lutto nuovi, fatti bene. Di nuovo Mercurino camminava su e gi per la spianata studiando ad alta voce. Di nuovo il professor Gregorio commentava il suo giornale stanto: - La Questione d'Oriente  il vivaio dove si coltiva la guerra, una guerra che sconvolger l'Europa. - Clemenza protestava: Voi, babbo, prevedete sempre la fin del mondo! - In casa la prima ad uscire in una risata fu Barbara; la quale, accorgendosene, si suggell la bocca con una mano.
Il principio d'autunno era tutto serenit e splendore. Sulle colline incominciava la vendemmia, e da molti anni non s'era veduto un raccolto cos abbondante: nell'aria si sentiva questa ricchezza. Il professore e le figlie stavano in ansia per la divisione dell'eredit con Costante, non dubitando che avrebbe causati contrasti e noie. N era un grande patrimonio quello lasciato dalla nonna. - Continuer a fare il vocabolario - diceva Clemenza. Pure, il pensiero di possedere un po' di roba, diventando padroni di ci che la vegliarda aveva sempre tenuto dispoticamente in suo dominio, dava gusto all'esistenza. Il professore non s'era mai tenuto in tasca altro che i soldi per il tabacco; non pens nemmeno di dire alle figlie che avrebbero amministrato loro, poich questo s'intendeva. Barbara si era trovata sciolta dalla catena della nonna, libera d'andar via di l, se voleva; era molto animata, sebbene alla libert si dovesse ancor abituare e paresse incerta riguardo a quel che avrebbe fatto. Clemenza, nel vestito nero aderente alla persona, era pi bella; i suoi capelli avevano un colore pi vibrante; ella si mostrava irrequieta, svagata, parlava molto di Torino. Le giornate s'andavano accorciando, le sere diventavano fresche: facevan gi sentire la fine della villeggiatura. A Claudia giungevano lettere di Sisto, che accennavano al tempo del ritorno, alla vita che avrebbero ripresa insieme, ai suoi progetti. Anche Graziano pensava con piacere a tornare in citt.
Dall'alba alla sera l'orizzonte era pieno di quel lavoro di vendemmiare, simile ad una festa. Su tutte le strade risonavano gli incitamenti alle bestie attaccate ai carichi d'uva troppo grevi. Da ogni parte venivano i cori, rozzi e lenti, che parevano ripeter sempre un medesimo canto. Un mattino Graziano, da solo, prese una delle strade scendenti ai poderi, per camminare in mezzo alla vendemmia. Dietro le siepi non c'erano che vigne: l'uva raccolta, nera o bianca o rossa, ben matura, si vedeva dappertutto, nelle corbe e nelle bigonce radunate presso i capanni, sui carri staccati dinanzi ai cancelli, sopra i quali stavano le tinozze fatte a navicello, dove i vendemmiatori pi forti venivano a vuotar le ceste. Si respirava un odor di mosto ma ancora zuccherino. Tra i filari si udiva movere la gente, quasi sempre senza vederla. Se qualche faccia appariva, vi era scritta la soddisfazione di quell'abbondanza. In ogni vigna, tagliando i grappoli, i giovani cantavano; e talvolta le voci erano assai vicine alla strada, voci di ragazze e di maschi, che col gioco degli alti e dei bassi cercavano effetti d'armonia. Quasi sempre il canto era guidato da una donna, la quale con tutta la sua forza metteva fuori un'acuta voce di testa. Ma ci che quel cantare esprimeva, era una malinconia: come se venisse su dall'animo dei cantori senza che essi lo volessero.
La strada era stretta. Graziano dovette fermarsi a far passare uno dei carri, tirato da due grandi cavalli, uno alle stanghe e l'altro di punta. Li conduceva un giovine; dietro il carro veniva l'uomo gagliardo, dai baffi ancora biondi, che fermava sempre Claudia per discorrere. Daniele del Tessitore. Anche ora, veduto il ragazzo, si ferm, con la sua aria fiera e la giacca appesa ad una spalla. Salut, rimprover per ischerzo Graziano perch andava a passeggio invece di aiutar a vendemmiare; ma poi, moderando la voce, gli chiese: - E dello zio Aleramo che notizie si hanno?
- Come? - disse il ragazzo tra sorpreso ed inquieto. - Lo zio  morto.
Con un moto risentito di tutta la persona l'uomo lo fiss: - Morto? Ma quando?
- Io non so. Sar molto tempo.
- Ah...! - fece Daniele. Scosse la testa e si rimise in cammino, come pensando: " inutile che parliamo se tu non sai".
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Capitolo 2. Anno 1896.
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Metello Farra aveva la persona imponente ed i grandi occhi del padre; sua madre gli aveva dato quel color biondo rosso dei capelli indocili; i lunghi baffi spioventi erano da guerriero barbaro, ma ogni tanto egli afferrava le forbici, in due colpi ne faceva saltar via le punte. Inverno ed estate portava sempre lo stesso abito, con un logoro fazzoletto di seta al collo come usavano gli operai. Occupava una camera ammobiliata ed uno stanzino in un'alta casa abitata da operai, in mezzo a prati d'un sobborgo. Appesi ai muri, radunati negli angoli, accatastati sopra la guardaroba ed anche sui bauli dello stanzino, erano studi e tele dipinti da lui, la maggior parte paesaggi di toni chiari ed eleganti, che non erano o non parevano finiti. Sotto il letto scarpe buttate; libri anche sulle sedie; in terra monti e pacchi di giornali: in un tratto di parete stampe coi ritratti di Marx e di qualche suo seguace italiano. Infilata in uno specchio una piccola fotografia del padre e della madre, sposi.
Proibiva severamente che si toccasse nulla. - Spolvero io. - Qualche volta ci si provava soffiando sui libri e sui mucchi di carte. Dal balcone si vedevano le case alte e brutte del sobborgo nascente, una grande officina del gas, i prati con le vie tracciate da file di lampioni, le rive alberate del Po, la collina. Di rado Metello rimaneva in casa a scrivere: allora gli piaceva cucinare sul fornello dello stanzino, tra i cavalletti, i tubi di colore schiacciati e gli abiti vecchi appesi ai chiodi. Abitualmente era sempre fuori. Faceva cento cose. Perduto un impiego governativo, lavorava nello studio d'un ingegnere; era buon disegnatore e gli veniva perdonato - anche perch lo stipendio era avaro - se ogni tanto dimenticava d'andare all'ufficio. Scriveva quasi da solo I diritti del popolo, settimanale fondato da lui; era uno dei capi dell'Unione operaia, per il partito socialista teneva registri, parlava nelle riunioni; molte ore le passava nelle misere tipografie dove si stampavano I diritti ed un settimanale d'arte e letteratura anche creato da lui; insegnava in scuole serali per operai, disegno e geometria. Pieno di salute, non era mai stanco, poche ore di sonno gli bastavano.
Tacere e star solo gli sarebbe piaciuto pi d'ogni altra cosa, ma viveva sempre tra molta gente. Negli ultimi anni aveva provato cinque volte il carcere, arrestato per misure di polizia e presto rilasciato; fin che per un articolo dei Diritti aveva scontati tre mesi di reclusione. Al denaro dava poca importanza; non beveva, non fumava, mangiava qua e l in piccole trattorie ed osterie in ognuna delle quali aveva amici e faceva propaganda. Esser superiore alle regole ed esigenze della vita borghese, non aver quasi bisogni, gli dava un sentimento di eroico potere e di libert. Era convinto di vivere da povero come gli operai. Se doveva aiutar qualcuno che non aveva mangiato, si trovava sempre in tasca un po' di spiccioli.
La sera, presto o tardi, andava alla Scacchiera. Un antico caff che aveva conosciuti splendidi tempi, conviti di gaudenti, pazzie di giocatori, estri di belle bevitrici di sciampagna nei gabinetti riservati, ed ora, in quella galleria vetrata dove non passava pi nessuno, sembrava sopravvissuto ad una catastrofe. Infatti stava sempre sotto la minaccia del fallimento: i vecchi coniugi che n'erano proprietari, i camerieri magri e tossicolosi sembravano aver scritto in viso "Ultimo giorno". Morivano piano piano anche gli specchi nelle cornici bianche; un freddo funebre era nei tavolini di marmo, rotondi, con un grosso piede; i grappoli di globi dei lampadari a gas mandavano una luce desolata sul velluto azzurro dei divani ormai senza pelo. Perduti nelle lunghe sale - sotto gli specchi nei quali eran passate le figure del Risorgimento, gli emigrati, i deputati famosi, gli ufficiali tra una campagna e l'altra - stavano vecchi lettori di giornali, e gruppi d'altri vecchi discorrevano sottovoce. Ma tutte le sere vi si riuniva una compagnia che pareva di vivi entrati senz'accorgersene in un caff di trapassati. Erano scultori e pittori, un professore di ginnasio tutto nero, barba, abito, cravatta, pensieri, un poeta autodidatta figlio di contadini, alcuni studiosi di scienze sociali e di economia, liberi docenti dell'universit, alcuni medici, un impiegato delle ferrovie che era il primo deputato socialista della citt. Qualche ebreo, tra essi, d'ingegno sottile. Parlavano d'arte, sostenendo quella che quegli artisti facevano pensando di aiutar con le loro opere le rivendicazioni sociali o cercando forme "spirituali" in odio al vecchio verismo; discutevano fatti e scandali del Parlamento, l'azione socialista. Con qualcuno dei pittori Metello era andato la domenica a dipingere in campagna, ma ora non ne aveva pi voglia. Per gusto di sviscerare gli argomenti, per amore di polemica, nel caff disputavano sempre con ardore e violenza: quando le voci s'alzavano molto, i camerieri, bianchi come le loro cravattine, e poi il padrone col suo bianco cranio ornato di capelli che vi parevano dipinti, giravano intorno alla compagnia sperando di muovere in tal modo a compassione, rassegnati del resto da un pezzo a qualunque patire. Il padrone qualche volta avvertiva che nelle sale s'era vista una faccia di spia, e forse era vero.
Da uno dei medici, il dottor Polo, che poteva avere informazioni segrete, Metello aspettava di saper l'esito del concorso a cui aveva preso parte Sisto per una cattedra in una universit di secondo ordine. Era morto improvvisamente il professore Sparvieri, senz'avere predisposto nulla; il suo antagonista Francesco Prpora, dell'universit di Roma, che curava la tubercolosi con un siero preparato da lui, notoriamente inefficace, aveva potuto far nominare a quel posto un allievo suo, della banda del siero. E nei tre o quattro anni ormai passati dalla scomparsa del maestro, Sisto aveva dovuto tenacemente difenderne la memoria ed il metodo, difendere anche il posto di direttore che aveva nell'ospedale di Santa Chiara: quasi solo in mezzo alla gran lega degli avversari. Una lotta feroce era pure condotta contro una clinica privata ch'egli aveva potuto creare con l'aiuto di alcuni capitalisti. Ma la decisione del concorso tardava.
Alla Scacchiera veniva a cercar Metello, mostrando un certo coraggio sdegnoso, una signorina sui trent'anni, bella ma sempre bizzarramente acconciata con piume e penne, con un luccichio addosso, e col naso imperioso pizzicato da occhiali d'oro. Era segno che Metello mancava agli appuntamenti, non si faceva pi vedere nel negozio che ella aveva ereditato dal padre: ordinatissimo luogo pieno di lucidi oggetti di gomma e di quel freddo nauseante odore della gomma e dell'incerata. Metello forse amava la tornita Sabina, che stava dietro il banco come una maestra in cattedra; ma spesso la dimenticava, preso dalla politica o dal lavoro, oppure reagiva a quel sentirsi vigilato, assoggettato, voleva respirare. Poich riusciva simpatico alle donne, aveva anche molti amori leggeri, relazioncelle con giovani cantanti, con maestrine che scrivevano. Allora, per non lasciarsi trovare, disertava il caff, e Sabina lo andava a cercare all'Unione, nelle trattorie del sobborgo, a casa. Un giorno in quella casa volle metter ordine e fu sorpresa da lui: non dimentic pi gli atti disperati che vide, le parole di fuoco che ud. Ma il disordine di quella abitazione piaceva all'assestata venditrice nello stesso modo come l'attraeva la vita di Metello per le sue idee rischiose.
A mezzanotte il padrone del caff era costretto a chiuder dentro Metello e gli amici ed attendere con pazienza che volessero andarsene dalla parte del cortile. Alla Scacchiera mettevano insieme Battaglie d'arte, il periodico che campava con denaro d'uno di loro, ricco conciatore d'origine tedesca al quale piaceva essere "il tesoriere" dei ribelli. L Metello Farra scriveva molti articoli per I diritti, sotto il fuoco incrociato delle discussioni, senza nemmeno scostarsi. Poi, a tarda notte, se ne andava a piedi fino ai prati, sotto le stelle o sotto la pioggia; camminando nel mezzo delle vie deserte pensava al lavoro da fare per il partito, all'avvenire, con l'animo pieno di quel sentimento che bisognava cambiare il mondo ed anche con fiducia che sarebbe stato cambiato. Quando rivedeva le case del sobborgo tra le file degli ultimi lampioni, era contento di ritornare tra i poveri.
Una sera, correndo a riportar bozze alla tipografia che stava per chiudersi, incontr il dottor Polo. Anche questi aveva fretta ma si ferm un istante; sapeva l'esito del concorso, gli disse i nomi compresi nella terna: Sisto non c'era. Il dolore di Metello fu vivo. Suo fratello si trovava ad un punto della carriera nel quale la prova avrebbe dovuto vincerla; l'insuccesso poteva avere conseguenze gravi. Certamente era stata commessa un'ingiustizia. Metello rinunzi ad andare alla tipografia per portar subito la notizia a Sisto ed impedire ch'egli l'avesse altrimenti, senza parole di conforto. Un tranvai, col trotto arruffato dei cavallucci e coi colpi di fischietto del cocchiere che sembravano allegri, lo port sull'altra riva del fiume, in un piazzale ove stavano le guardie del dazio. Di l egli sal lunghe scale che accorciavano la strada della collina; raggiunse la massa leggera, trasparente di luce, della clinica. Dentro, un candore, un silenzio, una semplicit, un vuoto, che significavano miseria umana incasellata, regolata, quasi fatta vita normale. Nello studio di Sisto lo vide alzarsi dal cerchio di luce fermo sulla scrivania, col cmice bianco. Quel viso esprimeva simpatia ma anche ansiet: - Che succede, Metello?
Metello, parlando basso, si scagli contro le universit; ch'erano in mano a bande d'intriganti, a consorterie. Il fratello impallid. - Nemmeno nella terna! - disse quando ebbe uditi i nomi. All'improvviso tutto gli parve coprirsi d'una tinta d'angoscia; pareti, mobili, ogni forma del luogo che gli era caro; si guast in lui, si fece oscura quell'idea della vita e del domani che ciascuno legge ad ogni istante sulla superficie delle cose. Come un lampo gli attravers la coscienza un pensiero, come un lampo che rischiarasse tutto l'avvenire. "Non riuscir. Il mio destino  mediocre. Non sono di quegli uomini chiamati alle cose grandi, alla vita potente".
- Siedi, - disse al fratello guardando l'ora. - Scenderemo insieme. - Rifece una pila ordinata delle cartelle cliniche che stava studiando; ed ora provava disgusto di quel lavoro e dell'ospedale e di tutto ci che era la sua fatica, la sua opera; ricordava le grandi intenzioni e speranze di prima, e ne aveva compassione. Ma ebbe anche uno scatto d'ira: - Sai quel che m'han fatto? Qui, all'Accademia di medicina,  stata letta una memoria nella quale si vorrebbe dimostrare, sulla base di pretese esperienze, che il metodo Sparvieri pu causare la morte rapida del paziente. Hanno messo in giro la voce che nella mia clinica dei malati sono appunto morti in pochi giorni. Uccisi! - Quel metodo, che aiutava la guarigione immobilizzando uno dei polmoni, era invece senza rischi e dava in molti casi risultati eccellenti. Sisto chiam il medico di guardia, giovine d'aspetto molto grave, gli diede istruzioni per la notte. Uscendo con Metello incontr nel corridoio la superiora delle monache, la quale si ferm addossandosi al muro e facendo un inchino.
Sulle scale della collina Sisto mise una mano sul braccio del fratello: - Non ti ho nemmeno ringraziato d'esser venuto. - L'altro disse piano che dappertutto vi erano bassi intrighi, ma che Sisto aveva del tempo innanzi a s. Si procurasse per altri appoggi; cercasse di comportarsi diversamente, badando al fine, senza irrigidirsi nei principi morali n obbedire troppo alla superbia della coscienza. Davanti a loro, in basso, erano il fiume, tra geometriche rive di luce, e la citt tagliata dalle file di lumi in figure anch'esse regolari. Sisto guardava con l'impressione che tutto avesse ora cessato di appartenergli. Gi al dazio, per andar a visitare un malato, chiam una vettura pubblica, vi sal con Metello: nel tragitto, tra il frastuono delle ruote e dei vetri, volle da lui notizie di quel che facesse. Si separarono sul portone.
Uscito poi da questo palazzo, Sisto si avvi a piedi verso casa. Nelle vie, dove poche botteghe erano ancora aperte, passavano carrozze padronali al trotto schioccante delle belle pariglie che portavano gi la gente ai teatri. Egli che sempre andava in fretta, prov il bisogno di rallentare il passo. Rimasticava come un tossico il pensiero della prova fallita, del torto che gli era stato fatto, dell'affronto; si ridiceva i nomi della terna. Che valeva il merito? La malafede e l'intrigo regnavano. Ma egli si domandava pure se quegli altri non avessero in realt meriti maggiori dei suoi, se in ogni modo non fossero pi abili a vivere. La vedeva, la sua casa. Claudia ed il figlio avevano gi cenato; stavano ad aspettare il suo ritorno. Per dargli un saluto prima di essere messa a letto, lo attendeva anche la piccola Gabriella che non aveva ancora tre anni. Uscita la bambina, egli si sarebbe seduto a tavola. La stanza era molto quieta e la reticella della lampada a gas gettava sulla mensa una luce bianca, netta. Ecco, Claudia e Graziano lo guardavano, aspettando di sentire le cose pi importanti della giornata.
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I ragazzi della terza ginnasiale sono in ginocchio nei banchi presso l'altare.  una mattina di sole e le tende rosse delle finestre vicine alla volta sembrano tele di lanterne accese. Un servo lava la corsia della cappella con segatura bagnata. Uno dei compagni esce dallo stretto spazio tra l'altare ed il muro dell'abside, ove sta il confessore, e subito un altro vi sparisce. Con angoscia Graziano vede ridursi il numero di coloro che devono precederlo. Nella via passa un carro; poi, di nuovo quel silenzio nel quale si ode il sussurrare dolciastro di Don Archetto dietro l'altare. Tra pochi momenti verr il turno, bisogner andare, niente potr evitarlo. Graziano, tenendo il volto nascosto nelle mani, vede egualmente la cappella, i compagni, Padre Raineri che li sorveglia pregando inginocchiato sul pavimento per penitenza, infiammato nel giovine e magro viso. Cos vede le statue dipinte, l'armonio con la fodera verde sopra un piccolo palco. Da tutto ci gli viene affanno e vergogna. Cerca le parole con cui dire a Don Archetto quel peccato; trova allusioni vaghe, giri di frase; ma una confessione non sincera sarebbe sacrilegio. Suo malgrado la memoria gli rappresenta il fatto assai bene: Stefania nella stanza da lavoro delle donne, Stefania bionda carnosa fiorente, viso un poco cattivo e denti bianchi. Forse egli non ha voluto quel che ha commesso,  stato preso. La ragazza. rideva piano come giocando, rapida, decisa; vesti calde, carni calde; non il vero "atto" certamente, tuttavia un peccato orribile. Se egli morisse ora, all'improvviso, sarebbe dannato. Il ricordo non gli procura soltanto vergogna e rimorso ma anche un dolore oscuro come per un'offesa che abbia fatta a se stesso. "Non si salva l'anima senza la purit" ripete spesso Padre Raineri. Graziano risente il suono strano, quasi tremante e straziato, che sulle labbra del giovine maestro ha questa parola Purit. Un compagno lo tocca nel braccio. Andare. Nell'ombra dietro l'altare si vede il fazzoletto bianco che Don Archetto tiene sempre tra mani quando confessa.
Ma il piccolo prete non parve dare un'importanza troppo grande a ci che, bene o male, gli fu detto dal ragazzo. Succhiava come sempre una pasticca; un sorriso di donnetta non abbandonava la sua faccia rotonda. - Quanti anni hai? - domand. Arrossendo ora, Graziano rispose che ne aveva compiuti tredici. Il confessore disse che le tentazioni bisognava vincerle pensando a Ges in croce, ma soprattutto evitarle; gli assegn una penitenza un poco pi lunga del solito. Ritornato nei banchi, Graziano si chiuse di nuovo il viso tra le mani, come facevano parecchi dei compagni, per recitar con fervore le preghiere; a misura che le diceva, si sentiva come chi si lava con molt'acqua fresca. Alla fine alz gli occhi a guardare Padre Raineri, il quale si stropicciava energicamente il volto con la destra, con un gesto che ripeteva spesso, un gesto di peccatore che abbia orrore di s.
La giornata ridivenne simile a tutte le altre. Nel loro succedersi esse componevano per Graziano una vita gradevole. Era il primo della classe ma senza sforzo penoso, anzi, come per natura. I compagni non destavano in lui un vero interesse, ma alcuni gli erano simpatici; ai loro giochi tumultuosi nel cortile si univa per un obbligo che sentiva di mostrarsi eguale agli altri ragazzi. Ogni sera ripigliava la via di casa con piacere. Una quiete morbida era nell'aria familiare, un senso di comodit e sicurezza. La madre stava a leggere per lunghe ore e Gabriella era sempre con lei. La sorella: ormai Graziano non riusciva a ricordare il giorno in cui l'aveva veduta la prima volta, tanto piccola con un collo sottile e vizzo ma con una faccina bella la quale ripeteva i lineamenti del babbo in un modo curioso e perci faceva ridere. Adesso era forte, robusta; per gentile di carattere ed affettuosa; con vestiti gonfi e leggeri, con nastri nei capelli scuri, sempre stava all'ombra della mamma, parlando con lei anche se non riceveva risposta. Era gi una persona, e la sua espressione era di bont, di lieta fiducia in tutte le creature e cose.
In mezzo al cortile del palazzo si alzava un vecchio enorme olmo, meraviglia di tutti dentro quei muri. Il corpo dell'edifizio che guardava una magnifica piazza antica, era interamente occupato dal proprietari, i marchesi di Staffarda: il marchese era anziano, alto e curvo, la moglie giovine, e talvolta la si vedeva uscire nell'atrio avviluppata in pellicce, splendente di diamanti, reggendosi un lungo strascico per salire nel land, le sere in cui andava all'opera od ai balli, quando la gente minuta si radunava a veder l'entrata ed il giorno seguente la borghesia leggeva nei giornali della citt com'eran vestite le dame. Sopra le scuderie e le rimesse vi era una vecchia terrazza, dall'appartamento dei Farra vi si poteva andare; scendevano a passeggiarvi dei colombi, sempre gli stessi, uno dei quali camminava sopra un moncone di zampina. Da un angolo del cortile veniva su una torre, con vetri rotti alle finestre e grondaie guaste, della quale pareva che nessuno si ricordasse.
Le mattine di bel tempo Claudia portava Gabriella nei giardini. Nel pomeriggio andava ogni tanto a trovare delle cugine nobili - parenti per parte di sua madre, Gabriella Andosio, uscita da una famiglia nobile della provincia, i Romero di Cervasco - le quali abitavano coi loro mariti e figli in vie silenziose e grige dove sopra i portoni erano stemmi di pietra. Una, imbronciata e dignitosa, viveva in un ritiro di signore decadute. Claudia vestiva con semplicit, quasi sempre di nero, e cos sottile pareva una giovinetta. A farle visita venivano anche delle compagne di collegio, sposate, alcune vivaci, smaniose, altre malinconiche e piene d'afflizioni che versavan fuori piano piano.
Graziano amava la sua citt. Vi stava come se al mondo tutte fossero eguali a questa. Nell'andare e tornare da scuola cambiava strada, per vederla. Piazze e vie sembravano inventate da una mente sola; in molti luoghi si sentiva che il passato contava pi del presente, si sentiva la storia sempre vicina, ed una storia grave, ordinata, di gentiluomini. Qua e l, in mezzo ai severi edifizi, giardini pubblici lindi come lavori di pazienza; sulle rive del fiume, nel parco, nei nuovi quartieri dei ricchi, anche nei prati e campi fuor di cinta, quella esattezza che era quasi il segno d'una religione civica. Dalle montagne scendevano nell'inverno donne con le palpebre arrossate da malattie che apposta coltivavano, con molti mocciosi avuti in prestito, e giravano mendicando. Altri accattoni stavano sui canti dei palazzi, sulle porte delle chiese, vecchi minatori accecati da esplosioni, vecchie che sempre ripetevano ad alta voce gli stessi lamenti, tutti vestiti d'abiti rozzi coperti di toppe ma assettati come in uniformi del mestiere, e ciascuno di essi stava sempre nel medesimo luogo, vivendo contro quel muro. Con la punta delle dita inguantate le signore lasciavan cadere nei cappellacci grandi monete di rame. Nel cuore della citt era un incrociarsi di vie strette tra case nude e scure; vi camminavano sotto rintocchi insistenti di campane molti gobbi e storpi, beghine che parlavano tra loro, fanciulli senza sangue. Anche per istrada si udiva discorrere della guerra d'Africa, dopo i combattimenti disgraziati nei quali interi reparti di truppe erano stati massacrati da orde di neri: avvenimenti d'un paese cos lontano da non potersi nemmeno capire. Nella pianura nascevano opifici, sobborghi per gli operai, ma rimanevano sconosciuti ed i loro nomi prendevano un colore sinistro.
Sisto usciva la mattina molto presto per andar all'ospedale di Santa Chiara, dove teneva il suo corso libero sulle malattie dell'apparato respiratorio; poi saliva alla clinica della collina, vedeva molti malati, faceva colazione lass, scendeva soltanto la sera, per qualche visita al letto; rincasava tardi, e dopo cena quasi sempre si metteva al trattato che stava scrivendo su quelle malattie, continuava fino a notte inoltrata. In ogni momento mostrava d'intendere l'esistenza come un rigoroso impegno: ma in lui, con l'alto concetto dei suoi studi, si sentiva anche la compiacenza di poter ogni giorno veramente far del bene a qualcuno, a molti, alleviando patimenti, ridando speranze, talora guarendo.
Senz'averne dato avviso per lettera arriv il vecchio Farra. Era disceso all'albergo, non accett nemmeno un invito a pranzo: diceva di voler avere la sua "indipendenza". Nei suoi rapporti con la famiglia appariva sempre una distanza; egli la ristabiliva ogni volta con un tono asciutto che non escludeva la stima n l'affetto. Il suo carattere lo portava a far da s, non accettare vincoli, non cercar mai consigli, avido di sentirsi sempre il padrone di se stesso. Un uomo buono e generoso ma senza amici. Dopo la morte della moglie, della bella amatissima Severa dai capelli d'oro rosso, falciata in pochi giorni, non aveva pi mostrato un bisogno d'affezione: ma quel carattere, a resistere in solitudine alle avversit, si era fatto aspro. Venne in casa una sera e si chiuse con Sisto nello studio. Cominci a dire che gli occorreva denaro per sostenere la stamperia ed il Pensiero liberale nella guerra che gli facevano i partiti: a Rebbia vi erano adesso una tipografia dei cattolici ed una dei socialisti, entrambe mandavan fuori un settimanale. Questo discorso significava che delle somme ricavate un tempo dalla vendita delle terre paterne non gli restava nulla. Suo padre era un possidente ricco che, allargando sempre la possessione, era vissuto e morto da contadino.
- Della modesta dote di Claudia - disse Sisto - poco rimane, ma ella te lo prester di buon grado.
Non questo voleva il vecchio. N voleva accettare il prestito che gli era offerto da gente di Rebbia, non richiesto. Camminava per la stanza a lunghi passi vibrati; si piant davanti alla poltrona dov'era seduto il figlio, ergendo il busto e quel capo fiero, coi pugni sprofondati nelle tasche della lunga giacca nera: - Laggi vogliono farmi il prestito per metter le mani sulla stamperia e impadronirsi del giornale. Comprarmi! - Fingeva di ridere facendo sobbalzare le larghe spalle, ma pareva che singhiozzasse. Si curv a fissare il figlio negli occhi, da vicino; disse piano: - Sisto, ti chiedo aiuto. Non posso lasciarmi togliere tutto! E vendermi non voglio!
Non si udivano rumori, lo studio era pieno d'ombre; il figlio non riconobbe quella faccia, tanto era alterata, con gli occhi pieni di terrore; ebbe la sensazione che il vecchio non si sarebbe salvato. Doveva aiutarlo a trovare qui, subito, una somma abbastanza forte dando ipoteca sulla casa di Rebbia; vi si prov come seppe meglio; al termine d'una settimana Ascanio fu costretto ad andarsene e non si era ottenuto niente e non rimaneva alcuna prova da tentare. Ripart senza dire pi parola a quel proposito, n dire ci che pensasse di fare. In apparenza era come prima, ferro. Durante la sua permanenza Metello aveva chiesto di vederlo, ma il padre s'era rifiutato d'incontrarlo.
Per motivi di denaro Sisto aveva fastidi suoi proprii. Aveva messa la firma, per avallo, su certe cambiali del cognato. La sorella di Claudia, Ortensia, ai suoi tempi aveva fatto un matrimonio matto sposando per amore il maestro di Luvo; e questi s'era dato ad affari di commercio, sempre con esito pessimo, cambiando ogni tanto citt; ora vivevano lontano, in una citt di mare, ed il marito tentava nuovi traffici, anche adesso in difficolt e grovigli. Non pagate dal cognato, quelle cambiali erano nella vita di Sisto e Claudia un incubo sciocco: per estinguerle a poco a poco senza intaccare il resto della dote, Sisto doveva servirsi d'un prestatore, usuraio di professione; cos altre cambiali nascevano, giravano, ricomparivano alle loro date, morendo con tormentosa lentezza. Quando alla porta si presentava un signore grassoccio, con bianchi capelli, d'aspetto bonario, che teneva nel portafogli le odiose strisce di carta, e la cameriera diceva il suo nome, un disagio prendeva i Farra come se fossero costretti ad accogliere un ignobile complice.
Graziano sentiva spesso la potenza misteriosa del denaro, di questa cosa di cui tutti parlavano, cercata da tutti e sempre nascosta. Sentiva la ricchezza di alcuni compagni di collegio attesi all'uscita da scintillanti equipaggi. Era ancora nell'aria il polverio di catastrofe che s'era alzato in citt per il crollo di una banca, accompagnato dai colpi di revolver dei suicidi. Egli vedeva dalle soffitte del palazzo scendere abitatori vergognosi, puliti nei vecchi abitucci, con facce smorte. Udiva accenni del padre alla miseria che alle corsie di Santa Chiara mandava i fantocci senza carne che erano i tisici. Da quanto conosceva dell'esistenza paterna capiva la battaglia che deve sostenere un uomo; con impressione invariata di stupore sentiva soprattutto l'odio da cui un vivente  avvolto, anche se vuole soltanto il bene di tutti; suo padre gli pareva accerchiato dagli avversari come da una trib di cacciatori di teste. Ma in casa sentiva l'aria diversa da quella d'ogni altro luogo. Il babbo non aveva mai pi parlato del concorso, poco parlava dell'avvenire; pure, guardava sempre avanti, lontano; la madre respirava la vita di Sisto e dei figli, quell'avvenire di tutti loro, e con un libro aperto sui ginocchi contemplava i sogni. - Mamma, dove sei? - le domandava Gabriella girandole attorno con le piccole mani volanti come uccellini. In realt essi erano un'anima sola, ed in rari momenti, per necessit, scendevano nella zona bassa ove giravano le cambiali e le stte intrigavano e il denaro dava lo splendore o la morte. Dal padre e dalla madre veniva un calore di fede: Graziano non avrebbe saputo dire di quale fede.
All'ora in cui Sisto rincasava, ogni tanto compariva inaspettato Metello, col suo logoro fazzoletto al collo e con fasci di carte e giornali uscenti dalle tasche. In casa vi erano alcuni suoi quadri; egli li osservava un istante: - Ci vuol altro che tela dipinta! - Gli facevano festa. Sisto, avendo alcuni anni pi di lui, lo considerava con certa benevolenza paterna. Metello sedeva nelle poltrone pi comode fingendo per ischerzo di gustare il benessere "borghese"; non veniva pi spesso - diceva, sempre celiando - per non compromettere i parenti. Claudia voleva sapere quel che facesse per il partito, quel che facevano e pensavano gli operai; anche Sisto ascoltava con interesse quando egli diceva che il partito progrediva rapidamente e l'azione sociale guadagnava terreno in ogni parte d'Europa.
- L'avvenire  del socialismo, - proclamava Metello scompigliandosi i capelli come usava nei momenti di fervore. - Il mondo sar socialista
Oltre la simpatia, Sisto e Claudia sentivano anche una compiacenza orgogliosa d'aver con loro quest'uomo ardito ch'era uscito dal cerchio dei pregiudizi e che, lavorando per un mondo nuovo, facendo il ribelle, amava ogni disagio e rischio della sua condizione. A Graziano, nell'ascoltare, venivano in mente i mesi di carcere scontati dallo zio: lo ammirava e pensava che fosse molto contento di s. Ma ad un tratto Metello ammutoliva, con un viso pensieroso si metteva a sfogliar le carte che aveva in tasca, oppure meditava col mento sul petto, dimenticando completamente dove si trovasse e chi avesse intorno; poi salutava e se ne andava, come dibattendo tra s un grave ed urgente problema del quale si fosse ricordato all'improvviso. Per qualche tempo non lo vedevano pi.
Un mattino, mentre Claudia ed i figli erano a tavola, udirono una musica insieme ad un calpestio e rumorio di molta gente. Dal balcone del cortile un breve tratto della piazza si scorgeva, attraverso il portone del palazzo. Pass della truppa accanto alla quale camminava la folla, e pareva che questa facesse alti lamenti, piangesse, volesse dire: "No, non andate!" Erano altri soldati che partivano per l'Africa. Nel pomeriggio entr in salotto una figura muliebre tutta nera, avvolta nel velo da lutto che alz con una lunga mano magra: Clemenza Breme. Baci Claudia. Non piangeva ma non poteva parlare. - Paoletto! - disse infine. Non nell'ultima battaglia era morto; qualche mese prima, in uno dei terribili agguati dei neri. Non avevano pi ricevute sue lettere, e soltanto adesso era giunta la notizia che era stato ucciso. Graziano, chiamato dalla madre, non comprese subito chi vi fosse dentro quel nero funebre; ora Clemenza piangeva, col capo chinato e col fazzoletto agli occhi. Paoletto morto! Il ragazzo lo aveva nella memoria pieno di vita e parlante: era venuto a trovarli prima di partire, promosso sergente maggiore.
- Il pazzo felice... - disse la signorina soffiandosi il naso. Graziano ricord le mattine della Stellata quando Paoletto faceva il bagno nella peschiera ed egli l'aveva visto correr nudo al sole cantando. Pensava che cosa fosse accaduto di quel gran corpo in mezzo ai nemici barbari.
Mentre Clemenza raccontava a Claudia il poco che sapevano della sua fine e come aveva ricevuta la notizia il professor Gregorio ed altre cose simili, Graziano la guardava. Dietro il canap era gi accesa una lampada che aveva un altissimo piede ed un paralume con nastri d'oro. Ella veniva in visita ogni tanto e da un pezzo non gli piaceva pi, con la persona cos magra e le vesti dimesse. Ora il ragazzo aveva l'impressione che sempre avesse dovuto portare tutto quel nero e piangere; n gli pareva vero d'averla mai baciata. Venne Stefania a servire il t, la conversazione prese altra via, si parl di Luvo. Barbara, non essendosi mai decisa a lasciar il paese, vi aveva sposato un misuratore di terreni, un buon giovine sodo e forte quanto lei; abitava in una casa del marito, ma continuava a combattere con lo zio Costante, perch questi non voleva vendere la parte sua della Stellata e non si poteva vender l'altra senza sprecarla. Claudia domand di palazzo Andosio. La novit era che i Lanciarossa avevano tolta di collegio ed ora tenevano presso di loro la figlia, Jenny. Aveva sedici o diciassette anni, era piuttosto sviluppata e grassa; guidava gi la pariglia stando impettita come il padre, e dall'alto della carrozza scoperta tutta rilucente non rispondeva al saluto dei paesani.
Claudia seguiva un altro pensiero. - Quella casa non potr mai riaverla? - disse. Ma sorrise, come se avesse mostrato di desiderare un regno sulle nuvole.
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In principio la primavera aveva portata molta pioggia, quel tempo nel quale le cose sembravano perdere il colore ed ammalarsi; ma poi vennero giornate perfette. Nel cortile piccole e tenere foglie vestivano d'un costume giovanile il vecchio albero; dal basso saliva l'odore tepido e piacevole delle scuderie pulite; i palafrenieri attaccavano agli anelli i cavalli magnifici per lustrarli come oggetti, e gli animali, venendo all'aperto, nitrivano a lungo. I marchesi di Staffarda partivano per le corse o per le feste nei giardini, sopra alte carrozze da estate cariche di signore che parevano farfalle. Nei pomeriggi di vacanza Graziano, invece d'andare con alcuni compagni a teatro od al circo equestre che molto gli piaceva, faceva con loro passeggiate in campagna, anche in bicicletta. Per amici aveva scelti ragazzoni di buon carattere, non molto intelligenti. Uno era figlio d'un ricco affittavolo e li invitava a giocare alla palla in una fattoria della pianura. Ogni domenica la citt si svegliava di buon umore, le case si vuotavano; i signori nelle carrozze scoperte passavano tra le correnti della gente a piedi, e tutto procedeva secondo le regole in bell'ordine; ma gli operai si spargevano nelle osterie suburbane, la sera poi agli ospedali ne veniva portato qualcuno che aveva ricevuto un colpo di coltello.
Stefania, quando in casa incontrava Graziano solo, gli rivolgeva pi sfrontata quel sorriso che diceva beffardo: "Tu hai paura". Il ragazzo la evitava sempre. Con fastidio riceveva da lei quella sensazione d'una donna tutta carne, tutta istinto, nella sua stagione pi calda, e data con franchezza all'istinto, alle voglie, ma esperta dei rischi e delle astuzie per evitarli. Sapeva che ella aveva un compagno delle feste, che chiamava il suo fidanzato. Pi che altro, la odiava. Ma era inquieto, scontento di tutto. Non aveva alcuna idea riguardo a ci che avrebbe fatto nella vita; n mai se lo domandava. Lo studio, ora, lo interessava meno. Con passione faceva soltanto il componimento italiano, nel quale s'era sempre distinto; oltre la soddisfazione di superar gli altri, vi trovava un vivo piacere d'inventare fatti, esprimere pensieri, e quasi giocare con le parole. Non amava pi il collegio, ordine grigio e lucido, pieno di cose che non sarebbero mai cambiate; talvolta gli piacevano ancora le funzioni delle feste grandi nella cappella coperta di addobbi, quando sopra la distesa degli alunni e dei parenti scendevano dalla tribuna le voci dei cantori e passava l'odor dell'incenso come profumo celeste; dentro uno dei piviali d'oro degli officianti vedeva per Don Archetto con la sua aria goffa, e l'emozione si guastava. Di s non era contento. La sua condizione di ragazzo gli appariva quasi ridicola; talvolta, in mezzo a molta gente, se ne vergognava. Sebbene fosse alto di statura, avesse bel viso, begli occhi, non amava il proprio aspetto. Leggeva molto: vivere nei mondi fantastici gli piaceva, ma si accorgeva di non intendere tutto ci che nei libri vi era, il senso misterioso della poesia. Aveva sovente un pensiero, strano, di esser diverso dagli altri e non adatto alla vita.
Un giorno Claudia si affacci alla porta del figlio, gli accenn di seguirla, con l'espressione che questi le vedeva da qualche tempo, come se riguardo a lui la mamma avesse un proposito segreto. Nella camera di Claudia non vi era la bambina. Ella apr il cassettone, e di sotto la sua biancheria bene ordinata tolse una lettera; si port nel vano d'una finestra, che aveva i vetri coperti di tendine rosa; gli tese quella lettera. Era scritta sopra uno stampato di una "Regia Casa di pena", con l'indicazione Corrispondenza del recluso Andosio Aleramo e con un numero d'ordine.
- Sai gi? - domand Claudia a bassa voce. Nella mente di Graziano si mossero idee confuse, sospetti antichi, ricordi di parole udite, in una luce livida.
-  mio fratello che scrive, - riprese decisamente la madre, toccando la lettera che il ragazzo scorreva con esitazione. -  fuori del mondo da pi di vent'anni, povero Aleramo. Ora che sei grande devi sapere. Egli crede che noi ti abbiamo gi detto, e vuole che tu gli scriva. Era un bellissimo giovine, montava bene a cavallo, sonava il violoncello. Il pi anziano di noi. Io ero una bambina quando  morto nostro padre; Aleramo usciva allora dall'et minore, rimase padrone di s. Una fatalit lo portava: non si pu pensare diversamente. Sua moglie... Un viso non bello e strano, occhi scuri, capelli chiarissimi, un corpo stupendo. Era di famiglia molto ricca. Era cattiva. Pazza anche lei, forse. La poveretta ha pagato con la vita. Egli l'ha seguita che andava in un'altra citt a trovare un amante; sapeva con certezza; le ha sparato mentre scendeva dal treno.
Claudia parlava con calma come chi racconta un fatto gi ripensato infinite volte; ma ad un tratto volse il viso verso il muro; Graziano vide una lacrima staccarsi e bagnarle il vestito sul petto; allora le pass un braccio intorno alle spalle, la baci senza poter parlare.
- Pensa sempre a noi. Sa tutto di te e di Gabriella, quel che fate, vi vede crescere. Vent'anni di quella esistenza. Lavora da sarto, l dentro. Vorrebbe avere la grazia.  stata una sentenza severa: a vita. I parenti di lei si sono comportati ferocemente.
Graziano non sentiva stupore di ci che aveva appreso; credeva, anzi, di averlo saputo sempre; pure, pi che tristezza provava orrore, come se quei fatti fossero recenti: vedeva un lungo corpo di donna disteso nel sangue caldo. Sentiva anche la vicinanza d'uno sconosciuto chiuso in un penitenziario, che sapeva di lui e che gli voleva bene. Da tutte quelle cose accadute un giorno od ancora esistenti oggi, veniva sulla famiglia, sulla sua propria vita un riflesso d'infamia; e non si poteva fare che ci non fosse vero, nessuno poteva. La madre and ad uno stipo, del quale aveva presa la chiave tra la biancheria, e ne tolse due vecchie fotografie. Una, di piccolo formato, mostrava la nonna Gabriella, giovine, con veste a campana e minuscolo parasole aperto appoggiato alla spalla, che teneva per mano un ragazzetto impaurito del fotografo; nell'altra pi grande, si vedeva un giovine alto che portava cilindro, giacca di velluto, calzoni chiari con le staffe, e si appoggiava ad una colonnina tenendo in mano uno scudiscio e guardando con bellissimi occhi. "Non sapeva ancora - pensava Graziano - che avrebbe ucciso".
Claudia pronunzi il nome "Aleramo" come per risentire tutto ci che per lei significava. Poi riprese: - Chiss com', adesso. Aveva un carattere bizzarro. Matto per il gioco, generoso, mani bucate. Rimasto senza guida troppo presto. In sei anni ebbe il patrimonio, la sposa, viaggi l'Europa, fu ferito in duello, prov ogni cosa, bruci tutto!
Come una storia dipinta sopra un muro, Graziano vedeva il passato degli Andosio: la nonna morta di parto, ancora giovine, dissanguata; il nonno portato via presto da una malattia di cuore o dai dispiaceri, lasciando i figli in mani estranee; quella vita di Aleramo; il matrimonio strambo di Ortensia e la sua decadenza irrimediabile. Non erano governati quegli avvenimenti da una potenza misteriosa ed avversa, da una sorte nera della famiglia?
- Sai che vuol dire non aver conosciuta la mamma? - disse Claudia che dallo stipo aveva prese altre fotografie ed ora le contemplava nella finestra. - Rimane per sempre una sete dell'anima, che non si potr mai appagare. - I suoi occhi erano asciutti, il viso tranquillo; la trasparenza rosea delle tendine coloriva il suo pallore. Pensava il figlio quali prove ella aveva gi attraversate, e la vedeva intatta; la vedeva diversa dalla storia degli altri Andosio e da ogni miseria del mondo. Ella lo carezz: - Saprai meglio pi tardi, ma ora io ti dico che ad Aleramo puoi volergli bene. Che cosa gli scriverai?
Il ragazzo immagin se stesso davanti ad un foglio da riempire per mandarlo a quell'uomo del penitenziario, che era il fratello di sua madre. La situazione era penosa. Ma da qualche tempo egli incominciava a vedere ci che nella vita stava dietro le apparenze, dietro le facciate. La rivelazione avveniva giorno per giorno. Una cosa molto seria, la vita; una realt piena di segreti, di fatti complicati e dolorosi, piena di difficolt e di circostanze superiori alla volont umana. Tutti lo sapevano ed avevano la forza necessaria a viverla; avevano anche ore belle: nell'avvenire era come uno splendore che attraeva.
- Non ha figli, - disse ancora sua madre. - Non ha che noi.
- Scriver certamente, mamma. Bisogna che ci pensi.
Vennero giornate di maggio scaldate da un vento molle che aveva passato molto mare. Eran quelle in cui Claudia ripeteva: - Vorrei essere a Luvo. - Per un poco l'incerta figura di Aleramo campeggi nella coscienza di Graziano; poi questi sentimenti e pensieri si confusero col malessere di prima, col suo turbamento senza motivo. Gli facevano male la bellezza e la luminosit della stagione; soffriva anche fisicamente, aveva dolori sparsi nelle membra, una stanchezza grande, forse febbre. Sapeva che era effetto della pubert; la sua voce s'era fatta cavernosa, gli spuntavano sulle guance grossi e duri peli; sapeva, ed anche questo trapasso simile ad una malattia lo avviliva. Da Stefania si teneva lontano ma vi pensava suo malgrado, sentendo un'attrazione come di cose celate, animalesche. Se stava a studiare alla finestra, davanti alla terrazza dove scendevano i colombi, si distraeva. Spesso ricordava Padre Raineri. Questi diceva di vivere per guadagnarsi il paradiso, pure sembrava infelice, coi gesti improvvisi di sgomento, col giovine viso scarno nel quale le mascelle avevano contrazioni dolorose; pareva esaltarsi nella visione del paradiso per dare a se stesso una ragione del proprio stato, dal quale non poteva uscire. L'eternit: premio o castigo, un seguito alla vita che non dovesse mai aver fine! Pensiero terribile.
Al tramonto Graziano guardava girare, molto in alto o pi in basso, passando fulminei, stridendo inebbriati, gli stuoli dei rondoni. Guardava anche la torre del palazzo, del tutto sola nell'aria. Erano strane, le cose. Talora gli accadeva di vederle come se fosse la prima volta, anzi, come se nessuno si fosse mai accorto di ci che le cose sono, gli edifizi, le persone, gli alberi. D'inverno, facendo il cmpito sotto la lampada a gas, fissava qualche volta l'interno del paralume di porcellana bianca, eguale ad una cupola, e la superficie bianca liscia, dove non c'era niente, produceva in lui un'impressione sconcertante come guardar la luna nel cannocchiale, come se proprio vedesse succedere quel fatto misterioso: un oggetto esistere, una cosa stare nell'universo. L'impressione era che tutte le cose e la vita non servissero a niente. Il cielo dove i cerchi dei rondoni giravano, stridevano, non era che aria e luce; ma, a tenervi lo sguardo, si desiderava salirvi e si pensava a vivere in un modo degno di quell'alto spazio.
Erano i momenti nei quali Graziano cercava pi spesso con la mente suo padre. Il babbo viveva altamente, e forse le sue speranze non erano di salvar l'anima, non erano il paradiso. Una sera il ragazzo pens di parlargli. Di che cosa? Dirgli che stava male, dirgli di Stefania? Non sapeva quali cose gli avrebbe dette, ma voleva confidarsi con lui. Di rado Sisto usciva dopo cena se non doveva visitare un ammalato grave; proprio quella sera, alzatosi da tavola, disse al figlio che, come sempre, aveva assistito al suo rapido pasto: - Vuoi venire con me? Scendiamo a passeggiare. - Graziano pens che avesse inteso l'animo suo. Raggiunsero un viale dove sonavano orchestrine di caff e la gente camminava adagio in processione; lo seguirono fino al Po. Le luci dei fanali splendevano in linee diritte lungo il grande canale pieno di riflessi, in cui si udivano voci e barche passare. Fin l Graziano ed il padre si erano scambiate rare parole; ora Sisto prese il ragazzo per il braccio, lo avvicin un poco al proprio fianco e regol il passo sul suo. -  buona quest'aria, - disse. - Ho lavorato molto. E tu? Raccontami quello che hai fatto.
Graziano si senti pi alto, pi forte, un compagno del babbo; e non ricordava pi di aver sofferto.
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Nel centro della citt, entro i cortili dei palazzi, si vedevano file di fantaccini appoggiati al fucile, tra gli zaini allineati in terra; anche negli altri quartieri percorrevano le lunghe vie pattuglie di cavalleggeri, coi moschetti appesi all'arcione delle selle guernite di pelle di capra. Mattina calda; nuvole scure nelle striscie di cielo tra un tetto e l'altro. Quel giorno le madri non avevan mandati i figli a scuola; i negozi di lusso ed anche qualche piccola bottega erano a met chiusi; non carrozze padronali in giro. Era stato dichiarato lo sciopero e doveva tenersi - non si sapeva dove - una riunione di operai, in segno di protesta perch in un lontano paese del Mezzogiorno alcuni contadini erano rimasti uccisi in uno scontro con la pubblica forza. Era la prima volta che la citt doveva assistere ad una simile manifestazione. Nelle vie e piazze quasi vuote architetture e statue spiccavano meglio del solito, in una maniera diversa. Donnette scese dalle soffitte a far piccole provviste, stringendo i loro pacchi al petto si scambiavano frasi affrettate, come se stesse per entrare un esercito nemico. Sulla porta d'una latteria il bottegaio, grasso, con un grembiale sporco arrotolato intorno al ventre, venne a guardar fuori: pensava se, in caso di saccheggio, si sarebbe potuto trovare il denaro nascosto in casa sua sotto una mattonella del pavimento. Intorno ad un giardino pubblico, chiuso, pass un colonnello di cavalleria seguito da un tenente e da due soldati, tutti a cavallo. La gente chiamata alle finestre dallo scalpitio li ammirava e si sentiva rassicurata.
Per ordine dell'autorit il comizio si teneva nel suburbio, dentro lo steccato d'un vasto terreno che si stendeva dietro l'ammazzatoio. La folla, che non riempiva quello spazio interamente, era in gran parte formata di ragazze degli opifici, vestite come quando andavano al lavoro, di giovani con cappelli a larga tesa e cravatte rosse; ma tra essi erano pure operai vecchi e bonaccioni, qualche tipo di stravagante ed alcuni giovinastri di losco aspetto. Gli agenti della polizia, con lunghe daghe e chepp lucidi, rimanevano fuori del recinto, in squadre. Sempre pi brutte, venendo dalle montagne, le nuvole correvano sulla pianura ma ancora indecise se fare o no il temporale. Si udiva il tuono molto distante. Sopra un palco improvvisato con certe casse si succedettero parecchi oratori; uno era il poeta autodidatta, piccolo, con occhiali a stanghetta sopra una faccia quadra, che frequentava il caff della Scacchiera. In prima fila dinanzi al palco ascoltava i discorsi un commissario. Grida battimani clamori si levavano a ventate dall'adunanza. Ultimo parl Metello Farra: spieg quale miseria aveva mossi i contadini in quel paese laggi, che cosa volevano e quale era il significato della risposta data loro coi fucili. Ad un tratto, alla gente che lo applaudiva egli si rivolse con veemenza, guardando intorno a s il luogo dove si trovavano: - Ma che facciamo qua? Perch dobbiamo star fuori della citt, dentro uno steccato? Abbiamo forse la peste, siamo lebbrosi? E perch  stato dato quest'ordine, non saremo capaci di muoverci? No, noi non abbiamo paura. Contro quel sangue sparso vogliamo protestare, come  nostro dovere, ma vogliamo che la protesta sia sentita da tutti. La citt deve vederci, chi siamo, come siamo, conoscere la nostra forza. Difendiamo una causa giusta, diritti sacrosanti chi ci potr fermare? Dunque in marcia, tutti insieme, avanti!
Il commissario aveva tentato d'interromperlo, ma alle domande, agli incitamenti di Metello Farra la folla aveva subito risposto ribollendo, con pi alti clamori; segu un trambusto, si udirono schianti delle barriere qua e l abbattute; e la gente usc da quei varchi, dilag nei prati, divisa si avvi per diverse strade, sebbene le squadre della polizia si fossero lanciate contro quelle correnti ed afferrassero anche alcuni uomini, che poi si vedevano con le braccia unite sullo stomaco, suggellati dalle manette. Del resto, le correnti erano rade e nel tragitto molta gente si perse; tuttavia giunsero fino al grande edifizio dell'Unione operaia, non lontano dal cuore della citt. Di l, nuovamente divisa in parecchi rami, la folla scese verso la piazza dov'era la questura, col proposito di ottenere la liberazione degli arrestati. Innanzi alla schiera pi folta era l'insegna dell'Unione, stendardo di velluto con ruote d'ingranaggi e spighe ricamate in oro; e qualche cartello veniva portato in cima a bastoni. Sopra uno c'era scritto: "Piombo per pane". Ogni colonna procedeva scucita, come composta di gente riunitasi a caso, senza un'idea chiara di ci che dovesse fare. Qualche sbarramento di fanteria fu rotto perch nemmeno i soldati sapevano in quale modo comportarsi, si lasciarono passare le onde intorno. Invece le schiere che incontrarono soldati a cavallo non poterono proseguire.
Insieme al deputato socialista e ad altri capi del partito, Metello camminava alla testa d'una massa piuttosto densa; aveva al collo il solito fazzoletto ed in capo un vecchio cappello che ogni tanto levava per asciugarsi il sudore con gesto nervoso. Guardando le case, sulle facce delle quali era l'espressione di un ordine arcigno ed egoista, egli sentiva quel che tra esse passava d'inconsueto e di nuovo, sentiva il disordine di cui anch'egli era una causa. L'avvenimento diceva che la plebe, gli operai avevano qualche coscienza di s e prendevano coraggio. Non s'era mai compiaciuto tanto di essere un uomo senza classe, che andava coi plebei. Provava anche una soddisfazione di guidare e comandare. Sboccarono nella piazza. Era lunga, nobile, contornata di palazzi non alti, tutti d'un disegno, che sembravano la ripetizione d'un solo pensiero; ed apparve sgombra. Sopra uno dei lati maggiori stava schierato su due file uno squadrone di cavalleggeri; al riparo di questa truppa pochi passanti spaventati s'erano rifugiati sotto i portici. Nell'angolo dov'era la questura, stavano ammassate molte guardie, le quali si gettarono correndo verso la via donde il grosso dei dimostranti arrivava. Ma la folla, gridante, compatta, le travolse; poi, come attratta dal vuoto che vide, di corsa venne innanzi. Sul calpestio e rumorio sordo le grida si alzavano incomprensibili.
La piazza era attonita. Soprattutto a causa delle grida, essa pareva un salone invaso dalla poveraglia. Il comandante dello squadrone strapazzava la bocca del cavallo, che girava sopra se stesso e s'impennava. Questo capitano, uomo assai alto, al quale il colbacco col sottogola abbassato faceva un bel viso guerriero, dalle prime ore del mattino fremeva, guardando il suo squadrone con dispetto, perch combattere in piazza non gli sembrava degno di soldati. Quando per aveva udito i dimostranti avvicinarsi e li aveva visti, si era subito rafforzata in lui la persuasione che si trattasse di straccioni malvissuti i quali volessero sfogare l'odio contro i signori e creare il disordine per fini ignobili, prendendo a pretesto assurde e false idee. Ora gli pareva veramente d'aver di fronte dei nemici, anche suoi. Si chiedeva perch si tardasse tanto a reagire.
Squilli di tromba della polizia trapassavano il clamore. Finalmente al capitano fu portato un ordine. La prima linea dello squadrone si mosse. Allora la massa umana, che non occupava la piazza interamente, turbin e si sparse; molti fuggirono verso gli sbocchi o ripararono sotto i portici del lato opposto. Di fronte alla truppa rimase tuttavia molta gente. Rumoreggi il tuono ormai vicino, come se dovesse aver parte in ci che stava accadendo. Subito la lunga linea dei cavalleggeri si divise in due ali, che presero il trotto manovrando separatamente per spazzare il terreno. Con le vellose selle, coi moschetti all'arcione, con le sciabole sguainate, coi colbacchi, col fitto scalpitio, cavalieri e cavalli erano pesanti, solidi, potenti a paragone della folla contro la quale avanzavano. Alle donne, nel fuggire, subito si scioglievano i capelli; alcune per poter correre s'erano rialzate le vesti sgraziatamente; fuggendo, molte mandavano strilli acuti; uomini vecchi o corpacciuti stentavano a moversi rapidamente ed avevano negli occhi il terrore di essere raggiunti. Fin dalle prime mosse della truppa alcuni dei dimostranti eran caduti, per paura o inciampando o urtati dai quadrupedi, ma senza che fosse calpestato nessuno. Su lastre di pietra scivolarono cavalli, trascinando a terra i loro soldati con rumor di metallo. Colpito da una sassata and in pezzi il globo d'un lampione. Nei luoghi ove la gente si era diradata, addosso ad uomini sparsi si gettavano drappelli di guardie. Sotto i portici di quel lato i fuggiti cercavano di ripigliar fiato; le donne si rialzavano le calze; alcuni guardavano ci che accadeva nella piazza, e tra questi era il poeta della Scacchiera, il quale osservava attraverso gli occhiali con attenta curiosit, sporgendo il grosso capo da un pilastro. Un certo numero di dimostranti, tutti uomini, restavano ancora nello spazio dove la truppa manovrava: mandando grida, insultando i soldati, si destreggiavano per non essere cacciati; anche scappando dinanzi ai cavalli gridavano ed insultavano sempre. Allora i cavalleggeri li cercarono ad uno ad uno, colpendoli con rabbia a piattonate. Come portati da una furia dei cavalli, ne arrivarono di quei soldati anche sotto i portici, ove si alzarono strida altissime.
In breve la piazza fu di nuovo sgombra. E la dimostrazione era finita, senza che vi fosse stata lotta, senza uno sparo. Metello, grondante di sudore, allontanandosi adagio per una via all'avanguardia d'un centinaio d'uomini che non si volevano separare, posava a caso lo sguardo sopra coloro che aveva attorno: una figura pallida di fornaio, figura d'uomo che non dormiva abbastanza, ed un vecchio operaio stracco che aveva una manica quasi staccata, ed un ragazzo sudicio che cantava l'inno da solo, con quanto fiato aveva. Ricordava gli agenti della polizia, le manette colle quali destramente pigliavan gente; rivedeva la folla mentre scappava davanti alla cavalleria. Ancora a questo punto era il lavoro che si doveva fare.
Da una via attigua giunse un voco; alcuni dimostranti ne tornarono di corsa, gridando: - Gli arrestati! - E Metello si butt in quella direzione. Passava uno dei carrozzoni senza finestre, sgangherati e stinti, tirati da magri cavalli, nei quali venivano trasportati i detenuti. Ora portava certamente qualcuno degli arrestati alle carceri. Lo scortavano quattro carabinieri a cavallo con le sciabole nude: udendo il calpestio e le voci di coloro che avevan seguito Metello, essi voltarono le cavalcature per respingere gli accorrenti, che si sbandarono. Ma Metello non si svi. Cadevano le prime gocce del temporale. Seguitando a correre verso il carrozzone, egli vide con la mente se stesso, un uomo massiccio e sfiatato, con un aspetto di scritturale, che inseguiva il veicolo ignobile: tuttavia era convinto che agire in quel modo fosse il suo dovere. Si attacc, sempre trottando, ad un fanale del carrozzone; cerc di afferrare le redini. Il guidatore, malvestito, che pareva egli medesimo un ladro od un falso monetario, impugn la frusta a rovescio, ne sbatt il manico sulla fronte dell'assalitore. Vol via il cappello. Metello barcoll, alzando un poco le braccia, e cadde a terra come un sacco, con un fiotto di sangue sopra un occhio.
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Capitolo 3. Anno 1898.
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Quando nel pozzo della trebbiatrice cadeva un'onda pi pesante di messe, il rumore era cupo, strozzato; la macchina soffriva. Il rombo continuo, il gridar della gente per farsi intendere, la fretta di chi porgeva i covoni, il rapido va e vieni dello stantuffo sopra la locomobile ed il girar del volante, tutto ci metteva nell'aria un affanno. Nel cortile dell'Amist era strano vedere il fochista che gettava carbone nel focolaio: col viso tinto e col camiciotto turchino faceva pensare ai macchinisti della ferrovia. Graziano guardava anche i coloni, i vicini venuti ad aiutare; vecchi e giovani eran presi da quell'ardore febbrile che forse era creato dalla macchina e che egli pure sentiva. Avvolti d'uno splendore di coraggio eran gli uomini ritti sul piano della trebbiatrice a dar la messe, perch in ogni estate accadeva che da quel posto qualcuno scivolasse dentro i terribili ingranaggi. Graziano ammirava specialmente Giusto, il secondo figlio dei mezzadri, il quale aveva soltanto vent'anni e faceva quel lavoro. Ansiet nell'aria, ma anche un'impressione di festa, il piacere della ricchezza uscente dalla macchina come se non dovesse pi cessare.

Regina, la maggiore delle ragazze, venne sull'aia a portar altri sacchi vuoti; aveva capelli biondi scuri tirati forte all'indietro ed era gentilina, con la vita sottile stretta nella cintura della veste di cotone; mostrava bei denti bianchi sorridendo; stordita gradevolmente dal frastuono, vi pareva capitata per caso. A ricevere i sacchi trov Remo, il servitore del podere vicino, che aveva denti belli come i suoi in un bel viso magro e bruciato. Nel passarsi questi sacchi, presso le bocche della trebbiatrice dalle quali sgorgava il grano, le loro mani si toccarono un istante senza volere, ed ella abbass gli occhi ed egli pensava forse di dirle che ancora non l'aveva potuta vedere in tutta la mattina; ma lo strepito empiva il capo. Regina tese la destra a raccogliere un po' di grano, che mandava un odore forte e freddo; il giovine pos i sacchi in terra con gran riguardo; vissero un momento pieno di delizia ed a loro il rumore sembrava una nube che li separasse da tutti. Ma apparve un altro vicino. Minotto, col suo muso gonfio e nero e coi piccoli occhi maliziosi; mise tra i due il testone impolverato, gridando: - Si sta bene all'ombra? - Regina scapp via.
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Vagamente si udirono i paesi sonar mezzogiorno. La gente e la macchina, per, non diedero segno d'accorgersene: prima di mangiare si doveva aver trebbiato l'ultimo covone. Cresceva il monte della paglia, crescevano le file dei sacchi posati in piedi contro il muro del portico, e sempre la trebbiatrice ingoiava messe, lo stantuffo andava fulmineo avanti e indietro, la cinghia di trasmissione oscillando scorreva, dentro l'aria, fragorosa e calda, sotto il sole abbagliante. Graziano sal a colazione poi ridiscese con un libro da leggere al fresco, ma non pot stare molto tempo lontano da quel lavoro. Quando l'ultima bracciata fu scomparsa nel pozzo, il macchinista, fermata la macchina, s'attacc al fischio, il quale fece sapere a tutta la campagna, sibilando a lungo, che il grano dell'Amist era trebbiato. Dopo, il silenzio parve strano, come se non potesse durare; di nuovo ebbero importanza i voli delle rondini. Per il pranzo a quanti avevan lavorato, la mensa era preparata con asse e cavalletti sotto il portico, e dalla cucina giungeva l'odore dei galletti e dei conigli cotti nelle salse aromatiche: gi le donne accomodavano le tagliatelle nei piatti grandi come catini. Gli uomini corsero a lavarsi nell'abbeveratoio accanto alla porta di stalla. Mentre poi la pappata era al principio, attravers il cortile Claudia con Gabriella, ed intorno alla gran tavola si lev un coro di voci a salutar la signora e farle inviti cordiali.
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L'indomani sull'aia splendeva il pagliaio nuovo e gli uomini gettavano il frumento all'aria per pulirlo, una palata dopo l'altra; ma il luogo era tranquillo. Era una vecchia casa di campagna, messa sopra un colle in mezzo ad una valle non grande, con un bel podere a prati campi vigne boschi. Sul cielo si profilava Luvo, disteso in cresta d'una collina pi alta. All'Amist Claudia aveva passate tutte le vacanze prima di sposarsi, orfanella che i ricchi cugini Gallant ritiravano dal collegio. Dentro la casa, tutta divertente e modesta, fatta di stanzette e sale con l'ammattonato, durava sempre quel tempo ed anche l'altro pi remoto nel quale la villa era nata. Sopra le pareti sempre quegli affreschi sempliciotti con laghi e castelli, o le tappezzerie raffiguranti foreste vergini piene d'uccelli del paradiso; in ogni stanza i mobili con le ghirlande napoleoniche o le cetre; nei corridoi le stampe con le scene di "Paolo e Virginia", ingiallite sotto il vetro; da cassetti ed armadi venivan fuori vesti di bisnonne, campanelli da tavola, scacchiere, almanacchi. Nomi incisi con la punta delle forbici si leggevano sulle pietre dei davanzali, e sopra gli stipiti delle porte era segnata la statura di ragazzi che adesso erano dei vecchi od erano gi morti.
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Casimiro Gallant, celibe, che viveva da solo a Rebbia, essendosi deciso a fare qualche restauro dopo lungo abbandono, aveva poi offerta la casa ai Farra per la villeggiatura; questa era la seconda estate ch'essi vi trascorrevano. Ora la villa aveva le facciate ridipinte; da un lato guardava il giardino, dall'altro l'aia e la casa dei coloni; ma molte bellezze gli anni le avevano guaste - giochi d'acqua, statue, pergolati - e nel rinnovamento erano scomparse. Claudia godeva di trovarsi l insieme ai figli, ripensando se stessa, "la povera bambina tanto disgraziata"; e nel profilo di Luvo poteva vedere palazzo Andosio.
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La sensazione che la campagna procurava sempre a Graziano era d'aver lasciato un mondo artificiale, tutto lisce pietre e linee geometriche e regole severe e gesti obbligati, per tornar ad una vita semplice e calda, in mezzo alla sincerit delle cose naturali, alla bellezza delle opere in cui la terra e gli uomini mostravano un felice accordo. Ma in nessuna vacanza non s'era mai sentito l'animo cos chiaro e vibrante come ora. Aveva quindici anni; terminato il ginnasio, aveva lasciati per sempre i maestri in veste nera e le lucide loro scuole; in autunno sarebbe andato al liceo governativo. Le terre dell'Amist erano vaste, piene di cose da scoprire, ed egli viveva le sue giornate all'aperto. Sul filo della collina il podere aveva due boschi, l'uno in alto, l'altro pi in basso, secondo l'inclinazione di quella cresta; nel primo era uno stagno grande circondato di vecchi pioppi, dove giravano sornione le tinche ed i pesci rossi scioccamente venivano ad annusar le foglie cadute sull'acqua; l'altro bosco aveva una montagnola con un cerchio d'olmi in cima. Prati e campi sembravano immensi. Dovunque alberi da frutto; un fico sporgeva i rami carichi sopra la terrazza di casa; nel giardino grandi larici agitavano fronde solenni e gli oleandri ridevano rossi e bianchi; tutto pareva esistere solamente per la felicit degli ospiti. La valle finiva in un burrone che si fingeva selvatico e non era. Piaceva a Graziano guardar le cose anche attraverso la scienza imparata: cercava nei prati piante descritte nel trattato di botanica; aprendosi un passaggio tra l'alte fragili erbe del burrone umido, cercava sulle pareti di tufo le strisce degli strati geologici, contento di riscontrare la verit di ci che aveva studiato. Tutto era egualmente certo, nel mondo, facile da conoscere; e ci che sapeva, gli sarebbe poi servito magnificamente. Ma amava le cose anche perch erano belle e perch vi sentiva significati misteriosi: nei fossatelli ove scendeva un filo d'acqua, come nelle enormi zucche tonde dell'orto che poi si vedevano sventrate in casa dei coloni. Amava stare coricato tra le piante del bosco a goderne la compagnia; amava l'odor d'incenso che avevano le galle delle querce, il cielo visto tra le vette fresche, ch'era un cielo diverso.
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Dei mezzadri, il cui nome era Crivelli, si vedevano sempre al lavoro il vecchio Urbano, bifolco, ed il nipote Giusto. Lavoravano talvolta insieme, ma pi spesso lo zio, con la gran barba piuttosto gialla che bianca, a lunghi passi tracciava i solchi dietro la mole ondeggiante dei bovi che qualcuna delle ragazze tirava per una piccola corda. Dove si udivano le voci dell'aratore o i colpi sordi delle zappe nella terra, sempre giungeva Graziano; si portava una zappa ed anch'egli lavorava, fin che era spossato e gli pareva che tutto il sole, tutta l'aria della campagna divenissero vita nelle sue vene. Era in simpatia con ci che gli stava intorno; pensava che la terra era egualmente bella ovunque si potesse arrivare e che egli avrebbe sempre posseduta quella bellezza.
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In una stanza della villa, appartata e tenuta buia perch non serviva, c'era sopra un cassettone una vetrina piena di libri. Il giorno della scoperta il ragazzo aveva letti con emozione nomi e titoli; la sua impressione era stata d'aver messe le mani sopra una ricchezza abbandonata. Amava quei volumi anche come oggetti: collezioni di classici stampate nella prima met del secolo, rilegate con belle costole di pelle rossa o verde o nera, con ritratti fantastici degli autori e odor d'antico tra le pagine. Era lettura, era sogno il tempo ch'egli passava in riva allo stagno o sulla montagnola con uno di quei libri? Ora capiva meglio ci che stava avvolto nelle parole, quel segreto, quell'incanto; ma spesso il suo spirito s'allontanava dalle pagine come portato dalle spire d'una musica. E un desiderio profondo si faceva sentire in lui, di scrivere. Era anche una volont. La vita, tutte le cose che si vedevano, erano cos belle e piene d'interesse, che bisognava scriverle per impadronirsene pienamente. Si accennava nella sua coscienza l'idea d'aver qualcosa di comune con quegli autori, con gli uomini meravigliosi la cui esistenza s'era versata in opere immortali; di essere uno di loro; ma cos vaga, ch'egli non poteva nemmeno capire quanto fosse bizzarra. In qualche momento sentiva, come una realt nascente dentro di lui, ancora informe, la poesia che avrebbe espressa. Non era mai stato cos contento. Aveva la sensazione che il cielo il sole gli alberi le colline sapessero chi era e ne fossero soddisfatti: avrebbe voluto accarezzare l'aria, parlar con gli alberi, baciare la terra.
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Una mattina presto, per spartire il grano, giunse il cugino Casimiro. Aveva cinquant'anni passati ed era piccolo, magro, brutto, molto cortese, con lunghi baffi ben lisciati. Guidava un carrozzino a due posti tirato da un anziano cavallo di lusso; vestiva da cacciatore, con alte uose; aveva accanto il fucile ed un ragazzetto palafreniere in guanti e berretto da fantino. Dal tappeto del veicolo balzaron su due grandi bellissimi cani, i quali scambiarono latrati chiassosi col cane dei contadini. Da un pezzo i mezzadri, scendendo in citt, sollecitavano il padrone a far la divisione; egli non trovava mai il tempo.
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- Dove le avete levate, le pernici? - domand, e subito se ne and in giro col ragazzetto che portava il carniere e fischiava ai cani sguinzagliati. La caccia era nell'annata la sua attivit principale, per non trovava molto tempo nemmeno per questa. Quando gli avvocati ed i possidenti della piccola citt combinavano le partite che servivan di pretesto soprattutto a copiose e magistrali imbandigioni, sovente Casimiro si scusava all'ultimo istante. Era sempre occupato in singolari faccende. Nella sua comoda abitazione di Rebbia aveva accanto alla camera da letto una specie di laboratorio dove eseguiva lavori minuziosi e perfetti accomodando quanto vi fosse d'accomodabile nella sua casa ed in quelle degli amici; la sera, spesso, si ritrovava ancora in pantofole con la barba da fare. L'amore della perfezione era un suo malanno: studiava nei manuali i metodi di coltivare e quelli di fare il vino, ma non gli riusciva nessun esperimento; i suoi cani dovevano essere i migliori della provincia, i fucili erano i pi costosi; sulla scelta delle polveri e del piombo sosteneva al caff lunghe discussioni. Il suo affannarsi per un genere di cose o per l'altro avveniva sempre ad estri, non durava. Nel circolo dei signori scoppiavano ad intervalli febbri contagiose di gioco d'azzardo: Casimiro vi aveva lasciate assai penne. Ma la parte maggiore della giornata svaniva nei sonni ch'egli faceva sopra i sof e le poltrone dell'appartamento. Con tutto ci era sempre il rappresentante d'una delle prime famiglie del luogo; godeva ancora il riflesso della grandezza di suo padre, il quale era stato un sindaco pieno di generosit e di fantasia.
Per la colazione si fece molto attendere ma torn con due pernici. A tavola uno degli argomenti della conversazione fu il vecchio Farra.
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Non lo vede nessuno, - diceva il cugino. - Non  pi d'accordo con nessuno. In politica non c' uomo in tutta la citt che da lui sia stimato. Nel suo giornale esprime se stesso. E chi ? Quali principii rappresenta? Il "liberalismo storico" dice. Combatte i socialisti ma non vuole alleanze coi cattolici. Spreca molto denaro, nel giornale. Avrebbe dovuto vendere ogni cosa quando c'era chi comprava; smettere di far lo stampatore ed il libraio! Adesso ha l'ipoteca sulla casa; col prestito che gli  stato concesso dalla banca, lo tengono nelle loro mani.  questione di tempo. Perch si ostina? Tutto il giorno sta chiuso nel cos detto ufficio.  la maniera di vivere?
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Mentre il cugino ne parlava, con un tono dispettoso in cui si sentiva un disprezzo per la bottega e la stamperia, Graziano ricordava il nonno come l'aveva visto durante la visita che di recente gli aveva fatta passando a Rebbia. Dalla porticina della stamperia il vecchio gli aveva mostrato che dalla macchina usciva sempre quel suo foglio. "Tacere? Non possumus". Ma gli era parso impaziente d'esser lasciato solo.
Quando sull'aia vi fu ombra abbastanza, Casimiro scese a fare la spartizione. I coloni versavano dai sacchi nello staio; egli stando in piedi col cappello un poco di traverso e con un lungo sigaro in bocca, dava un colpo di rastrello ad assestare il grano e poi un altro a radere la misura, fiero della destrezza con la quale operava. Al secondo figlio dei mezzadri, Giusto, mostr che uno dei sacchi aveva un buco, donde il grano usciva.
- Sar stato un topo - disse il giovine, e si gratt sorridendo.
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- No, - replic serio il padrone - sono le tue sorelle che temono di guastarsi le mani a cucire la tela grossa. Ma non c' da ridere e non sta bene grattarsi. - Finita la divisione, risal nel carrozzino, tra l'abbaiare contento dei suoi cani che uno dopo l'altro vi saltarono. Si ud poi a lungo per la discesa lo stridore delle ruote frenate.
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Graziano s'era accorto che Giusto, del rimprovero ricevuto in presenza di tutti, era rimasto offeso ed aveva continuato a lavorare col broncio. Guard nell'aia, non lo vide pi. And a cercar fuori, dove fosse; gir alquanto, fin che sent la sua voce, sola nello spazio tranquillo. Tagliando canne in fondo ad un prato il giovine cantava, pi forte che potesse, la storia di un anarchico giustiziato in Francia quell'anno, che nessuno dei suoi gli lasciava mai cantare.
"Disse al carnefice:
- Non mi toccar!
La ghigliottina
voglio guardar".
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La famiglia Crivelli, che aveva migliorata grandemente l'Amist, la amava come terra sua, e forse non pensava pi che non fosse sua. Urbano e Cleto, fratelli, vi erano dal tempo in cui, per cercare collocamento pi redditizio nella regione delle vigne, avevan lasciata la pianura dov'erano nati, non tanto lontana, della quale essi parlavano come d'un'altra parte del mondo. Il loro vecchissimo padre, inabile al lavoro, non aveva voluto abbandonarla, era entrato in un piccolo ospizio e l era poi morto. Sulle colline Cleto era venuto con la moglie e tre figli; tre altri erano nati qui. Un buon podere; ma erano sempre senza denaro, nemmeno al tempo dei raccolti non riuscivano a liberarsi dai debiti contratti coi bottegai di Luvo e della citt. Perch Casimiro Gallant non aggiustava mai le partite; con infinita pena gli si strappava qualche acconto. Succedeva che Cleto non potesse pagare i giornalieri ed alla domenica gli mancassero quei pochi soldi da dare ai figli; pure, col padrone andavano innanzi all'amichevole, al sistema avevano fatta l'abitudine. Marta, la massaia, si confidava con la signora Farra perdendosi in lunghe lamentazioni che le stavano bene a viso avendo ella un'espressione di Madonna Addolorata. Brava gente, onesta e poco curante dell'interesse. Cleto non voleva pensare ai fastidi; scherzava sopra tutte le cose con una punta d'ironia benigna. "Proviamo un po'" aveva per intercalare. Il suo pensiero era che bene o male si viveva, anzi bene, insomma. Se era chiamato arbitro in una questione o se andava a comprare vendere bestie in citt si ubbriacava un poco; ed allora non rincasava che a buio, di nascosto raggiungeva il suo letto, per non farsi vedere da nessuno. Non ancora vecchio, egli non faceva un gran lavoro, non vi reggeva pi. Lavorava poco anche il maggiore dei figli, Dionisio, bel giovine alto, con lunghi baffi e viso nobile, ma pallido, senza fibra. Ad una strana malattia di cui aveva sofferto anni prima, nessun medico del luogo n dell'ospedale di Rebbia aveva saputo dare un nome con certezza; lo avevano giudicato paralitico spacciato, ed invece era guarito ma gli era rimasta quella stanchezza, gli era soprattutto rimasta la persuasione di non poter pi fare fatiche, un animo di malato. Era il preferito di Marta che lo viziava. Gli altri pensavano che ora egli fingesse per poltroneria.
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Pure, le molte opere necessarie si compivano, le coltivazioni dell'Amist erano esemplari. Celibe, di alcuni anni pi anziano di Cleto, Urbano viveva in casa come un fratello minore, ma nei lavori comandava lui, era il maestro. La prima idea di chi lo vedeva, pi che d'un uomo era d'un albero, tanto la sua alta gagliarda persona, risecchita dall'et, appariva dura e resistente, tanto la pelle del viso e delle mani somigliava alla corteccia degli alberi. Andava sempre a passi lunghi e non stava mai a sedere; le rare volte che rideva, mostrava lunghi denti robusti; la sua bellezza era la barba di patriarca, ma durante la settimana vi faceva dei nodi, per scioglierla soltanto alla festa. Egli stabiliva il giorno di ciascun lavoro, distribuiva le fatiche; teneva all'ordine i carri, gli attrezzi, sorvegliava tutti ed era il custode d'ogni cosa. Compito suo particolare era il governo delle bestie, con tutte le bisogne attinenti, portar il grano al molino, arare, condurre le vacche dove alla loro stagione era necessario. Dei grandi e docili buoi, ed anche delle vacche, mansuete o bizzarre, e dei vitelli ch'esse facevano, mostrava un rispetto religioso: non chiedeva mai pi del lavoro o dell'utile che potevano dare, badava prima alle bestie e poi a se stesso. Sovente, quando tornava col carro da Luvo o dalla citt, mangiava tardi, da solo, adagio, e ci gli piaceva molto.
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Il suo allievo migliore era Giusto. Non si dicevano mai niente se non per necessit, ma sapevano la stima che l'uno aveva dell'altro. Delle ragazze il vecchio bifolco era il tiranno; voleva trattarle come maschi; a misura che crescevano, si mostrava pi aspro, strapazzava l'istinto femmineo che le volgeva alla vanit e che le allontanava dalle fatiche grosse. Per il cortile, sotto il portico della casa colonica si trovavano sempre sparse cose di Urbano, formidabili scarpe, cappelli modellati dal lungo uso, il suo pungolo di frassino con l'impugnatura lucidata dalla mano. Anche se non si vedeva quella gran persona e non si udiva la voce potente che stimolava i buoi, la sua presenza all'Amist si sentiva sempre. Per il suo lavorare egli riceveva solamente abiti, cibo, qualche soldo da comprar il tabacco da masticare. Non chiedeva mai niente. Era contento, andando attorno, di sentirsi lodare la bella barba, e gli piaceva il posto distinto che aveva nelle processioni; ma di queste debolezze umane si rimproverava. Il luogo perfetto della sua esistenza, il suo possedimento era lo stanzino ove dormiva. C'era un saccone ed una sedia; i muri eran tappezzati d'immagini sacre a colori, tra le quali una grande oleografia in cui erano raffigurati, con un numero sopra il capo e col nome di ciascuno in un elenco, tutti i pontefici da San Pietro in poi. Otto di loro avevano portato il nome di Urbano, come lui. Lo stanzino era in fondo al portico; oltre l'ingresso non aveva altra apertura che una stretta finestra, la quale guardava un ripido prato: il vecchio pensava che era la sua cella. Vi teneva sopra un'asse molti libri religiosi, storie di martiri e di santi.
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Tutta la vita l'aveva trascorsa sulla terra coltivata, fuorch gli anni in cui era stato soldato in una Sicilia rimastagli in mente come un paese favoloso; era poi sempre vissuto insieme alla famiglia del fratello. Parlava di rado del proprio passato; del resto, non parlava quasi mai di se stesso; nessuno l'aveva mai inteso dire: "Ho fame, ho sete, sono stanco"; mai protestava contro il freddo o il caldo o il maltempo. Mangiasse solo oppure con gli altri, anche quando il pasto si consumava in campagna, prima recitava il Benedicite stando in piedi, alto e rigido. Sul lavoro gli accadeva per di lasciarsi trasportare dalla collera, di strepitare; dominandosi chinava la barba sul petto con aria pentito. Ogni ritaglio di tempo lo impiegava in quei lavori ch'erano tanto necessari e che nessun altro sapeva o voleva fare, come rimetter pioli ad una scala, accomodare le museruole dei bovi. Chi passava di notte per la strada sotto l'Amist gi immersa nel sonno, vedeva qualche volta un po' di lume nella sua finestrella: Urbano leggeva le vite dei santi. Una pace meravigliosa occupava allora l'animo del vecchio bifolco; egli si sentiva intorno l'onesta casa e la campagna da lui lavorata, e nello stesso tempo era vicino al cielo dei santi, alla vita di Dio. Ma sempre aveva di tutte le cose un'idea semplice: lavorar la terra, guadagnarsi il paradiso. Cos vedeva la propria esistenza. Alla gente mostrava un'umilt di vecchio peccatore appena degno d'entrare in chiesa restando nelle ultime file; anche davanti a se stesso si umiliava; pure, a volte aveva il pensiero di somigliare un poco ai santi e forse di essere un santo.
Quasi ogni giorno alla tavola dei Crivelli, in quella cucina nera di fumo e lucente dalla quale si udivano nella stalla attigua i buoi soffiare, sedevano ospiti: qualche giovine dei dintorni venuto ad aiutare nell'opere pi gravose. Saliva a dare un saluto chi capitava da quelle parti; la domenica uomini e donne tornanti dai vespri di Luvo venivano in visita; tutta gente povera, mezzadri o piccoli possidenti, ma di buon umore. Comparivano spesso il vicino Minotto dal viso gonfio e nero, innamorato di tutte le ragazze, un rozzo Taureno che faceva il chirurgo dei cani per diletto, ed un ragazzo soprannominato Lilibeo, figlio d'un contadino morto pazzo, che passava da un podere all'altro parlando parlando parlando. Parecchi dei visitatori venivano anche per farsi leggere i giornali dati dai Farra.
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La vita dell'Amist aveva un colore vivace e nei dintorni se ne discorreva sempre. Quella piccola valle che dava l'idea di un luogo privato, chiuso, con le terre i casali le strade le borgate che si vedevano mandando in giro lo sguardo, era qualcosa di unito e d'armonico. Ci che vi accadeva, era una rustica rappresentazione a cui tutti prendevan parte. Sembrava grande come la mano; si udivano le chiese scampanare, i bambini piangere, i piani meccanici e le bande sonare nei giorni delle feste; si conoscevano da lontano le voci delle persone; si sapevano i fatti di ognuno. Cos tutti sapevano che da Rebbia un sensale di matrimoni era venuto a parlare ai genitori di Regina per un possidente ricco che la voleva. Costui risiedeva nella pianura presso la citt; incontrata una volta la ragazza alla festa d'un santuario, se n'era innamorato. Regina non aveva ancora diciott'anni. Quando a casa impastava le tagliatelle sulla madia, con le braccia fini e bianche scoperte, con quel sorriso un po' riservato, pareva sempre una signorina che facesse per capriccio; mentre sua sorella Fede, quindicenne, era ingombrante e rumorosa. Regina parlava poco ma aveva il capo pieno di fantasie. Una grande occasione per una figlia di poveri mezzadri quella richiesta. Si sapeva per a chi pensava Regina. Nominavano Remo, quel giovane tanto bello che la domenica a Luvo tutte le donne guardavano ma che era soltanto un servitore di campagna. Con Remo la ragazza aveva parlato raramente; insieme ad amiche era stata qualche volta accompagnata da lui andando a messa; non aveva nemmeno mai ballato col vicino, essendo il ballo proibito in paese dal severissimo prete che sempre lo governava. Pure, essi sapevan bene di amarsi. Della proposta del ricco nessuno in famiglia discorreva mai con Regina; soltanto la madre gliene faceva parola, dicendo: - Pensa che ha della terra! - Una domenica il pretendente venne. Era un uomo grassoccio, timido, vestito di nero, che entr nel cortile asciugando il cuoio del cappello bagnato di sudore e mostrando la fronte gi troppo alta. Giusto non era ben disposto verso quel possidente che voleva sposare la sua sorella senza nulla: se ne and in campagna per non conoscerlo.
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A causa del poco lavoro che facevano Cleto ed il figlio Dionisio, quasi sempre vi era nel podere qualche bracciante avventizio. Sempre i medesimi individui strambi che campavano passando da un podere all'altro e facendo nell'annata il giro della regione. Veniva Franzino, buon diavolo di brutto ceffo, che parlava solamente alla festa, perch aveva bevuto, ed allora diceva tutto ci che aveva taciuto lungo la settimana. Si seguivano, talora a distanza di pochi giorni, Ciro e la Riccia, vecchi fratelli ch'erano stati anch'essi mezzadri: la donna aveva un gruzzolo, non si sapeva dove, e sfuggiva il fratello per timore che volesse denaro. Bell'uomo e buon lavoratore era ancora Magallo, sebbene innanzi negli anni, persona amante dell'ordine la quale aveva la campagna per guardaroba e lasciava capi di vestiario ed oggetti in custodia ove passava a lavorare. Magallo era stato soldato nella spedizione di Crimea, e dappertutto raccontava sempre quel tempo grande della sua esistenza, come se ci fosse il vero scopo del suo andar girando.
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Inoltre l'Amist vedeva ricomparire ad intervalli i mercanti girovaghi ed i randagi quasi pazzi che riuscivano a campare senza lavorare. Ogni giorno qualcuna di queste figure si mostrava, tra l'abbaiar furioso del cane, all'ingresso del cortile; ogni notte il fienile dava ricovero a qualcuno. Con la gente vagabonda venivano le notizie di quanto succedeva oltre le colline; anche delle coltivazioni e dei raccolti. Una franca allegria entrava nel portone con Ghianda, il pi contento straccione che battesse le strade: costui s'era mangiato quanto possedeva, e girava a piedi nudi nella medesima regione dov'era stato padrone di poderi, sempre scotendo l'aria con larghe risate.
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A Graziano l'Amist piaceva tutta. Ma di tante persone una sola aveva con lui vera confidenza. Giusto. Questo tarchiato ragazzo aveva gi baffi grossi, barba cos fitta e nera che alla festa, rasato, pareva un altro con quella pelle biancazzurra intorno al viso. Il carattere della sua testa, rotonda, dura, dalla mandibola un poco prominente, coi capelli tagliati corti, era di cocciuto contadino. La domenica si metteva il vestito buono, al collo il fazzoletto di seta, orologio e catena, e andava a Luvo, alle borgate. A volte lo si vedeva presto di ritorno, perch preso dalla noia o perch non aveva soldi da stare in compagnia. Nei giorni feriali non aveva indosso che calzoni rotti, una camicia aperta sul petto, zoccoli o scarpacce non allacciate. Talora prendeva lo schioppo che serviva a custodir le vigne quando l'uva era matura, e scappava nei boschi; ma non pigliava che piccolissimi uccelli o le gazze di dura carne, che poi voleva farsi cucinare. All'infuori dei momenti di luna, nei quali appena rispondeva, il suo maggior piacere era discorrere con Graziano. Ai suoi occhi questi rappresentava "i signori", la vita della citt grande, e soprattutto quella importante e fortunata condizione che era lo studiare.
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La sera dopo cena sedevano insieme sopra un tronco d'albero che serviva di panca nel viale d'accesso al podere; il contadino rivolgeva all'altro molte domande. In cima al vasto declivio dei prati e dei campi, guardando la collina scura di Luvo con pochi lumi e le grandi stelle estive, rimanevano finch la voce perentoria di Urbano chiamava il nipote e lo mandava al fienile dove in quella stagione dormiva. Giusto voleva talvolta sapere come si movono le stelle e che cos'era l'Impero romano; in altre sere s'accontentava di sentir descrivere i tranvai elettrici e le automobili che cominciavano a girare nelle grandi citt. Egli non era mai andato pi lontano che a Rebbia.
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- Noi, poveri cavaterra, non vediamo niente, non sappiamo niente. - Parlava del continuo "strapparsi il collo", del faticare tutta l'annata, come d'una condanna. Anche dell'inverno parlava: neve, notti lunghe, dormire come marmotte. Ma ad ogni altro discorso preferiva quello riguardante Metello Farra, questo deputato socialista che poc'anzi, a Milano, era stato tra i capi d'una grande insurrezione e poi non s'era lasciato prendere. Era vero che aveva potuto passar la frontiera? E che sarebbe tornato per il processo? Graziano rivedeva una fronte accesa, col segno che da tempo portava, di un colpo di frusta.
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Alle persone della propria famiglia Giusto non faceva un sorriso; non accettava gesti d'affetto neanche dalla madre, come cose da fanciullo, prove d'animo debole. Tra lui ed il fratello pallido era una freddezza terribile: si passavano accanto, lavoravano insieme, mangiavano alla stessa tavola, come senza vedersi. Del resto, lo stesso Urbano parlava poco al nipote "malato", poco lo guardava, giudicandolo tra s un signore sbagliato, un uomo indegno di vivere sulla terra coltivata.
A Graziano l'amico Giusto sembrava completamente solo, separato da tutto il mondo. In qualche momento di riposo il giovine contadino stava seduto in disparte, a pensare, e guardava sopra le colline come un carcerato guarda sopra il muro della prigione.
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Nel pesce appena tolto dal barattolo, che si dibatteva con scatti elastici, Graziano non aveva avuto il coraggio di affondare la punta del temperino. "Cyprinus auratus": tra quelli dello stagno uno dei pi grandi, roseo con macchie color ciliegia e coda a frange dorate. Lo aveva lasciato in secco sul tavolino perch morisse, ma lo ritrovava sempre vivo. Il giorno dopo, finalmente, era immobile e la lama os incidere il tenero ventre. Il ragazzo sapeva come si tiene il ferro anatomico. Questa occupazione, poich egli pensava che lo rendesse un poco simile a suo padre, gli diede un senso d'orgoglio. I visceri semplici e puliti che tante volte aveva visto uscire da ventri di pesci sotto le forbici d'una cuoca, ora li confrontava con una figura del libro di zoologia: A, il bulbo arteriale; B, la vescica natatoria; C, il fegato. Si riconoscevano bene. Anche la scienza era un modo d'impadronirsi della realt. Provava per un'impressione strana, uno spiacevole sentimento, come se la verit che aveva sott'occhio, quella materia organizzata, quel lavoro della natura, fosse misero e brutto. E poi, s'egli non l'avesse tolto, il pesce ora continuerebbe a girar nell'acqua tranquilla agitando le pinne come molli ventagli e mandando su bolle d'aria.
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Dal giardino la madre lo chiam con festosa fretta. Graziano scese di corsa. Era giunta una lettera da Jena, dove il padre era andato per un congresso sul tema della tubercolosi. Scriveva brevemente ma con calore che la relazione da lui fatta in tedesco aveva avuto successo; che la traduzione tedesca del suo trattato era accolta con molto favore; infine che aveva accettato per l'anno prossimo l'invito a tenere un corso di lezioni dimostrative sul metodo Sparvieri, con la variante trovata da lui, nell'universit di Berlino.
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Il sole, gi tanto bello, divenne ancora pi luminoso; l'aspetto delle cose familiari si fece ancora pi amichevole; tutto ci che i sensi percepivano, era gioia e promessa di felicit. Sopra la busta della lettera i francobolli ed i timbri stranieri dicevano: " vostro tutto il mondo". Claudia and in cerca della bambina per dare la notizia anche a lei. Passando dal giardino nei prati, Graziano port - cos gli pareva - l'anima a godersi la festa. Ad un tratto si trov in mente l'idea di mettersi subito a scrivere, per essere degno del padre e fare anch'egli qualchecosa. Si trov pure il soggetto da trattare. Vedeva Ghianda, il randagio, pi bello forse che non era veramente, disegnato con contorni ancora pi marcati e con pi teatrale fantasia. L'uomo di bronzo che ridendo andava a piedi nudi, testa nuda, petto scoperto, sotto il sole d'agosto e nella neve, camminava attraverso la vita come un estraneo. Perch? Che cosa lo faceva tanto diverso dagli altri? Come si era liberato dai doveri, dalla servit, dai dolori di tutti gli altri? Essi faticavano, ed a lui non importava niente dei raccolti, del denaro, dei giorni che passavano. Mangiava la minestra degli altri, dormiva nell'ombra che gli altri non erano capaci di godere. Diceva poche parole e sempre le medesime, donde veniva, dove sarebbe andato. Rideva, non faceva altro che ridere. Per ci, forse, tutti lo vedevano volentieri, lo amavano. E non era affatto un idiota. Anzi, la gente aveva l'impressione ch'egli sapesse una cosa importante ignorata da tutti e che sempre vi pensasse. Ghianda, il vagabondo bello come un dio un poco invecchiato, pulito come ripuliscono la pioggia ed il sole. Nel suo lento e continuo girare, un giorno capitava in uno dei poderi ch'erano stati suoi, rimasto tal quale; rideva, mangiava la minestra, tornava a ridere; ma non diceva una parola, nemmeno una. Per paura che l il segreto gli sfuggisse; perch gli altri non venissero a sapere ch'egli era l'uomo felice. Nella immaginazione di Graziano tutto ci era perfettamente vivo, illuminato e sonoro.
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Nel racconto si sarebbe veduta la campagna intorno all'Amist, con la vera gente che l'abitava. Quando torn al suo tavolino per incominciare senz'altro, vi trov il pesce coi visceri fuori, del quale s'era dimenticato, e and a buttarlo sul letamaio.
Anche nel fare i componimenti di scuola aveva provato, dinanzi alla carta bianca da riempire, un turbamento: un dividersi in due individui, l'uno che scrive e l'altro che giudica e dissente; il senso d'una responsabilit, di un pericolo, del pericolo di tradire se stesso. Ben pi forte lo provava ora che non aveva alcun obbligo di scrivere. Insomma, si diceva per farsi coraggio, non era che una prova. Il lavoro doveva avere proporzioni modeste, tuttavia gli usciva dalla penna adagio; ad ogni passo egli rifaceva, ed era sempre pi scontento, quasi deluso di s. Ci che nella mente era tanto chiaro, vivo, e tanto bello, sulla carta si guastava. Quel felice straccione, la campagna, la vita, il mondo, ch'erano solidi, splendenti di verit, diventavano molli e falsi; e somigliavano a qualche cosa gi scritta da altri, gi stampata. Sotto la penna gli venivano parole come quelle usate nei componimenti, espressioni dei classici che ora leggeva, ed anche altre lette chiss dove. Come c'entravano con Ghianda, con le terre di Luvo? Guastavano il lavoro, mentre egli sapeva cos bene come le cose erano, le aveva davanti agli occhi. Un avvilimento. Poi, nel rileggere, il racconto gli pareva opera d'un altro: era uno specchio nel quale egli si trovava assai diverso da quel che credeva d'essere.
Tuttavia, nelle pause, tornando alla vita solita, si sentiva piacevolmente cambiato, come se vedesse ancor meglio la bellezza delle cose; era in uno stato di leggera ebbrezza, come uno che abbia appena cessato di cantare. Scriveva presso il balcone della sua camera, sporgente sul piccolo giardino. Ne saliva una pace dolce, con l'odore stimolante degli oleandri, dei larici; i rumori della campagna eran lontani, ma lontani gli sembravano anche quelli dell'Amist. Nel giardino ogni tanto la madre e Gabriella si parlavano. Gabriella era cresciuta assai, piena di forza vitale, bruna, coi grandi occhi dei Farra; giocava con ago e tela a cucire accanto alla mamma; quando aveva il permesso, amava anche pascolar le vacche insieme ad Uliva, la figlia minore dei Crivelli, o modellar fantocci di creta insieme a bimbe dei vicini: sempre linda, per, con i suoi nastri intatti.
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Appena il racconto, dopo qualche giorno, fu terminato e ricopiato, Graziano lo lesse alla madre, la quale sapeva soltanto ch'egli si era messo ad una piccola prova. Non s'era dissipato nel ragazzo quel senso di delusione; lavorando aveva sentito mancargli l'ispirazione, una forza segreta che operasse da s. Ma leggendo, solo con la madre nella vecchia sala, la vide vibrare, consentire come se lo scritto fosse anche suo; si sent unito a lei, suo figlio, in una maniera nuova. Dalla madre, senza che ella parlasse, veniva una fiducia che lo rinfrancava. -  bello. Sono contenta, - disse Claudia alla fine. - Fai bene a scegliere queste cose che ti stanno davanti agli occhi. - Lo abbracci lungamente. Il figlio pens che aveva appena quindici anni e che avrebbe imparato a scrivere le cose come le vedeva. Del manoscritto fece un plico; lo mand ad una rivista importante diretta da uno scrittore anziano e fortunato, il quale nelle fotografie mostrava un viso di galantuomo. Presto incominci ad aspettare la risposta.
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Da Luvo fu portata la notizia che la figlia dei Lanciarossa era ammalata di tifo. Aveva adesso quasi diciannove anni, era sempre pi grassa. Si sapeva che i genitori sognavano per lei un matrimonio straordinario ed avevano in progetto di passare l'inverno prossimo a Torino per trovarle lo sposo. La malattia prese una piega assai cattiva. -  ancora peggiorata. Difficilmente la scampa. - Un mattino la notizia fu che Jenny era morta. Le voci del paese descrissero il dolore terribile del padre, la madre quasi impazzita; e la rapida morte, venendo giudicata un castigo divino a quei genitori, si tingeva d'un colore pauroso e solenne. Quanto al partecipare o no ai funerali, perch la signorina non era figlia legittima, la popolazione si divise; fu per pi grande il numero dei pietosi. La signora Farra mand una donna di servizio con un mazzo di fiori.
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Ella saliva a Luvo solamente la domenica per la messa. Ma del vecchio paese decaduto si conosceva giorno per giorno quella che bisognava pur chiamare vita. La maligna opposizione di Costante Breme aveva sempre impedita la vendita della Stellata; egli aveva data la sua serva ambiziosa in moglie al figlio, Mercurino, il quale non aveva mai affrontato l'esame, e questa donnetta era la vera padrona del luogo, vi trionfava. Con le schede del vocabolario non ancora terminato, il professor Gregorio e Clemenza andavano a villeggiare altrove, intorno a Torino, per non vedere la nuova parente. Barbara, gi madre di tre figli, viveva adesso in un podere che suo marito aveva ereditato, alla Madonna dei fiori. Sempre vivo era il Re dei Re, il Messia acconciato come Garibaldi; caduto per da una pianta su cui era salito a coglier fichi, s'era spezzata una gamba e doveva predicare dal letto, senza speranza di riportare in piazza la sua sciarpa rossa ed i suoi ciondoli.
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Saliva di rado al paese anche Graziano. In ogni estate vi incontrava pi volte Daniele del Tessitore, sempre bell'uomo sebbene i baffi biondi si fossero scoloriti, sempre col suo tono altero e con quel modo severo di guardare. Ogni volta Daniele si mostrava contento di poter parlare di Aleramo. Aveva spiegato ch'erano stati amici fin da ragazzi. - Ho tre anni pi di lui; mi dava retta quasi sempre. - Anche quell'anno chiese a Graziano se lo avessero cambiato di penitenziario e come sopportasse la pena. - Lavorare da sarto, pover'uomo! Era nato gran signore. - Graziano comprendeva che l'interesse del contadino per il recluso nasceva da sentimenti sinceri e nobili; provava tuttavia un certo dispetto ch'egli volesse entrare nel segreto della famiglia, averci quasi una parte.
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- L'et  ancora buona, - concludeva l'uomo. - Bisogna che resista, per poter tornare fuori. La grazia l'avr.
Dopo settimane di arsura che alla gente cominciavano ad ispirare inquietudine, una mattina si vide il tempo mutare. Attraversarono il cielo grosse nubi bianche, isolate, che sembravano portare qualche avviso misterioso; nel pomeriggio altre ne comparvero ma scure ed unite, salirono dall'orizzonte come un coperchio che si chiudesse; scomparve il sole, si diffuse nello spazio una luce morta, triste, sebbene l'aria rimanesse trasparente; un vento veloce, che anch'esso dava brividi di tristezza, prese a rader la terra agitando gli alberi, strappando foglie, mulinando paglia e fuscelli sempre pi rabbiosamente. Poi, sotto il coperchio del tutto chiuso, si collocarono molto bassi - come prendendo un posto loro assegnato - dei nembi neri; ed allora si fece un'oscurit nella quale le cose parevano aver cambiata natura, tanto era sinistro il loro aspetto. Lampi lividi, vicini; tuoni potenti. All'Amist primi a ritirarsi erano stati le galline ed il gallo; quindi comparve Dionisio, pieno di freddo; le donne corsero a raccogliere panni sciorinati, gridando; tutti tornavano a casa, con viso ansioso, anche Urbano che in fretta fece entrare i buoi nella stalla. Turbate erano anche le rondini; pure, continuavano a volar sull'aia, tra fulmini pi abbaglianti e scoppi pi fragorosi. - Pregate - disse il bifolco, riapparendo sull'uscio di stalla, alle donne che guardavano il cielo dalle soglie delle stanze. Si fece un gran segno di croce.
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I paesi misero in moto le campane, che non sembravano quelle degli altri giorni. Si respirava con pena, si aveva l'idea confusa che dovesse accadere un fatto terribile. Presto, dopo un breve picchiar di goccioloni, l'acqua cadde a fasci, a schiaffi, a ondate, e tutto ci era un'acqua sola, come se potesse cadere ad un tratto quanta ve n'era in alto, per essersi rotta chi sa quale cosa nel cielo. Non si vedeva niente altro; l'acqua. E quasi pareva notte. Poi s'intese sulle tegole, sui muri, sugli attrezzi, il batter della grandine. Le palline di gelo divennero subito straordinariamente fitte; saltavano sul terreno come animate; quel rumore, sopra i tetti i vetri gli alberi il suolo, cresceva cresceva. In breve l'aia fu bianca, i tetti furono disegnati di bianco, e questo biancore dava un senso di rovina come il freddo che s'era sparso nell'aria. Gli uomini, con le mani in tasca, guardavano immobili stando sotto il portico o sotto l'arco del fienile; ad intervalli si udivano ancora, ma come moribonde, le campane. Cleto scapp dentro casa per non pi vedere; Urbano, in ginocchio nel suo stanzino, continuava a pregare. Straziante era il pensiero che sotto le sferze d'acciaio bianco stavano i filari delle vigne coi loro grappoli. Dopo un tempo che nessuno avrebbe saputo dire quanto lungo, insieme alla grandine riprese a cadere acqua, i chicchi si fecero sempre pi radi, cessarono. Alzatosi di nuovo il vento, le nuvole pi brutte si allontanarono come una banda di assassini quando il delitto  compiuto; per la volta squarciata pass una luce anch'essa d'acciaio, inumana, e non si cambiava quell'aura di gelo, di morte. Si vide che in terra erano molti ramicelli e foglie; c'era anche molta grandine che non si scioglieva, e nessuno la toccava, era guardata con orrore. Improvvisamente torn a mostrarsi il sole: tutte le cose, lustre e gocciolanti, brillarono. Senza dire una parola, Giusto and nelle vigne a veder il danno; poi andarono gli altri uomini ed anche le donne; rientrarono con facce ancora pi scure.
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Dopo la visita del pretendente, Regina avrebbe dovuto prendere una decisione perch i suoi gli potessero dare una risposta: ella non aveva pi parlato, il sensale non era riapparso, in famiglia nessuno le aveva pi detto niente a quel proposito, cos la ragazza s'era abbandonata alla speranza che il progetto fosse da tutti dimenticato. Ma ora si rimise a pensare all'uomo maturo il quale possedeva belle terre vicino alla citt, con un dolore amaro, disperato, come ad una necessit che non si potesse pi evitare. Vedeva un'invernata di angustie, a causa della grandine, e sentiva un obbligo di alleggerire del proprio peso la famiglia, di procurarle aiuto; vedeva anche tutto un avvenire di raccolti incerti, di fatica sulla terra altrui, un avvenire di povera gente, e le sembrava una colpa rifiutar quei prati, quei grassi orti, quelle stalle piene di bestiame.
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Una mattina ud la voce di Remo. Quando lavorava da solo nei campi confinanti con l'Amist, il giovine cantava assai forte, per farsi udire da lei. Regina scapp in camera un momento a ravviarsi di nascosto i capelli, a darsi un po' di cipria davanti allo specchio rotto; si mise un grembiale quasi nuovo; poi and nel bosco alto, dall'orlo del quale si scorgevano quei campi dei vicini. Il servitore era l a romper con la zappa zolle enormi. Di tra i cespugli Regina lo chiam. Egli venne, stupito, asciugandosi la fronte che grondava. La sua giovine robusta bellezza splendeva; sebbene egli non avesse indosso che cenci da lavoro, il suo viso - come dicevano le donne - era da signore. Non entr nel bosco, stette dall'altra parte del confine. La ragazza strappava foglie alle acacie e se ne riempiva le mani.
- Remo, - disse, guardando queste foglie - mi hanno chiesta.
- Lo so - rispose il giovine.
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Dopo un poco Regina ripigli: - Io non volevo... - Lasci cadere tutte le foglie a terra. Egli guardava la zappa, rimasta piantata in una zolla, come se non potesse pensar altro che di tornare al lavoro; ma il suo sorriso, l'espressione del suo bel volto eran umili e dicevano: "Io sono solamente un povero servo di campagna".
- Remo, - incominci di nuovo la ragazza. Si studiava un braccio dove aveva, vicino al polso, il segno di un'antica scottatura; poi si fece forza a guardar in faccia il giovine, mostrando i bianchi denti in un sorriso che pareva quello di sempre. - Non ci siamo mai parlati. - Pensava che proprio per la prima volta si trovavano soli insieme. - Se io avessi avuto un po' di terra...
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Il giovine si chin a raccogliere un grosso grumo dal campo, lo sbriciol tra le dita guardandolo ricadere in polvere. Adesso eran gli occhi di lui che non osavano pi alzarsi, ma la sua bocca disse ci che il viso esprimeva: - Io sono un povero servitore.
Un'amarezza intollerabile provava Regina; il cuore le pesava. Era certa che avrebbe sposato l'uomo grassoccio vestito di nero. Remo aggiunse: - Non ci ho mai pensato a voi. - E intendeva dire che non aveva mai avuta alcuna speranza.
- Vi rincresce che sono venuta?
Si posavano ogni tanto lo sguardo in faccia; pi spesso guardavano il terreno o badavano se non arrivasse gente. Entrambi avrebbero voluto che quel momento durasse sempre, ma Remo fu il primo ad allontanarsi perch non sapeva pi che cosa dire. Si salutarono appena. Attraversando il bosco Regina ud ch'egli zappava di nuovo senza cantare, ed ebbe l'idea che quella zappa avrebbe sempre sempre dati i colpi.
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La risposta favorevole fu mandata. Il pretendente, il quale ormai disperava di essere gradito, volle senz'altro legar il nodo; ritorn col sensale, pi presto che pot, a scambiare la promessa e portare i regali. Le nozze si sarebbero fatte a carnevale, com'era l'uso. Port regali ricchi, collane d'oro, orecchini, due o tre anelli, l'orologio: con un viso d'innamorato entusiasta. Regina fece domandare alla signora Farra il permesso di salire a mostrarle i doni. Era un poco esaltata dall'oro, dalle pietre preziose, ed anche dal vedersi cos amata da un uomo ch'ella conosceva appena. Giunse da Claudia tutta ridente, coi gioielli dentro gli astucci di peluzzo rosso e turchino; ma, mentre la signora li osservava lodandoli e rallegrandosi con lei, Regina pens al carnevale che sasebbe pur venuto, al bel volto di Remo, all'obbligo in cui il destino l'aveva messa, e tutto ad un tratto scoppi a piangere. Senza volere, si gett sulla spalla di Claudia, che l'abbracci con compassione e le fece qualche carezza.
- Coraggio, Regina - disse la signora. -  un brav'uomo. Ora piangi e poi sarai contenta. - Cerc qualche altro conforto, qualche speranza pi lieta da mostrarle: non trov niente.
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Tra i giornali e le cartoline della solita corrispondenza Graziano vide un giorno una busta grande con l'intestazione della rivista alla quale aveva mandato il racconto. Non era passato poi molto tempo, ma s'era gi convinto che non gli avrebbero nemmeno risposto. Ora la sensazione gioiosa immediatamente si guast: la busta era troppo grande. Infatti conteneva il suo manoscritto. La lettera accompagnatoria non era dello scrittore famoso; portava, per il direttore, una firma qualunque; diceva che lo scritto, pur dimostrando giovanile inesperienza, non era privo di qualit promettenti, ma che la rivista non poteva accettar nuovi collaboratori, a motivo dei troppi impegni.
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- Avevo pensato - disse Claudia con qualche pena - che l'avrebbero pubblicato appunto perch si sente ch' d'un ragazzo, in una bella maniera. Non importa. Hai tanto tempo! - Graziano, rivedendo la propria scrittura su quei fogli, immaginava la citt grande e lontana dove il manoscritto s'era avventurato; capiva l'ingenuit d'averlo mandato a quella rivista. Senza voler tentare la prova con altre n tanto meno offrirlo a periodici di poco conto, nascose il plico in un cassetto dove non potesse cadergli facilmente sott'occhio. Gli rimase un vago avvilimento, ed anche l'impressione di un mondo che lo respingesse, d'un mondo in cui erano posti comodi e onorifici come quello del direttore dal viso di galantuomo ma dove ogni cosa era regolata segretamente e l'entrata custodita bene.
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Quasi si era dimenticato il dispiacere quando, pochi giorni appresso, giunse all'Amist una persona che prometteva sempre il suo arrivo e non veniva mai. Fu un momento straordinario quello nel quale la cugina Olimpia, scendendo da uno dei soliti calessi di campagna, mise piede nel cortile. Eran corse a vederla le ragazze ed usc fuori anche qualcuno degli uomini e tutti stavano con gli occhi larghi; le cose intorno eran divenute pi umili e rozze, anche la gente, a paragone con lei, con la sua figura, coi suoi gesti, col suo vestito di stoffa leggera e chiara e col cappello ondeggiante di paglia sopraffina che portava; pareva discesa, anzich dal calesse, da un grazioso carro celeste tirato da colombi o da una bianca nube. Non era soltanto una bella signora: era la bellezza stessa. Con la fantasia Graziano si era rappresentato il piacere d'aver in casa quella ospite; la realt fu molto superiore all'attesa, l'emozione pi intensa, come se la sua vita si fosse enormemente arricchita.
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Per la bellezza Olimpia era una delle meraviglie di Rebbia, ove risiedeva. Aveva ventiquattro anni, un bambino, un marito direttore d'un filatoio. Il suo modo di esistere e di sentire era questa bellezza; ella sapeva di produrre un'impressione profonda ovunque si presentasse, avvolta dal desiderio degli uomini, dall'invidia delle donne; queste l'avviluppavano anche di giudizi maligni, di mormorazioni, di calunnie; sempre aveva tutti gli sguardi addosso, se usciva sul balcone, se passeggiava in citt, la domenica quando la banda sonava nel giardino pubblico e d'inverno quando al teatro vi era la stagione di opera. Un vivere sopra un palcoscenico: ella si rammaricava in segreto che il suo regno fosse soltanto quella citt meschina. All'Amist era venuta sola; questo soggiorno doveva essere una pausa di riposo lontano dalla ribalta; ma non si curava di goder la campagna, si alzava tardi, faceva toletta interminabilmente, temeva il sole, non amava camminare. E la sua bellezza indicava questo modo di vivere, era bianca e voluttuosa, una bellezza da salotto, da ballo; faceva anche pensare ad un ricco e soffice letto. Ella era alta, aveva uno di quei corpi ai quali si sente sempre che le vesti sono di troppo, come sarebbero ad una dea di marmo; occhi scuri con riflessi d'oro, aveva, capelli castani dorati che portava acconciati in certa maniera facile, con una treccia ritorta ed alzata dalla nuca verso il sommo del capo come la cresta d'un elmo; il labbro superiore era un tantino arricciato, un piccolo neo vi sembrava finto. S'era portati vestiti da campagna freschissimi. Alla semplicit di essi era come una smentita il profumo che spargevano, ricercato, difficile da comprendere: un profumo che le stava intorno come un alone amoroso. Le voci della citt le attribuivano sempre un amante, ora questo ora quello.
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Insieme a lei ed alla madre Graziano fece qualche breve passeggiata; rimase talvolta a discorrere da solo con Olimpia, ma per poco. La cugina si compiaceva di esercitare su quel gentile ragazzo di quindici anni un poco del proprio fascino, per con prudenza, avendo per Claudia grande affezione e rispetto. In presenza di questa, Olimpia ed il ragazzo giocavano qualche volta a rincorrersi, nascondere roba; finiva che Olimpia lo batteva, ed era un modo di carezzarlo. Forse Graziano era felice. Aveva l'impressione di possedere quella bellezza per s, ossia d'averla vicina in un luogo dove non vi era nessun altro a vederla. Andava in giardino a guardar le persiane chiuse della sua camera mentre ella dormiva ancora; nella camera, mandato da lei a cercar qualchecosa, era entrato un giorno e vi aveva visti appesi all'attaccapanni alcuni suoi vestiti, che mandavano il suo profumo, cos vivente, cos carnale, da non parer vero che vi fosse il profumo e non Olimpia. Ma gli piaceva soprattutto osservar la cugina quando ella stava con Claudia a leggere o ricamare, donna con donna, senza sapere di esser guardata.
Ogni maniera di pensare a lei o di guardarla era un impadronirsi della bellissima creatura; per, senza alcuna impurit di pensiero; quel profumo amoroso il ragazzo lo respirava con gioia e senza turbamento, forse per effetto dell'aria tanto pulita dell'Amist; n egli provava una vera esaltazione sentimentale; era un poco vibrante, s, come sotto l'azione leggera di una droga, ma non innamorato. Forse, pi che una donna, Olimpia era ai suoi occhi la personificazione della vita com'egli la sentiva in quel tempo, seducente e piena di promesse. Quindici anni: non era poi tanto lontana l'et splendida che si chiamava "Vent'anni". Non si poteva innamorare anche perch la bellissima cugina aveva uno spirito opaco ed era piuttosto ignorante; se non si parlava di mode o della meschina societ di Rebbia o dei divertimenti della citt grande, non sapeva che dire, si annoiava. Ella rimase solamente pochi giorni.
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L'ultima sera si accesero in tutta la campagna grandi fuochi per la Madonna di settembre. Prima del tramonto Urbano e Giusto avevano preparato nel prato vicino a casa un'alta catasta di fascine; alcuni dei fal incominciarono ad accendersi presto, prima che fosse buio; quando furono chiamati dalla gente dell'Amist, i signori andarono a vedere. Tutto l'orizzonte, ormai scuro, era sparso di quei roghi; gi Giusto aveva appiccato il fuoco alla catasta, e le fascine ammucchiate intorno all'alta calocchia si movevano crepitando; dinanzi ai fal lontani si vedevano nere figurine agitarsi; quelli pi vicini mostravano facce di case, filari di viti, ballanti nei riflessi; grida e voci allegre attraversavano lo spazio. Dal rogo dell'Amist le fiamme si levavano sempre pi alte, stridendo schioccando, parevano dover crescere sempre, ma non avevano aspetto malvagio, erano fiamme da festa. Tutti provavano una lieta eccitazione, il piacere di questa vampa, delle colline ornate di fuochi, ed anche un sentimento profondo e strano che forse era un ricordo innato di quando i primi uomini abitavano la terra. Anche l'odore del fuoco e del fumo esaltava. Nessuno stava fermo. I volti colpiti dalla rossa luce sembravano in delirio; Gabriella gridava acutamente, Giusto si affannava col forcone ad attizzare, gridavano e ridevano le sue sorelle; si vide ad un tratto Dionisio, con le sue movenze molli, prender la rincorsa e saltare attraverso il fal. Ma gi molti fuochi s'erano spenti, altri calavano, languivano; anche il rogo dell'Amist fini di consumarsi lasciando un cerchio di cenere nel prato ed il calore della brace. Pareva che del divertimento tutti pensassero: " stato troppo breve".
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Come Graziano ed i suoi furori risaliti nell'appartamento, Claudia and a mettere a letto la bambina, Olimpia ed il ragazzo rimasero soli, seduti alla tavola della sala da pranzo. La cugina sfogliava una rivista illustrata. Ad un tratto, come ancora preso e fatto ardito da quella gioia del fuoco, Graziano si alz, s'accost ad Olimpia, per guardar le immagini con lei. Ed allora sent vicino al viso quel bel viso, quella bianca guancia; una avidit di baciarla gli torment le labbra, una sete; provava anche vergogna di far quell'atto, ma si disse che ormai doveva baciarla, in fretta avvicin la bocca: ella si volt e, come per caso, ricevette il bacio sulle labbra. Subito Graziano se ne distolse, come se tutto fosse compiuto e non rimanesse niente da fare. Di quella bocca aveva appena potuto sentir la dolcezza, ma l'impressione che gli rimase fu d'un grande avvenimento; quando sua madre rientr nella stanza, egli ebbe timore che glielo dovesse leggere negli occhi e stette un poco affacciato alla finestra.
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Partita Olimpia, il ragazzo sentiva con stupore il vuoto lasciato da lei nella casa, nelle sue giornate, nell'aria. Somigliava assai ad una malinconia amorosa lo scontento che provava; tuttavia non si alterava affatto il suo accordo con l'esistenza; anzi, egli sentiva pi forte il desiderio d'avere vent'anni. L'avvenire era un immenso orizzonte, limpido, tutto sole, attraversato da una strada senza fine: intorno stava la vita, realt che si poteva toccare e prendere. Pens il soggetto d'un dramma, la morte della figlia Lanciarossa; tra questi pensieri gli tornava il ricordo della dolce bocca che si era voltata a lui.
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Con Giusto e le sue sorelle pi giovani, Urbano and una mattina presto a tagliar l'ultimo fieno d'una prateria appartenente all'Amist ma molto lontana, nella pianura in riva al fiume. Per svagarsi Graziano li and a raggiungere nel pomeriggio con una rapida camminata gi per la collina e poi nel piano, sempre per strade rustiche e sentieri. La prateria era rigata di canali e fossi all'ombra dei salici, si udiva l'acqua correre; il cielo sembrava assai pi largo che sulla collina; ovunque si sentiva la vicinanza del fiume, che era bello, aveva isole coperte d'alberi. Faceva un curioso effetto vedere i ben conosciuti buoi dell'Amist in quel luogo diverso, ed anch'essi erano meravigliati d'esser l. Tramont il sole poi si spensero i colori: i Crivelli continuavano a gettar fieno sul carico gi grande; anche Graziano aveva un forcone e lavorava. Un fumo lievissimo di nebbia s'alzava qua e l, od era soltanto il brivido della notte umida che veniva. Infine si prese la via del ritorno, ed era quasi buio. Le ragazze se ne andarono per le scorciatoie; Graziano segu la strada lunga con Giusto che accompagnava lo zio ed il carro. I due giovani camminarono insieme quasi senza discorrere per un pezzo, fin che il carro fu uscito dalle praterie, ebbe girato intorno a Rebbia (Graziano pensava che l era Olimpia) e se ne fu allontanato per un lungo viale dove si vedevano rari fanali a gas, lumi di botteghe, tendine rosse d'osterie, ed il movimento della gente che sta per rintanarsi. Al termine del viale i due amici si arrampicarono sul fieno attaccandosi alle corde con cui era assicurato. Distesi col ventre sull'erba che odorava forte, gustavano il riposo, soprattutto Giusto che aveva faticato molto. Il cielo s'era rannuvolato, non una stella: s'incontravano fanali di carrozzini, altri carichi di paglia o di fieno, neri; si scorgeva un lume fioco dentro una casa a filo della strada; ma tutto era incerto, misterioso, come gli alberi le siepi le alture ai lati dello stradale. Sebbene Urbano, innanzi ai buoi, si voltasse sovente a stimolarli con la voce e col pungolo, il carro andava come se non dovesse mai pi arrivare.
Giusto, riposato, riprese poi a parlare. Disse a Graziano, ed era stupito egli stesso dell'idea che gli veniva: - Noi contadini facciamo sempre questa vita, che voi oggi avete fatta per ischerzo. - Soggiunse: -  troppo poco essere un contadino. Peggio ancora un contadino senza terra.
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Graziano, come faceva sempre con lui, disse ci che pensava cercando che riuscisse facile da intendere: - Quello che siamo, la condizione tua o la mia, non importa. Importa il modo in cui si vive: quel che ci si mette dentro, nella vita. Capisci? Come ogni altro uomo, un contadino pu raggiungere lo scopo dell'esistenza, che  di adoperar bene le nostre forze, la nostra capacit, senza sprecare niente di quello che ci  dato, nei limiti del nostro destino.
Nemmeno nella mente di Graziano l'idea era ben chiara; pure, egli sent che in qualche misura era stata compresa. Giusto ribatt subito: - Sicuro, il nostro destino. Il padre di mio padre  morto decrepito nell'ospizio dov'era stato otto anni. Del resto, quando  l'ora di morire, essere zappaterra o imperatore non fa differenza.
- Pensi all'ora di morire? Hai vent'anni.
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- Alle cose della religione io non so credere. E se quelle cose non son vere, se non c' un'altra vita, perch si viene al mondo?
Graziano, studiando una risposta per non lasciar quella domanda sospesa nell'aria, guardava nell'oscurit alla quale i suoi occhi s'erano ormai assuefatti, con un bisogno di trovarvi cose solide e riconoscibili. Gli pareva che il carro col suo lento moto camminasse in un luogo senza sostanza, senza limiti. Sentiva di non poter rassicurare Giusto; anzi d'essere preso egli stesso da dubbi angosciosi. Che dire? Il pensiero svaniva perdendosi nella notte nera. Davanti ai bovi si vedeva per l'ombra di Urbano, il quale andava calmo e sicuro. Il vecchio non cedeva mai quel posto a nessuno.
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Capitolo 4. Anno 1900.
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Il caff era grande, tutto specchi e luce, affollato anche in quell'ora del pomeriggio. Ascanio Farra aveva voluto provare ad entrarvi e rimanervi un poco, ma tutti lo guardavano. Gli erano sfuggiti gesti, parole? O si poteva vedere ch'egli pensava in quella maniera? And via. E non sapeva che fare, non aveva mai niente da fare. Aveva l'impressione di non essere pi nessuno; sentiva di esistere senza contare niente. Di Torino non gliene importava; non riusciva ad interessarsi di nulla; non cercava nemmeno i luoghi ove tanti ricordi della sua giovent dovevano essere rimasti.
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Ogni mattina si sforzava di restare a letto, con quei pensieri nel capo, finch non sentiva nella casa risvegliarsi anche qualcun altro. Guardava le pareti, i mobili come se fosse in un albergo. In un canto stavano i pacchi di carte e di libri come li aveva fatti a Rebbia. Infine si vestiva, in fretta ma con cura come sempre; nello specchio dell'armadio si guardava le larghe spalle, gli occhi imperiosi, il color roseo del viso, sulle guance, a contrasto coi baffi, col pizzo, coi capelli, bianchi affatto. Gli veniva spontaneo l'atto di rizzare il busto mandando le spalle indietro, ma poi si dava un'occhiata sprezzante:- Ti hanno cacciato via! - Entrava a portargli il caff un domestico pallido, che bisbigliava il buongiorno con aria vile. Il vecchio andava alla finestra, scostava una tendina: spesso il cielo era grigio, pioveva o vi era nebbia; nel giardino non c'erano che crisantemi; in distanza si vedevano gli alberi del Valentino; nel cortile il cocchiere attaccava il cavallo nero per condurre Sisto alla clinica. Che ci faceva egli, Ascanio, in questa citt, in questa casa tutta ordinata, indifferente? Suo figlio guadagnava molto, aveva comprato il villino, ma non gli aveva pi dato alcun aiuto. Chi avrebbe mosso un dito per la sua salvezza? Del resto, salvarlo non sarebbe stato possibile.
La carrozza si metteva in moto, se ne andava. Bisognava fingere di cominciare una giornata; ma egli non aveva pi ordini da dare, operai da sorvegliare; nessuno lo aspettava; non doveva pi decidere niente: non era pi nessuno. In camera vi era uno scaffale vuoto, ma di disfare i pacchi, riveder quei libri e quelle carte non ne aveva voglia. In cantina stavano le sue casse; dentro c'erano anche le armi di San Martino e le annate del giornale morto. Perch non era stato capace di lasciar tutto, buttar via tutto, bruciare tutto, mentre aveva regalate tante cose alla vecchia serva e tanti oggetti li aveva fracassati col martello? Meglio sarebbe stato incenerire o gettare nella fossa della spazzatura tutto quanto. Sessantotto anni di vita: niente, quei rottami, quella cenere.
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Usciva, perch restando in casa non aveva un momento di tregua dai pensieri, sempre i medesimi. Ma appena fuori sarebbe voluto rientrare; anche in mezzo al movimento della citt, oppure in mezzo ai prati ed ai campi se camminava per stancarsi, quel pensare s'interrompeva poco; era una ruota che girava girava riportando sempre le stesse idee, le stesse visioni. Quando ancora stava nello stanzino accanto alla stamperia, e di l le macchine seguitavano a fare i loro movimenti, a battere i loro colpi, macinando tanto denaro quanto se ne metteva, ed egli vedeva giungere una dopo l'altra le scadenze delle cambiali, avvicinarsi fatalmente anche la scadenza del prestito, il giorno di pagare questo debito od essere spogliato di tutto ci che era suo, molte volte desiderava la fine del supplizio, a qualunque costo. La vita che viveva adesso era peggio. E che poteva fare per cambiarla? Non c'era alcuna speranza: doveva rimanere in casa di Sisto a farsi mantenere come un inutile vecchio. Pensando che intorno a questa casa s'incominciasse a conoscerlo, a sapere che campava alle spalle del figlio, arrossiva di vergogna. Gli erano rimaste poche migliaia di lire. Bruciarle! Di tutto ci che aveva posseduto, di tutti i suoi affari, di tutto il suo lavoro gli restavano quei pochi miserabili biglietti di banca.
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Ascanio faceva sobbalzare le robuste spalle come se ridesse di se stesso. Egli stava nello stanzino a sfogliare i registri, a fare e rifare conti, a logorarsi il cervello; nella stamperia badava che si raccogliessero i ritagli, che non si sciupasse inchiostro, nemmeno quanto la punta di un coltello; e gli individui che s'erano messi d'accordo contro di lui, contavano i giorni, aspettavano la sua rovina certa. Tutta Rebbia era stata ad assistere come ad un trattenimento. All'infuori dei mercati non succedeva mai niente in quella citt. Se egli era costretto ad andare per le viuzze vuote, dove i bottegai venivano sulle porte quando udivano un passo; se doveva attraversare la piazza addormentata intorno al vecchio duomo, camminava deciso, a testa alta, senza guardar nessuno, ma sentiva gli occhi che dietro le gelosie osservavano malignamente la sua faccia. Forse ridacchiavano di lui anche gli operai della stamperia, che vi erano da trent'anni. Della sua rovina avevano goduto tutti, gli uomini di ogni partito, i fannulloni che stavano nelle osterie a giocare a tarocchi, le donne che s'annoiavano in casa a far le maglie. "Adesso muore, il tuo giornale.  finita la storia della tua indipendenza. Vattene via, onest'uomo che sei"! Per l'incanto volontario i fogli del bando sventolavano attaccati al portone della sua casa, e tutti si fermavano a leggerli; a veder la casa dentro, era venuta gente che non aveva alcuna intenzione di comprare, erano venuti i vicini, a curiosare, mentre egli si occupava delle proprie faccende come se non li sentisse neppure. Adesso era del pastaio che aveva bottega dall'altra parte della via, la casa, coi famosi fregi di terracotta. Ma l'insegna della facciata egli, Ascanio, l'aveva fatta calare un giorno di mercato ed a mezzod, in sua presenza, come ammainando la bandiera.
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Ora, in famiglia, non aveva voglia di parlare con nessuno; rimaneva sempre in camera. Dalla finestra vedeva il cocchiere lavar la carrozza, il giardiniere lavorare nella serra, Graziano andare al liceo o tornare, Claudia uscire con la bambina: egli non era in questa vita che vedeva, e non vi sarebbe potuto entrare. Perfino il cane, grosso, velloso che si gettava al cancello se qualcuno si fermava o se comparivano altri cani, aveva il suo posto in quella vita. Il vecchio tentava di leggere almeno i giornali, d'interessarsi delle notizie, ma non vi riusciva: sempre doveva badare alle idee giranti nella sua mente come sopra una ruota. Questo pensare lo spossava pi di un faticoso lavoro; gli faceva dolere il capo. Egli si sforzava di seguire altri pensieri, di fermar l'attenzione sulle cose che aveva intorno nella stanza, di stare ad aspettar le poche persone e vetture che passavano nella via silenziosa; ad ora fissa passavano a frotte gli studenti che andavano alle lezioni nei vicini istituti dell'universit; ma subito si trovava caduto in quei pensieri, in quei ricordi, che lo tenevano come tiene un dolore fisico, come l'ostinato tormento di un nervo ammalato. Lo prendeva un'angoscia: sapeva di non esser pi l'uomo di prima, si sentiva perduto. Non di rado si confondeva, pensando di dover ancora provvedere a tutto ci che ormai era fatto e terminato, estinguere cambiali, andare dal direttore della banca, pagare gli operai. Accorgendosi dell'errore, si guardava attorno come a domandarsi perch avesse potuto sbagliare.
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Ogni sera vedeva l'imbrunire con apprensione. "Ecco un'altra notte" pensava poi sentendo entrare la carrozza di Sisto. Non poteva mai prendere sonno. Mentre stava in letto ad occhi larghi, guardando le pareti ed i mobili che gli erano estranei e odiosi, il girar della ruota diveniva terribile. Non si fermava pi, non un istante! Allora egli udiva i rumori delle macchine nella stamperia; vedeva, come se li avesse veramente dinanzi nella stanza, gli uomini che avevano voluta la sua rovina; sentiva le parole di compatimento untuoso, di rincrescimento falso colle quali il direttore della banca aveva rifiutato di rimandar ancora una volta la scadenza del prestito. A tratti cadeva nel sonno per l'immensa stanchezza che aveva; presto, per, era di nuovo sveglio, e subito quelle idee riprendevano a moversi. Erano formiche che camminavano per i meandri del suo cervello facendogli un intollerabile solletico. Allora scendeva a bagnarsi la fronte; la casa era in un silenzio profondo; egli si studiava nello specchio gli occhi, che gli parevano avere uno sguardo strano, fisso, e che nel bianco erano iniettati di sangue. Guardava l'ora: l'alba era ancora molto lontana. Non poteva chiamar nessuno. Un terrore s'impadroniva di lui. - Sono malato - si diceva -. Diventer pazzo?
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Anche la sua famiglia, segretamente, aveva lo stesso timore. Poich il vecchio se n'era sempre stato da s, tenendosi lontano, in principio tutti avevano avuta l'impressione di conoscerlo poco, questo nonno ch'era venuto in casa. Gabriella lo studiava senza farsene accorgere, con seriet. Egli era sempre taciturno; mangiava pochissimo; qualche volta non volle scendere a tavola, bisogn mandargli roba in camera, ed accett soltanto pane e frutta. Stava fuori parecchie ore e non diceva mai dove fosse andato, quel che avesse fatto. Pi che un uomo diverso da loro, chiuso in se stesso, il vecchio cominciava a sembrare a tutti, senza che si dicesse, quasi un nemico. Un giorno, mentre della famiglia erano in casa soltanto Claudia e la bambina, egli si mise a prepararsi una valigia. Avvertita, Claudia sal da lui. Con viso fosco Ascanio disse che voleva andar a Rebbia, "a vedere". S, subito, vi erano ancora treni. Ella tent di persuaderlo a parlarne prima con Sisto. - Ma chi sono io? - protest il vecchio, diritto sulla persona, tenendole addosso uno sguardo che aveva un fuoco sinistro. - Un bambino? Non ho pi libert? Voglio andar via, andar via! - Claudia mand alla clinica a chiamare d'urgenza Sisto; il quale fece avvisare anche un medico amico, un medico dei pazzi. Nel frattempo Ascanio si accorse d'essere guardato a vista: scacci il domestico che stava senza far rumore nel corridoio. Sisto trov il padre seduto in un angolo, sopra una sedia che non aveva scostata dal muro, con le braccia conserte, col viso un poco alzato e duro come pietra. Non distante da lui vi era la valigia pronta. Quasi senza movere, il vecchio disse: -  la maniera di ridurre un uomo? Non sono pi padrone di me. Che diritto hai di tenermi per forza? - Tuttavia acconsent a far entrare in camera l'altro medico; rispose alle sue domande, da solo a solo. - So anch'io che non sto bene - gli disse. - Vivendo in questo modo! Divento matto certamente.
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Il medico, anziano e famoso, giudic il caso non grave. Vi era uno stato maniaco che poteva durare e produrre altre crisi, ma non pericolose. Egli e Sisto ragionarono lungamente. A dare piena libert al vecchio non si poteva pensare; n era conveniente chiuderlo in una casa di cura; bisognava custodirlo senza fargli troppo sentire la custodia, curarlo in famiglia; inutile provare a distrarlo, meglio lasciarlo stare solo fin che cercasse da s di occuparsi in qualche cosa. L'indomani Ascanio, senza difficolt, fu condotto alla clinica per un'altra visita, dalla quale il suo organismo risult sano. Il figlio, esaminandolo, rivide su quel corpo asciutto il segno di una ferita da lui riportata nella battaglia di San Martino: una palla di fucile gli aveva spezzata una costola strisciando poi sul fianco, dove ne era rimasto il solco.
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Primo effetto dell'avvenimento fu che si dovette prender la decisione di allontanare Gabriella. Una bambina di sette anni in collegio! Sua madre si sentiva mancare il cuore; pure, col pericolo che il vecchio avesse altre crisi, forse pi gravi, non era possibile continuare a tenerla in casa. Gabriella, alta e robusta, con gli occhi scuri sempre pi grandi, era una bambina che giocava, discorreva, studiava i suoi libriccioli, ma sempre desiderava soprattutto la compagnia della mamma. Quando le venne parlato di collegio, pianse molto; poi fin di accettare quel che le toccava. - Appena guarisce, torno a casa. Me lo prometti? - disse alla madre. Dopo la separazione Claudia seguit per molti giorni a versar lacrime di nascosto; e pi di ogni altra cosa la mancanza di Gabriella fece sentire ch'era successa una disgrazia.
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Ascanio parve adattarsi alla sua condizione di malato. Gli fu destinato un domestico nuovo, ed egli sapeva ch'era un infermiere. Prendeva i rimedi. Ma non parlava pi affatto: sembrava un uomo profondamente offeso e terribilmente imbronciato. Non scese mai pi a tavola; mangiava in camera, pane e frutta oppure minestra, nient'altro. Quando usc a passeggio, gli fu mandato appresso l'infermiere; ed egli si ferm ad aspettarlo: - Vieni addirittura con me. Non facciamo commedie. - Dirad le uscite; rimaneva in camera giornate intere ed anche pi giorni di seguito; non tocc i pacchi; ad una parete era appeso un calendario da staccarne i fogli: lo fece portar via. Se un momento discendeva in giardino a respirare, non dava neanche un'occhiata al buon cane, che ogni volta gli veniva attorno con le sue maniere cordiali e chiassone. Anche contro le cose pareva avere un rancore; non fermava mai lo sguardo sopra nessuna. Nell'aspetto era sempre eguale, per la cura della persona per quell'aria di fiera dignit; ma l'espressione dell'occhio era cattiva. Stando in camera non faceva niente, mai. Gli erano portati giornali e non li apriva. Passeggiava, passeggiava; sempre, di sotto, si sentivano sul soffitto quei passi. Pensava sempre? Guardava lungamente dalla finestra, scostando appena le tendine; guardava piovere, guardava cader la neve. Lo udivano parlar da solo a bassa voce, ma di rado. In giornate serene talvolta comandava all'infermiere di accompagnarlo e andava a far lunghe camminate fuori di citt, col custode a fianco, senza mai rivolgergli la parola n dargli risposta. Salivano a trovarlo Graziano, tornando dal liceo, e Sisto quando rincasava, la sera tardi; spesso il vecchio stava nell'angolo, seduto su quella sedia, a guardare il soffitto; restituiva il saluto con un brontolio e tosto riprendeva a guardare in su, senza battere palpebra n prestare attenzione ad alcun discorso. Il suo silenzio era terribilmente solido: dava l'idea ch'egli vi fosse murato dentro. Ma le persone della famiglia non riuscivano a vincere del tutto la sensazione ch'egli si comportasse in quella maniera per una cattiva volont.
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Metello non aveva pi potuto rivedere il padre da dieci anni. Liberato da un'amnistia dopo un anno di reclusione per la rivolta di Milano, aveva ripresa la sua vita con l'energia accumulata in carcere; era sempre in viaggio per la penisola; chiese tuttavia al fratello di preparare il vecchio ad una sua visita. Appena Sisto ne ebbe pronunziato il nome, Ascanio croll le spalle, gli gett un'occhiata che diceva: "Questo nome non lo voglio sentire"! Anche le giornate di Sisto erano sempre interamente impegnate; faceva spesso rapide gite in altre citt, chiamato a consulto. L'inverno sembrava terminato ma venne ancora una gran nevicata, e la mattina seguente si vide splendere il sole su tutto quel bianco. Allora Sisto tard ad andare alla clinica, sal dal padre offrendogli di uscire insieme: il vecchio lo segu senza aprir bocca. Andarono a piedi al Valentino, che non era distante. Ascanio lasci che il figlio, discorrendo tranquillamente, infilasse il braccio sotto il suo; per camminava come se intorno a lui non esistesse niente. Si rassomigliavano, i due, anche nella espressione severa; la poca gente che incontrarono, osservava un istante quel vecchio signore cos imbronciato. Nel parco Sisto gli fece rallentare il passo, gli parl a voce pi bassa: - Babbo, dimmi qualchecosa. Non stare sempre chiuso in te. Io comprendo la tua condizione, ma non devi pensare sempre a ci ch' accaduto. Ora sei con noi; io sono certo che finirai di trovarti bene; abbi fiducia!
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Il braccio del padre parve ammorbidirsi un poco, sebbene egli continuasse a guardar diritto innanzi a s, a testa alta. Sisto riprese: - Hai avuto dolori, sfortuna; ti hanno fatta la guerra, hai patito dei torti; ma non sei mica il solo! Tu ignori quello che sopporto io. Neanche a me non perdonano. Anzi, devo sempre scontare duramente ogni successo, la fortuna della clinica, gli onori che mi sono stati resi all'estero, perfino i guadagni. Il metodo Sparvieri, con la mia variante,  ormai accettato in tutto il mondo: la banda del Prpora, la banda del siero, non me lo perdona. Essi mi hanno tolto anche il corso libero. Quando ho lasciato l'ospedale di Santa Chiara, la Facolt non mi ha permesso d'insegnare nella mia clinica. Vedi che so anch'io che cosa vuol dire aver dei nemici.
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Sotto il sole brillante, nell'aria freddina e pulita, in mezzo ad una distesa bianca dove da poco, con lo spazzaneve, era stato aperto un passaggio, Ascanio camminava rigido e silenzioso come prima; pure, ascoltava. Ed il figlio si sentiva venir su dal fondo dell'animo parole che non ne erano mai uscite; non le trattenne. - Ho sofferto e soffro molto. Nessuno lo sa. Ho sempre voluto salire alla sfera pi alta degli studi, alla scienza pura, e sempre il destino mi ha ricacciato gi, come se non ne fossi degno. Il destino: che altro? Per qualche tempo, m'illudo che la sorte cambi, mi dia ragione, poi ricomincia, vuole tirarmi in basso. Ma io so bene ci che valgo! Soltanto la morte mi far cedere. E non dispero affatto. Mi sento nel pieno delle forze.
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Giunsero in riva al Po, sul quale si vedeva un cavatore di sabbia risalire adagio la corrente con la sua barca puntando il lungo remo sul fondo. Si fermarono. Sisto studiava il viso del padre, ne cercava lo sguardo; gli disse sorridendo: - Vedi? Mi sono confessato. Abbi fiducia anche tu. Parla! - Ma il vecchio guardava il fiume. S'era aperto il cappotto, sbottonata la giacca; sul panciotto luccicava la sua grossa catena d'oro, e gli occhi di Sisto si posarono sopra la medaglia che sempre ne aveva vista pendere: egli pens con amarezza che era proprio suo padre, questo vecchio che non parlava pi; era lo stesso che a Rebbia lavorava nello stanzino della stamperia. Con le sue pupille cattive Ascanio seguiva il cavatore di sabbia. Ad un tratto disse: - Quell'uomo  libero. Pu andare dove vuole. - Ed il figlio riud con meraviglia il suono della sua voce. - Tu dove vorresti andare? - gli domand. Ma l'altro non diede risposta; s'era levato il cappello e si tastava le ossa del cranio, cautamente, come toccando una cosa guasta. Sisto mand un profondo sospiro e lo ricondusse a casa.
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In quei giorni la stagione fece un colpo di scena: la gente si trov all'improvviso in primavera. Gli alberi dei viali misero le gemme, che subito scoppiarono in foglie tenere; i giardinieri s'affrettarono a piantare in tutte le aiuole tulipani e giacinti. Al liceo una mattina, il professore di storia, un buon uomo grassoccio, fece aprire le finestre: - Poich la primavera  venuta, abbia buona accoglienza. - Poi prese a parlare della Lega di Cambrai, col sorriso sulla larga faccia, con quel suo modo di raccontar la storia come se si trattasse di cose che, insomma, erano andate a finir bene. Nella prima fila di banchi scrivevano in fretta le sue parole eguali eguali le ragazze, alcune belline, altre bruttine, tutte con qualche segno della primavera addosso, nei nastri che portavano al collo, nella pettinatura bene architettata. "Le conquiste della Serenissima Repubblica di Venezia avevano destate gelosie e suscitati timori, si pu dire, in tutti i maggiori Stati dell'Europa occidentale e meridionale...". Graziano sentiva la voce dell'insegnante come il ronzo d'una macchinetta che non potesse significare nulla. Portava distrattamente lo sguardo di banco in banco, da un lato della classe all'altro, sulle file di compagni che si sforzavano di seguire il filo del racconto o parlottavano tra vicini o leggevano di nascosto un libro posato sui ginocchi. Era presente anche Spinetta, un giovine dai baffi gi lunghi, il quale aveva girati parecchi licei e veniva a scuola quando non sapeva che far di meglio. Bruto Corese, appoggiando la larga schiena al banco che aveva dietro e tenendo incrociate le braccia, ascoltava il professore con cert'aria sdegnosa. In capo ad un banco vicino ad una finestra scriveva assortamente, come occupato in una faccenda molto pi importante che la lezione, un ragazzo piuttosto tarchiato, Valente Mazz; e la sua testa grossa, pesante di ricci neri, una testa da operaio, pareva pi rozza nella luce serena e dorata da cui era avvolto.
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Nelle finestre si vedevano dei tetti, una terrazza sulla quale non compariva mai nessuno, e la cima d'una vecchia chiesa, sul cielo azzurrino. In quello spazio ove pareva sospesa una leggera polvere d'oro ci s'aspettava di veder volare piccoli angeli. Con gli occhi Graziano vi and, si librava lontano. "Leda" egli disse a fior di labbra; ripet il nome alcune volte, come se nel pronunziarlo si sentisse vicina la donna a cui esso apparteneva. Dov'era Leda in quel momento? Stava sul balcone? Camminava per la citt? Bel viso, corpo stupendo; una superbia ed insieme una morbidezza, in tutto, nei lineamenti, nelle movenze, nel modo di guardare. Egli ne sentiva la presenza, l fuori, come se il mondo non fosse che il suo regno. L'aveva incontrata per la prima volta un mattino, con quella donnetta accanto ch'era sua madre; sembrava una principessa ed anche un'amazzone di circo. Aveva sui capelli d'oro un piccolo berretto di astrakan; le disegnava il busto, il seno ardito una giacchetta guernita della stessa pelliccia; sotto la lunga veste nera s'indovinavano nel passo gambe che parevano avvezze a cavalcare vigorosi cavalli. Lo aveva guardato un po' di sbieco, in un modo che non si poteva capire bene. Poi, incontrandolo da sola, gli aveva rivolto un sorriso fiero, invitante ed ironico. Qualche giorno dopo, un ragazzetto del ginnasio, topolino furbo, gli aveva consegnato un biglietto con l'alta scrittura e la firma "Leda". Gli appuntamenti erano dati sempre in vie remote; passeggiavano un quarto d'ora lungo assiti di case in costruzione, sui marciapiedi di collegi impassibili; quindi ella se ne andava in fretta. Da vicino Graziano aveva notato che il naso di Leda somigliava un tantino al becco dei rapaci, e che agli occhi non grandi dava un'espressione equivoca il bistro con cui erano fatti. Cessato il freddo, ella venne con un vestito nero attillato, con un grappolo di glicine finto puntato sul seno e con un piccolo cuore di corallo appeso nella scollatura; tutto ci sapeva di povert e ricomparve poi sempre; soltanto i fiori finti furono cambiati. Ma anche i difetti di Leda piacevano a Graziano molto. Il suo aspetto era piuttosto di donna che di ragazza. Ella gli aveva detto subito di avere gi ventidue anni; sapeva ch'era figlio del professore Farra, sapeva com'era composta la sua famiglia, sapeva che il villino era di loro propriet. Volentieri lo faceva parlare di queste cose, della loro vita. Nel discorrere lo guardava come per curiosit, socchiudendo le labbra carnose sui denti voraci, in quel sorriso incomprensibile. Lo trattava con maniere di superiorit. - Noi siamo poveri - gli disse una volta, sempre in tono altero. Oltre i biglietti con gli appuntamenti gli scriveva qualche lettera, e vi era un amore appassionato e sottomesso nel quale Graziano non riusciva a riconoscerla. Quando egli le port fiori del suo giardino, Leda li prese nelle belle lunghe mani con un fare indulgente, come pensando che i fiori non servivano a nulla. Abitualmente il contegno ch'ella teneva con lui, pareva significare: "Tu saresti mio, se io volessi; ma ho tante cose per il capo e tanti corteggiatori!". Una volta, di pieno giorno, gli pos le labbra sulla bocca. Nei momenti passati insieme a lei, era tutto nuovo ci che Graziano provava, immensamente pi bello che il resto della vita, e gli rimaneva poi nell'animo. L'idea ch'egli aveva di Leda, era d'una creatura meravigliosa, misteriosa, piena di fascino come di una potenza; la quale per ragioni oscure viveva in mezzo ad una misera famiglia, portava quei vestiti rimediati e quel monile da poche lire, il cuore di corallo.
Gli giunse improvviso lo squillare del campanello elettrico in classe. Era il segnale che schiudeva la porta a quella sezione della seconda liceale come a tutto il regio liceo-ginnasio. Successe il solito rimescolio, poi il torrenziale riversarsi delle scolaresche nella strada.
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Graziano scapp via solo. Voleva passare sotto le finestre di Leda. Egli aveva ora diciassette anni; era alto, alquanto sottile ma di aspetto sano; aveva piccoli baffi lisciati con gran cura. Della famiglia di Leda aveva saputo che il padre era un commerciante fallito, i fratelli portavano attorno le scarpe rotte senza volont di lavorare, e su per le scale di casa strepitavano ogni tanto dei creditori non pagati. La madre egli l'aveva vista: sotto un cappelluccio sciupato due occhi pungenti, coi quali cercava sempre in giro come se andasse scovando qualcuno, non promettevano niente di buono. Abitavano in una via non molto distante dalla sua ma fatta di grigi e trascurati casamenti gremiti di piccoli borghesi. Su quel balcone del terzo piano adesso Leda non c'era. La sua finestra Graziano la conosceva, ma non vide apparirvi la bella figura, e nemmeno nell'altre: subito gli sembr che fosse vuoto il mondo. Dopo aver atteso un poco, a qualche distanza, and via; ma non aveva pi voglia di rincasare n di continuar la giornata; sentiva alla gola un nodo di tristezza. Si domandava perch si trovasse obbligato a pensare a lei, occuparsi di lei; perch dovesse soffrire se non la vedeva e non riceveva i suoi biglietti. Se n'era innamorato; l'innamorarsi era questo. Ma come era potuto capitargli senza che fosse accaduto alcun fatto importante, senza nessuna ragione se non quella che Leda era cos bella? Egli n'era sempre stupito e ne provava anche un po' di sdegno e di rabbia. A casa, chiusa in un cassetto insieme ai biglietti ed alle lettere di lei, aveva una sua piccola fotografia, fatta non sapeva da chi n dove, la quale la mostrava in cima ad una gradinata, con un cappello di paglia appeso per i nastri ad una mano. Non volle cercare il ritratto. A guardarlo sentiva sempre un vago dolore, come se vi leggesse: "Questa  Leda, cos bella, ma non tua.  in una vita che non  la tua".
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Invano aspett un altro appuntamento. Poich erano incominciati al Valentino i concerti della banda civica ed ella gli aveva detto che vi andava, anche Graziano la prima domenica vi and. Nell'aria oziosa del pomeriggio festivo si spargeva un pezzo d'opera con "a solo" di cornetta. Il palco della musica era in fondo ad un viale; tra una sonata e l'altra il pubblico passeggiava sotto gli ippocastani, una gran folla. I suoni, poi questo lento moversi della gente in su ed in gi, nel parco bene ordinato e di nuovo tutto verde, sembrarono inutili al ragazzo che non trovava Leda; ma infine la vide. Aveva un vestito nuovo, chiaro, aperto a punta sul petto, con un largo cappello ornato di papaveri e con guanti neri fino al gomito. Anche questo abbigliamento dava un'idea di cosa stentata; ella, per, con l'alta persona vigorosa ed elastica, con quel passo principesco, col seno stretto nel corpetto aderente, col collo nudo, con l'oro dei capelli, con lo sguardo un poco beffardo nella falsa dolcezza del viso, era assai bella e sentiva la propria bellezza. Passava come se la festa fosse in suo onore. Era guardata anche dalle donne; gli occhi degli uomini non se ne sapevano staccare. Compagnie di giovinotti si voltavano, facendo commenti, perch la conoscevano; e subito dietro lei camminavano, con un'intenzione di corteggiamento audace, due giovani ufficiali d'artiglieria. Accompagnava Leda uno dei suoi fratelli, lungo, dinoccolato, con un sottile sigaro tra i denti, che non mostrava d'accorgersi di nulla. Dopo averla incontrata, Graziano le ripass accanto pi volte, con la corrente: ella non lo vide. Mai il ragazzo aveva sentito cos nettamente che non contava affatto nell'esistenza di Leda; gli pareva, anzi, ch'ella appartenesse a chi la voleva, ma non a lui. Chiamarla, afferrarla per le braccia inguantate, a dispetto di tutti! Invece, uscito dal viale, la osserv di lontano, ora fermandosi ora andando presto, pieno d'angoscia ed agitato da una sorda rabbia. Quegli ufficiali seguivano sempre Leda. Insieme dolore e sollievo prov Graziano quando la perdette di vista e non pot pi ritrovare tra la folla l'alta figura, i papaveri. Qualche giorno dopo ebbe da lei uno dei suoi cartoncini, con poche linee che dicevano: "Mia madre ha trovate le tue lettere. Infinite noie. Tu sei troppo giovine. Devo per forza chiederti di non pensare pi a me, e sono triste". Cadde in un avvilimento profondo, in una malinconia amarissima; non poteva pi studiare n mangiare.
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Claudia se ne accorse e molto vagamente indovinava. Entrando spesso nella sua camera, gli andava vicina: - Che cos'hai, Graziano? - Ma il figlio non ammetteva d'esser diverso dal solito e s'infastidiva delle carezze. Claudia conservava la sua grazia snella di giovinetta, sempre vestita nella maniera pi semplice, anche per andare a passeggio o in visita, avvolta d'un profumo di violetta tanto leggero che appena si conosceva quale profumo fosse. Talvolta mostrava un fervore un poco nervoso che le faceva brillar gli occhi, come un puntiglio d'aver ragione di ogni difficolt. Il vecchio "ammalato" viveva sempre allo stesso modo; crisi gravi non ve n'erano state; aveva periodi d'agitazione nei quali il suo sguardo era pi cattivo ed egli comandava con impazienza all'infermiere di accompagnarlo, per far le lunghe camminate fuori di citt. In famiglia si pensava che sarebbe rimasto sempre cos. Gabriella, ormai, non domandava pi: - Quando guarisce? - Nei giorni di vacanza la bambina veniva a casa con la bizzarra uniforme di quel collegio, fatta alla moda di settant'anni prima: cappello a mantice di carrozza, foderato di raso azzurro; giacchetta a vita, listata di velluto azzurro; gonnella gonfia, tutta pieghe. Sembrava vestita cos per ischerzo. Arrivando, correva per il giardino, a vedere come s'era fatto bello; giocava un momento con Fiocco, il cane. Alcuni anni prima questo cane era stato comprato piccino, grazioso come tutti gli animali nati da poco; secondo il venditore, doveva rimanere suppergi la matassa di lana che era; invece non finiva mai di crescere, i Farra avevan visto venirne fuori una grossa bestia tutta arrotondata dal pelo che pareva sempre sporco, un cane abbastanza somigliante a quelli che guidavano i ciechi. Per, l'intelligenza gli splendeva negli occhi rotondi ed il suo carattere era festoso e bonario. Nessuno volle mai dire che un cane cos brutto non si potesse tenere. Poi Gabriella si attaccava alla mamma, non la lasciava pi. All'ora di ripartire l'abbracciava di nuovo molte volte, sospirando. La rassegnazione dimostrata dalla bambina riapriva la ferita di Claudia pi che non avrebbero fatto smanie e pianti.
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Tra le afflizioni nuove duravano quelle antiche. Ad Ortensia ella mandava spesso del denaro; da lontano vedeva con accoramento la decadenza della sorella continuare nei suoi figli, sebbene tutta la famiglia si mantenesse limpidamente onesta ed i giovani, dandosi a piccoli impieghi, a lavori umili, non paressero scontenti. Ad intervalli regolari giungevano sempre le lettere di Aleramo. Da un penitenziario, dopo qualche anno, egli era trasferito ad un altro; cambiavano in testa ai fogli carcerari quei nomi che indicavano piccole isole incastonate negli splendenti mari del Mezzogiorno; sempre il recluso chiedeva la libert, ossia la grazia; per averla mandava innanzi la sua "pratica" fondandosi sul codice, sui regolamenti penali, che conosceva a perfezione, manovrando dal reclusorio tutte le leve sulle quali si potesse agire. I suoi gridi per la libert prendevano forme curialesche, diventavano argomentazioni d'avvocato; ma attraverso le parole legali si mostrava l'uomo, come un viso dietro un'inferriata: "Io vedo uscir di qua con la grazia sovrana i briganti, - scriveva - e per me non viene mai il giorno della riparazione".
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Parlava ogni volta dell'ingiusta severit della sentenza che lo voleva segregato dal mondo per tutta la vita; della famiglia di lei, di sua moglie, che aveva provocata ferocemente quella sentenza, e del Pubblico Ministero che aveva aiutata la vendetta. Quasi in ogni lettera vi erano cancellature impenetrabili fatte dal direttore della casa di pena. Leggendo, Claudia vedeva il recluso come Sisto lo aveva veduto visitandolo nell'uno o nell'altro penitenziario: uomo pallido con la casacca a strisce e con le carni flaccide di tutti gli altri condannati chiusi negli stanzoni a cucire o fare ricami con le macchine, ma sorretto da una durissima volont. Passavano gli anni, e nelle lettere si sentiva sempre quella medesima volont di tornare al mondo. Sisto, per procurargli la grazia, non risparmiava sforzi. Ma in un vecchio palazzo d'una piccola citt della provincia consumava le giornate sopra un seggiolone, paralitica e vecchissima, la madre dell'uccisa; ed in lei il fatto era sempre vivo, come tanti anni prima, come il giorno in cui il sangue era stato versato. Non si poteva ottenere, com'era necessario, che sotto la domanda di grazia ella mettesse la sua firma.
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Bruto Corese aveva avuto il nome romano, due volte simbolico, dal padre di sua madre, ch'era stato capitano di Garibaldi. Nella famiglia si manteneva un certo ardore garibaldino, un resto di passione eroica per la libert e la repubblica. Il ragazzo era indeciso tra due vie da prendere, a suo tempo: farsi avvocato e darsi alla politica repubblicana, o studiare recitazione e divenire attore. Non era stato un fiero repubblicano il grande attore Gustavo Modena? La figura di Bruto prometteva di adattarsi bene all'una come all'altra carriera: buona statura, quelle quadrate spalle, ricca chioma bionda, viso espressivo ben rasato, con un naso aquilino e con occhi azzurri nei quali erano i riflessi dell'acciaio. Egli aveva robusto anche l'ingegno; se ne mostrava orgoglioso quanto della bella apparenza, ma in una maniera franca, virile, che non dispiaceva.
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Per un bisogno nuovo d'amicizia, a sostituire in qualche maniera l'amore, Graziano si avvicin a questo compagno, essendovi tra loro stima e simpatia reciproca. Con Bruto incominci a fare, la sera, delle passeggiate che spesso diventavano interminabili dialoghi sopra la vita, la morte, l'anima, l'infinito. Nessuno dei due aveva in quel tempo una buona opinione dell'universo; Bruto era per convinto che al mondo avrebbe saputo viverci e fare molta strada. Entrarono insieme in una stessa societ di canottieri; insieme, nell'ore libere, vestiti delle belle maglie bianche con stemma rosso, solcarono il Po avanti e indietro, filando sulle imbarcazioni sottili come coltelli al piede dei muraglioni o lungo le rive del Valentino, godendo lo sforzo delle membra dal quale nasceva l'impeto liscio dello scafo sull'acqua scorrente. Passarono sul fiume tutte le domeniche, viaggiando verso qualche paese dove poi pranzavano nelle trattorie che avevano terrazze e pergolati presso gli approdi. In mezzo alla campagna tiravano in secco la barca e si gettavano a nuoto; riposavano stando in piedi nei bassi fondi e rompevano il silenzio con voci tonanti, con le canzoni degli studenti. Allora Graziano ricordava il sergentaccio ch'era morto in Africa, Paoletto, quando faceva il bagno nella peschiera della Stellata. In quei momenti sognava pure di essere veduto da Leda, come se ella potesse trovarsi - chiss come e perch - su quelle sponde. Sapeva dal ragazzetto del ginnasio che Leda aveva cambiata casa ed ora abitava in un sobborgo; ma non ne aveva pi avuto segno di vita. Anche nell'ampio spazio sereno, sotto il sole che faceva scintillare la corrente in mezzo all'aria viva, odorosa di campagna e di quell'acqua linda, il pensiero di lei subito risvegliava il dolore amaro, la nera gelosia; e Graziano s'affrettava a scuotere il capo per cacciarlo. Aveva fatta in proposito qualche confidenza a Bruto; il quale gli diceva in tono rustico e canzonatorio: - Ricordati che la donna  soltanto la femmina dell'animale uomo.
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Bruto era in amicizia stretta con un altro compagno, Valente Mazz. Ne conosceva la famiglia, andava a trovarla fuori di citt, in un loro vecchio casale dove avevano impiantata un'officina. La madre era un'arpista che da giovine era stata famosa in tutta Europa; il padre, chimico, avendo consumato molto denaro in ricerche ed invenzioni d'ogni genere, s'era messo in testa di rifarsi costruendo motori per le automobili, insieme a due figli che studiavano da ingegneri meccanici. Di due ragazze, l'una dipingeva e l'altra dava lezioni di musica. Il figlio maggiore era da anni andato nel Sud Africa, e non ne avevano pi notizie. Straordinariamente attivi ed irrequieti, tutti. Valente, che a tempo perso lavorava egli pure nell'officina, aveva mani da meccanico, quei capelli neri ricci duri, il naso schiacciato in conseguenza d'una caduta fatta da bambino; parlava poco, esprimendosi sempre in termini recisi. Al liceo stava di fronte ai professori con cert'aria di eguale; ma sapeva sempre quel che bisognava sapere. Finite le lezioni, spariva senza accompagnarsi con nessuno. Di sera frequentava un circolo di lettura, ne andava e veniva carico di libri; ma qualche volta capitava a cercar Bruto per passeggiare con lui. Nelle discussioni aveva l'abitudine di ribattere dicendo: "Nego, nego".
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E spesso l'amico lo interpellava con questo soprannome, Nego, che gli stava bene, avendone in risposta un sorriso che altrimenti schiariva assai di rado la sua faccia piatta.
Cos accadde che le passeggiate serali riunirono a volte i tre compagni. Valente Mazz provava per Graziano un'avversione, come se lo trovasse troppo bello e raffinato; non gliela nascondeva, evitava di guardarlo, di rivolgergli la parola direttamente. L'espressione del suo viso e le sue maniere erano d'uomo fatto. Portava un berretto da ciclista, cos pesante che quasi sempre lo teneva sotto l'ascella. Camminando camminando, i tre trascinavano dispute filosofiche, con voci alte ed aspre che facevano allargar gli occhi ai passanti. Per ischerzo Bruto e Graziano amavano semplificare la realt in un modo che voleva essere scientifico, rappresentando la terra come una palla di sostanza minerale coperta di muffe e di parassiti, chiamando gli uomini "protoplasma pensante" e considerando il sentimento amoroso come un effetto dell'attivit di alcune ghiandole.
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- Che credete di dire - protestava Valente - dicendo questo? - Quando s'irritava, il suo largo viso rimaneva invariato, soltanto i ricci parevano agitarsi viperinamente. La sua opinione fondamentale era un disprezzo dell'intelligenza. Platone, Dante, Vico, Kant, gran cervelli. E che cosa avevano capito? Che conoscevano? Anche la scienza, da un secolo all'altro, non era che una diversa maniera di combinar errori e fantasticherie. Gli scienziati credevano di osservare, pesare, analizzare la materia, atomi e nebulose, mentre la materia non esisteva, era soltanto un inganno dei sensi. Non esistevano le costellazioni come non esistevano i colori veduti da tutti, i suoni uditi da tutti.
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- Lo sappiamo - disse Graziano. - Ma allora perch leggi, perch studi?
Nego lo guard un istante, quasi sorpreso d'aver avuta da lui un'obiezione valida: - Hai ragione. Non dovrei.
Quando si separavano, Graziano si chiedeva sempre se veramente questo compagno gli era superiore. Forte lo sentiva, ma senza comprendere qual'era la sua forza. Pensava che Valente, giudicandolo sfavorevolmente, non avesse torto. Era tempo di cambiar vita o piuttosto d'incominciare a vivere. Ossia a scrivere: nel proprio avvenire non vedeva altro. Ma per scrivere era necessario imparar a guardare il mondo; gli venivano in mente soggetti di racconti, drammi, romanzi, poi si convinceva che non avevano alcun significato; lo scrivere doveva essere uno stare di fronte alla vita e giudicarla; ci che adesso poteva scrivere, gli faceva piet. Del resto, ogni volta che si metteva a tavolino e guardava il foglio bianco, da quel vuoto della pagina ove avrebbe dovuto tracciar parole gli veniva una malinconia, un sentimento triste e largo di sfiducia. Forse era il dubbio che lo scrivere non servisse a niente. Che cosa vedeva d'infinito, d'irreparabile, nella bianchezza vuota del foglio?
Una sera Sisto, salito come sempre a vedere il padre, ridiscese con una notizia sorprendente: alcuni dei pacchi, sempre rimasti nella camera perch non s'era voluto parlargli di levarli, erano disfatti; parecchi libri si allineavano sui piani dello scaffale, filze di carte, mucchi di lettere stavano sulla scrivania e sulle sedie; il vecchio, seduto sul bordo del letto, contemplava il suo lavoro. Sisto, Claudia ed il ragazzo si domandarono se avrebbe continuato. Ma da qualche tempo avevan gi visto che rispondeva ai saluti e che, scendendo in giardino, rivolgeva qualche parola a Fiocco, il quale gli mostrava la propria riconoscenza mettendogli le zampe addosso. Infatti tutte le carte vennero collocate nei cassetti e tutti i libri presero posto sullo scaffale. Un mattino Ascanio attese il figlio nell'ora in cui andava alla clinica; gli chiese se poteva portar a spasso il cane, da solo. - E senza seguito, - aggiunse come scherzando ma con la faccia fiera.
- Certamente! - rispose Sisto dopo averlo studiato un istante. Fece informare Claudia e dirle che lo avvertisse se il vecchio tardava troppo a rientrare. L'infermiere ebbe ordine di rimanere a casa. Si comprese che il cane non era solamente il pretesto dell'uscita da solo ma una garanzia delle buone intenzioni.
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Quando Ascanio usc insieme a Fiocco dal cancello, la bestia non cessava pi di saltargli attorno abbaiando. Con piglio deciso il vecchio si diresse al viale pi vicino: passando accanto alle persone che incontrava, stava attento ai loro sguardi, ma non vi era sospetto di nulla, era guardato come ogni altro. Non gli sembrava vero di non aver a fianco quell'uomo, l'infermiere, dal quale si sentiva tenuto come per una corda invisibile. Il viale era pi lungo, il cielo pi spazioso, ogni cosa diversa dall'altre volte. Egli provava anche un leggero timore di essere ad un tratto richiamato; si sentiva per straordinariamente forte, ed il suo passo si fece sempre pi sciolto. Era dunque vero che guariva? Nella sua testa un cambiamento era avvenuto. Da principio egli aveva capito che la ruota dei pensieri non girava pi nella stessa maniera terribile; s'era accorto che ogni tanto li dimenticava, che tornavano dopo pause sempre pi lunghe, e che erano meno tormentosi, quei pensieri, quasi una nebbia. Di notte dormiva per ore. Pure, non si poteva liberar della paura che la ruota ripigliasse a girare come prima.
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Intanto Fiocco, secondo il suo pessimo costume, correva innanzi allontanandosi molto, scantonava in ogni via, oppure restava indietro a far il chiasso con cani pi giovani. Quando pareva scomparso affatto, ritornava all'improvviso presso il vecchio, di gran carriera, gli girava intorno a bocca aperta, anelante, fissandolo come per dirgli: "Vedi che non scappo?" Ascanio volle provarsi in luoghi pi difficili; si port in una via attigua, interminabile ed assai animata. A quell'ora, malgrado il sole di giugno, non faceva ancora caldo. Ci che vide, il rapido scorrere dei tranvai, il va e vieni delle serve da un vicino mercato, le botteghe riversanti roba fin sulla strada, i chioschi dei giornalai, tutto gli riusc nuovo. Osservava delle donne ferme sui portoni a chiacchierare, un vecchione che se ne andava in ciabatte, con la pipa in bocca e la sporta per la spesa, dicendosi che tutti vivevano senza pensarvi, tranquillamente e con facilit. Mentre gli altri passavano il tempo in questo modo, egli se n'era stato rinchiuso per volont propria o aveva girato sotto sorveglianza; ma non per colpa di nessuno, a causa di quella malattia della sua mente. In mezzo alla gente ed ai veicoli Fiocco seguitava a comportarsi svagatamente, senza disciplina, ed Ascanio temeva si facesse schiacciare o si smarrisse; quindi fin di badare soltanto a lui. Sentiva anche un certo obbligo di non star fuori tanto; dopo un'ora decise di tornare. Senza darne segno, tutte le persone di casa lo stavano aspettando; vedendo ricomparire entrambi, il vecchio ed il cane, respirarono meglio.
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Invitato da Claudia a scendere a colazione con lei e col ragazzo, Ascanio ne fu contento, accett subito. Nel suo aspetto la malattia non aveva lasciate tracce; ora dal viso e dagli occhi era sparita l'espressione di profondo rancore. Soltanto si not in lui, anche nei giorni seguenti, malgrado l'abituale portamento fiero, una specie di timidezza; sembrava dubbioso di poter disporre di s e stare in mezzo agli altri. Il vecchio si trovava indosso una stanchezza grave, ma non del corpo, come se fosse uscito da una terribile avventura. Pure, sentiva che di nuovo la sua volont era padrona dei suoi pensieri; ricordava le idee che tanto gli avevano fatto dolere le ossa del cranio, come un convalescente ricorda le visioni del delirio. Cercava di occuparsi un poco con le sue carte e dava una scorsa ai giornali. Vi trov una volta un discorso tenuto da Metello alla Camera sulla condizione delle donne e dei fanciulli nei lavori agrari; lo lesse da cima a fondo, lo rilesse; ed il discorso ebbe un successo clamoroso, una risonanza che dur pi giorni. Ascanio sent desiderio di rivedere questo figlio, quasi di conoscerlo, poich pensava che infatti non lo conosceva pi, dopo dieci anni. Lo disse a Sisto. La difficolt era di raggiungerlo, Metello: continuamente si spostava da un estremo all'altro d'Italia, con un peso sempre crescente d'incarichi, di lavoro; il viaggiare in ferrovia non gli costava, ed egli passava in treno quante notti poteva, per non spendere all'albergo, viaggiando in terza classe sebbene avesse diritto alla prima. Gli fu scritto a casa; appena tornato da Roma, egli venne.
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Al faticoso modo di vivere Metello resisteva ottimamente; anzi, con suo dispetto, si faceva alquanto grasso. Il vecchio discese ad incontrarlo nel giardino, dove erano splendide rose dell'estate. Metello afferr subito la mano del padre, poi gli gett le braccia al collo, lo baci. - Ho letto il tuo discorso - disse Ascanio. - Un bel discorso! - Lo guardava come se tornasse dopo molto tempo da lontano, ed era soddisfatto della sua figura, della sua salute; consider attentamente la cicatrice che tagliava di traverso la fronte del figlio. Questi ora, si agitava, attorcigliandosi i lunghi baffi spioventi, toccando le carte ed i giornali che gli uscivan di tasca, per nascondere la commozione. Erano presenti Claudia e Sisto, i quali facevano anch'essi gran festa al visitatore. Lo vedevano molto raramente. Di questo tribuno, deputato, giornalista, che con la sua attivit instancabile e generosa interessava tutti, amatissimo dalla folla operaia, simpatico anche a molta gente delle altre classi sociali, erano largamente noti non soltanto i discorsi e gli articoli ma i motti satirici che diceva nei comizi, le risposte colle quali in Parlamento riduceva al silenzio gli avversari, ed anche i suoi gesti bizzarri, quel modo di vivere. Della popolarit egli era forse un poco vano; curava in se stesso il personaggio che aveva creato, conservando per la franchezza nativa e rimanendo accessibile a chiunque. In citt si sapeva il suo legame con la formosa Sabina, che teneva sempre il negozio della gomma; Metello s'era deciso a farne dichiaratamente la sua compagna, e ci voleva dire che aveva trasportati i suoi libri, i vecchi dipinti, le cartacce in casa della donna. I Farra, senza averla mai avvicinata, conoscevano la sua figura energica impettita, ornata di penne, di ori, di tinte stonate; sapevano il tormento ch'ella soffriva, gelosa e male rassegnata, aspettando nella lucida bottega le apparizioni di quest'uomo sempre pieno di fretta, d'impegni e di impetuosi pensieri.
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Quasi subito Metello ed il vecchio furono lasciati soli in un salotto. Non volendo parlare del tempo in cui il padre era stato infermo, n tanto meno di Rebbia, Metello era da principio imbarazzato, non sapeva che dire; ma Ascanio riprese a lodare il discorso, volle avere informazioni riguardo alla legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, chiesta dal gruppo socialista; poi lo fece parlare del partito, degli operai, della sua vita tra i comizi, le sedute di Montecitorio, le polemiche.
- Nel giudicare il socialismo - dichiar il vecchio - io non ero spassionato. Ero certamente troppo attaccato a idee d'altri tempi. Posso dire che non avevo mai considerato bene ci che tu pensassi e facessi. - Mettendo una mano sulla spalla del figlio, domand piano: - Quanto tempo hai passato in carcere?
Senza rispondere a questa domanda, Metello disse - Il lavoro  ancora indietro. N tutto quel che si fa,  buono. Vi sono uomini meschini e bassi anche tra noi. Ma, insomma, si vede un avvenire; la necessit della nostra epoca  questa trasformazione dei lavoratori. - Di nuovo si tirava i baffi rossicci, e si schiariva la gola facendo udire come un breve ruggito; poi si alz perch aveva impegni; abbracci un'altra volta il padre. E questi disse: - Bravo, Metello! - Accompagnandolo al cancello, gli chiese di venirlo a trovare quando potesse; spicc una bella rosa e gliela diede.
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Da quel giorno Ascanio cerc sempre Metello nei giornali, dove fosse, che dicesse alla Camera; compr anche il maggior giornale socialista per leggere i suoi articoli. E poich il figlio lo aveva trattato come un uomo sanissimo di mente, che anzi non fosse mai stato ammalato, il vecchio acquist pi fiducia in se stesso, pi coraggio. Claudia e Sisto risolsero di riprendere in famiglia la bambina, senza aspettar la fine dell'anno di scuola. Una domenica, venendo a casa, Gabriella trov sul suo lettino un bel vestito all'ultima moda, tutto fiori.
- Provalo un po' - disse la madre.
- Perch, mamma, se non lo posso portare?
- Provalo solamente.
In fretta la bambina si liber della giacchetta listata di velluto azzurro, della gonnella gonfia; entrata con l'aiuto di Claudia nel vestito nuovo, parve un'altra, parve vestita per una festa. Non si staccava dallo specchio dinanzi al quale si rigirava.
- Se ti piace, - disse la madre fissandola con occhi ridenti - non levarlo pi. Buttiamo via l'uniforme.
Col collegio ogni cosa era gi segretamente regolata. La felicit di ritrovarsi a vivere a casa fu per Gabriella cos grande, che per qualche tempo non ebbe fermezza a nulla, nemmeno a ricercare nei suoi cassetti le collane, le vecchie bambole, i nastri; ogni momento correva dalla madre a ringraziarla, le chiedeva il permesso di rimanere accanto a lei; pareva aver bisogno di spendere subito l'amore che per tanti mesi non aveva potuto darle. Claudia era felice di specchiarsi di nuovo continuamente in quei larghi occhi che l'adoravano. Col nonno la bambina tenne dapprima un contegno riservato, anche con l'idea di non fargli comprendere che adesso era una persona trattabile e prima no; ma spesso il vecchio scendeva in giardino quando vi era Gabriella, scambiava con lei qualche parola allegra da lontano, la guardava giocare con Fiocco. Una volta egli le chiese: - Prima non ci vedevamo mai. Perch ti avevano messa in collegio?
- Io non lo so davvero - rispose la bambina guardandolo coraggiosamente. - Ma non ci torner, sai.
S'incominci a stabilire tra loro un po' di confidenza. Nell'ora dopo il desinare, se Ascanio non veniva subito nel giardino, una voce d'argento chiamava: - Nonno, ti aspetto!
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Per provare al vecchio che anch'egli era nella loro vita, una sera Sisto, presente Claudia, lo fece entrare nel suo studio e gli mostr i disegni dei corpi di fabbrica nuovi che si costruivano per la clinica, ormai quasi terminati. Sisto studiava la tubercolosi negli strati sociali inferiori, la sua diffusione, i rapporti tra i mestieri e la malattia; gli azionisti dell'istituto avevano consentito a destinare uno dei nuovi edifici alla cura dei poveri. Mentre il figlio spiegava, Ascanio considerava la quadratura vigorosa della sua persona, i corti baffi nerissimi ed i capelli imbiancati sopra le tempia, gli occhi severi dietro larghe lenti rotonde, tra i sopraccigli una profonda ruga; ed aveva confusamente nella memoria il discorso che Sisto gli aveva tenuto in riva al Po, un mattino tanto lontano, quella confessione. Claudia, guardando sotto le mani forti di Sisto i fogli dei disegni, che si volevano sempre arrotolare, ripensava un progetto del quale ella non aveva ancora parlato a nessuno. Voleva avere una casa a Luvo, costruire un'altra casa invece di quella che non si poteva ritogliere agli estranei; non importava dove, purch fosse sotto il medesimo cielo, nei luoghi che avevan visto lo splendore degli Andosio, dove erano venuti al mondo lei e i fratelli, dove i genitori erano morti. L'avrebbero poi posseduta i figli e sarebbe durata lungamente.
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Ma, cos pensando, Claudia si disse com'era Graziano in quel tempo. Ella e Sisto erano inquieti sul suo conto, e scontenti di lui come se li tradisse, come se volesse diventar diverso da quello ch'essi avevano in mente. Era svagato, indifferente con loro, anzi, insofferente di ogni parola ed attenzione; studiava male, stava sempre fuori di casa, con ogni sorta di pretesti. Tra s, Claudia stabil di guardare nelle sue carte, se scoprisse qualche segreto; e l'indomani lo fece, mentre Graziano era a scuola. Trov quasi subito, nascosta ingenuamente sotto la pendola del caminetto, la chiave della sua scrivania, ed in fondo al cassetto trov - insieme ad un piccolo fazzoletto fine - due fotografie d'una stessa ragazza o donna, e lettere firmate "Leda", anche di data recente. Non le volle leggere. Avrebbe fatto interrogare il figlio da Sisto.
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Ora Ascanio dimostrava abbastanza simpatia per la propria camera, dove figuravano pure, venuti su dalla cantina, i grandi volumi del "Pensiero liberale" e le armi di San Martino. Usciva per volentieri. And a rivedere l'antica Torino. Il palazzo dell'universit era tale quale; ma i professori che aveva ascoltati nelle aule, adesso stavano intorno al cortile, nell'ombra del porticato, statue di marmo, busti di bronzo. Egli ricordava studenti dei compagni che poi eran divenuti avvocati di grido, giuristi famosi, ministri. Pensava al proprio nome, Ascanio Farra, che allora gli era parso predestinato alla celebrit. "Invece si consumer con la pietra della mia tomba". And nei quartieri pi vecchi, cos invariati con le chiese nere, con le viuzze tra case basse dov'erano sempre gli stessi androni e le stesse botteghe, ch'egli credeva di respirarvi proprio l'aria di quando stava nella citt a studiare. In una piazzetta nascosta dentro isole di queste vecchie case, rivide il balconcino sul quale Severa fingeva di occuparsi di quattro vasi di fiori aspettando ch'egli passasse. Capigliatura d'oro rosso, vita sottile: dal mezzanino era tanto vicina alla strada, che quasi avrebbero potuto darsi la mano. La ringhiera del balcone era la stessa, lo stesso era l'aspetto di tutte le cose. Ad Ascanio riapparve l'esistenza di sua moglie, il giorno delle nozze, le nascite dei figli, le domeniche di Rebbia, il libro ch'ella portava a messa, le visite che gli faceva nello studiolo della stamperia, le passeggiate in campagna coi ragazzi: quella serie di giorni, di anni, fino alla notte in cui era morta accomodandosi bene le coperte come per dormire. Gli tornavano anche, straordinariamente vivi, i ricordi del proprio padre, sebbene questi non fosse mai voluto venire nella citt grande dove lo aveva messo agli studi. Una figura di contadino sapiente ed orgoglioso ch'era sempre vissuto sulle sue terre, lavorandovi egli medesimo anche vecchissimo. Queste vite Ascanio le vedeva ciascuna come in un quadro, e gli parevano belle da guardare, opere compiute e perfette. Che importava l'esito? Quale risultato poteva mai avere la vita?
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Passeggiando un mattino di l dal Po, lungo un grande quartiere nato dov'egli aveva visto ai suoi tempi campagna, si ferm ad osservare i lavori di un ponte di pietra che si veniva costruendo per sostituire un vecchio ponte sospeso. Nell'aria tranquilla le gru si movevano adagio, sulle armature degli archi collocavano massi enormi, intorno ai quali s'affannavano mucchi di operai, empiendo a poco a poco il vuoto rimanente nella cornice di ogni arco. Si capiva gi come la costruzione fosse grandiosa e solida; si capiva ch'era fatta per un lontano avvenire; vederla formarsi dava piacere. Sempre altri lavori, altra gente; la citt era molto cresciuta. Vi erano parecchie persone ferme presso i muraglioni a guardare; i bambini si alzavano in punta di piedi; qualche sfaccendato povero s'era seduto sul parapetto. Come tutti, Ascanio pensava al giorno in cui sul ponte si sarebbe potuto passare.
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Tra le facciate di piazza San Marco, che sono un impasto morbido di bianco e di nero, la folla va su e gi con riguardo, parlando piano, vestita bene; altra folla occupa le distese di tavolini, dietro le file di lampioni che portano grappoli di luci moderate; gli ori della basilica appaiono con velato splendore in una lontananza, il campanile fila diritto verso il cielo oscuro. In Piazzetta sta la massa del Palazzo ducale, somigliante alle sue immagini tanto note eppure diverso, vero e fantastico, antico e giovine. Oltre le due colonne del molo, la laguna con la chiesa di San Giorgio in mezzo all'acqua, coi lumi brillanti e piccoli del Lido, d l'idea d'uno spazio ove non si possa andare, d'un divertimento da godere soltanto con gli occhi. "Gondola, gondola!" ripetono, invitando la folla, i gondolieri allineati in margine all'approdo. E la Riva degli Schiavoni  una terrazza interminabile, coperta d'un brulicar di gente che s'incrocia e mescola senz'alcun intoppo: marinai bianchi ed azzurri, coppie straniere confuse con delizia tra gli ignoti, scialletti neri stretti addosso a corpi svelti di ragazze, signori uscenti dagli alberghi in abito da sera, compagnie di forestieri eccitate e clamorose, gente tranquilla della citt.  un biancheggiare di volti femminei, un risplendere di bei denti, un luccichio di diamanti e di collane di vetro, uno zampillar di parole d'ogni lingua e di parole veneziane, un sorridere o ridere, un vivere con gioia ma senza fretta in un'aria toccata da qualche soffio della laguna, che odora di salsedine, di giardini e d'acqua stagnante.
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Arrivato a Venezia da due ore, Graziano vede la festa per la prima volta. Non tarda a venirgli il pensiero: "Anche Leda esiste in questo momento. Con chi ? Che fa?" E subito respira male, si sente straziare l'animo. Esser venuto qui non giova a niente; egli ha sofferto troppo, e dentro s' portato tutto ci che lo ha fatto soffrire. Attraverso le vetrate aperte del Danieli si scorge nel salone una signora vestita di rosa, con un'ampia scollatura sul petto magro, la quale suona in sordina al pianoforte una delle tante canzoni dei negri d'America, che sono di moda.
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Leda era molto cambiata quando s'erano riveduti. Lo aveva cercato lei, scrivendogli. Aveva vestiti elegantissimi, braccialetti d'oro massiccio, un anello con un grande smeraldo; era profumata finemente, ancora pi bella. Ed aveva un'espressione... Di donna soddisfatta nella vanit, di donna che ha denaro da spendere? O si vedeva che s'era data non a qualcuno ma all'amore? Felice, no; anzi, sempre irritata contro tutti, anche contro se stessa. In un tratto della Riva, entro un cerchio di soldati, marinai e donnette, richiama lo sguardo di Graziano un gobbo ritto sopra una cassa, illuminato di sotto in su da una lampada ad acetilene posta sopra un tavolino: vende cartelle d'una lotteria. Graziano distrattamente si ferma, poi ripiglia a camminare. Leda aveva sempre poca libert, ma gli mandava gran biglietti con appuntamenti, per passeggiare di nuovo insieme in luoghi deserti. Era sempre pi impaziente, pi inquieta; mostrava timore d'essere veduta. Una sera, presso una piccola stazione dove si udiva una macchina manovrare, s'erano baciati a lungo. La dolcezza, il calore, il molle respiro, la vita misteriosa che erano su quelle labbra! Ci che l'esistenza di Leda conteneva di nuovo, di segreto, d'inconfessabile, egli lo aveva sentito subito. Leda doveva odiare, o certamente non amare, l'uomo che era il suo amante. In quelle passeggiate di sera, quando si fermavano e non vi era nessuno e non giungevano rumori, adagio ella gli posava un braccio sopra una spalla e lo guardava negli occhi con profonda avidit ma come guardando una cosa lontana; diceva il suo nome due, tre volte, a se stessa; poi lo baciava. Voleva che parlasse di s. "Che farai poi, Graziano? Vorrei sapere il tuo avvenire". Sempre vi era tra loro una grande distanza, e forse Leda si teneva apposta cos distante. Dal fondo dell'animo le veniva su a volte un sentimento disperato "Dovrei andarmene, sola, che nessuno sapesse dove!".
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Graziano vede la Riva degli Schiavoni allargarsi e sul margine farsi quasi deserta; vi sono ormeggiati a lumi spenti battelli della laguna, gi in riposo; avvicinatosi all'acqua, egli siede sopra una delle bitte a cui si annodano le gomene; l presso due vecchi pescatori o marinai fumano discorrendo. Come ha sofferto! Di ci che immaginava e quasi sapeva, di quello che ignorava, del veder Leda tanto bella ed elegante, di ogni cosa nuova ch'ella avesse, anche d'un parasole o d'un ventaglio. Non aveva mai fatte domande, e lei non parlava. "Meglio che tu non sappia" diceva il suo viso qualche volta. Pure, se riceveva uno dei biglietti con gli appuntamenti, egli si sentiva un altro; soltanto nei momenti passati con lei gli era parso di vivere. Ed aveva avuta, una sera, la felicit breve e strana, che non sembrava vera. In quel sobborgo Leda abitava una piccola casa con giardino; quasi tutte le sere egli scappava fin l, a guardare la casa, a vedere se la finestra di Leda fosse illuminata, a far ogni specie di congetture, con una gelosia bruciante o con una rassegnazione piena di disprezzo per se stesso. N sapeva quel che volesse; esserle vicino, sentirsi solo con lei, sarebbe bastato. Capiva il significato sensuale della sua bellezza, ma non pensava di poter venire con lei ad atti diversi dai baci. E Leda lo trattava sempre come un ragazzo. Quella sera, invece, mentre tutta la casa era buia e pareva vuota, ella era uscita nel giardino; in silenzio, in fretta lo aveva fatto entrare; ci ch'era successo nella stanza sconosciuta, dove giungeva un po' di luce dai fanali della strada, quel tempo cos breve dopo il quale Leda lo aveva subito mandato via, ancora lo faceva tremare d'amore, ricordando. Leda s'era accorta che egli era nuovo alla prova. "Caro! - gli aveva detto. - Ti ho fatto mio per sempre. Non mi dimenticherai pi".
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Graziano si alza; dalla Veneta Marina prende la via popolare e brutta che si allontana dal bacino. Pochi giorni dopo l'avvenimento, Leda lo aveva appena raggiunto in uno dei soliti luoghi deserti, quando uno dei suoi fratelli era apparso; indubbiamente l'aveva seguita, la spiava; ma era passato accanto a loro senza dire niente, con l'andatura fiacca, col sottile sigaro in bocca, e si era allontanato. "Quella gente - aveva detto lei - mi vuole schiava in tutto! Mi vuol togliere te". Poi egli era rimasto senza notizie di Leda; proprio mentre doveva fare gli esami, era trascorsa una settimana senza che giungesse un suo biglietto; forse ella era andata fuori di citt con qualcuno. "Graziano, - gli aveva detto il padre quando lo aveva chiamato alla clinica - sei cambiato. Hai fatto gli esami mediocremente. E si vede che soffri. Voglio saperne la ragione: devi essere sincero", Non pareva altro che un medico, col cmice bianco indosso. Graziano aveva viste le ali nuove dell'edifizio, che gi si venivano sistemando, e sulle grandi logge dei reparti antichi i malati distesi sulle sedie a sdraio a prender aria. Al babbo non aveva nascosto niente; a misura che le parole gli uscivano di bocca, la condizione nella quale si trovava di fronte a Leda, gli era sembrata assurda, come se comprendesse quelle cose soltanto allora. Aveva sentito la mano del padre battergli qualche colpo leggero sulla guancia: "Tutti siamo stati ragazzi; sono malattie che bisogna passare; ma ora devi guarirti da te, tagliare. Io non te ne parler pi. Andrai a fare un piccolo viaggio, da solo". Nello studio tutto era bianco, le pareti, i mobili di ferro; alle pareti stavano appesi fotografie di preparati microscopici, radiografie, un ritratto del maestro di suo padre, Antonio Sparvieri, viso magro acuto sbarbato, occhi chiari, ciuffo candido. L'odore dei disinfettanti era gradevole come qualcosa di estremamente pulito.
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Graziano si accorge d'essersi inoltrato per questa via lunga e brutta; torna alla Riva, a passo pi rapido rientra nella festa; sempre sui ponti di marmo scorre su e gi la folla, sempre i gondolieri chiamano e dietro di loro si vedono i pettini delle gondole alzarsi ed abbassarsi piano; tra i riflessi d'ogni colore moventi sulla laguna, vaporetti e gondole continuano il loro va e vieni come per gioco; dalla "galleggiante" carica di lanterne si spargono suoni e voci di cantori. Ma Graziano non vuole pi saperne della festa; andr a dormire. Piazza San Marco, gremita, manda un ronzio dolce e denso. All'imbocco della calletta che porta all'albergo, vi  un crocchio di donne in scialle nero, intorno alle quali gira una vecchia stracciata, sdentata, piegata in due da qualche male. - Ero bella anch'io, pi di voi! Denaro finch ne volevo. Orecchini, braccialetti! - grida con voce stridula, gettando loro nomi ingiuriosi; ed esse cercano di cacciarla come una lurida bestia.
Nei giorni seguenti Graziano si diede al gran lavoro di vedere tutti i musei, i palazzi, le chiese, le isole. Davanti alle fastose architetture, nelle immense sale dorate, in mezzo allo splendore dei dipinti, aveva l'impressione d'una vita creata da giganti dei quali si fosse poi perduta la razza. Ma lo infastidiva tutto ci che nella citt si vedeva di logoro e fracido, le fondamenta corrose dall'acqua, le gradinate sconnesse, gli spigoli limati dalle barche dentro gli stretti canali dov'era un odor di mare imputridito; gli davano un senso di artifizio tedioso i tramonti, gli effetti di luna, il profilo stesso della citt posata sul piano colorato dell'acqua, come spettacoli rifatti sempre sul modello delle vedute da pochi soldi sparse in ogni luogo. Se s'infilava nei corridoi dei sestieri poveri, provava vergogna di quella miseria inveterata e pitocca che mandava sciami di fanciulli, come mosche, addosso ai forestieri a chiedere la monetina ed intanto imprecava sottovoce contro i "bastardi" che venivano a cacciarsi l. Ma troppe cose gli dispiacevano: capiva di aver torto. Stando una volta nell'armeria di Palazzo ducale dinanzi ad una vetrina di morioni e d'archibugi, gli tornarono alla memoria gli ultimi momenti passati con Leda. Le aveva dichiarato duramente di voler finire quella loro storia, ed ella aveva accettata la decisione senza protestare n far cenno di quanto era stato sempre taciuto, di tutti i segreti della propria vita. Quegli occhi dipinti, con superbia ma attraverso grosse lacrime, avevano lungamente studiato il suo viso, i suoi occhi come per ricordarli poi sempre. Ella aveva detto: "Non saprai mai che cosa sei stato per me, che cosa cercavo". Nell'atto di staccarsi da lui, Leda aveva alzate le braccia ad aprire il parasole, ed un istante egli le aveva veduta sotto le ascelle la seta leggera del vestito un poco bagnata di sudore. Risentiva adesso l'ira provata allora nascostamente, un odio di quel corpo che non avrebbe mai pi posseduto.
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Di forestieri la citt traboccava. Ogni gondola passante nei rii conteneva una coppia straniera convinta di vivere il famoso idillio veneziano; drappelli tedeschi camminavano per le chiese facendo sonare le scarpe chiodate; la sera in Piazza comparivano coi loro amanti donne di meravigliosa bellezza ed eleganza, venute come in un viaggio trionfale da lontane metropoli; i grandi alberghi del Lido ospitavano famiglie di Cresi americani. La variet della folla faceva pensare ad una vita che avesse per teatro il mondo intero. Ogni tanto comparivano nella ressa facce negre, occhiuzzi cinesi, turbanti ind; e gli individui d'un colore passavano accanto a quelli di colore diverso senza mostrare alcun interesse. Dagli oziosi della Riva, Graziano udiva parlare di piroscafi in arrivo da Trieste, da Fiume, luoghi che erano in una lontananza favolosa. Sbarcavano di l compagnie venute in gita, ornate di coccarde dai colori austriaci od ungheresi, classi di collegiali che portavano il chepp degli eserciti imperiali; in cima agli alberi delle navi con cui erano giunti, si moveva la bandiera dell'Impero. Intorno a Venezia, in fondo all'orizzonte, pareva sentirsi il grande vecchio Orco, quello stesso che in altri tempi, dal palazzo dei Dogi, aveva fatto leggere ai patriotti italiani sentenze crudeli: ancora ringhioso e pieno di malvage intenzioni.
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Volentieri Graziano stava alla finestra della sua camera d'albergo, a guardar l'acqua verde d'uno stretto canale che sempre trascinava piano una bottiglia, scorze di cocmeri, rottami; a guardar gente passare un piccolo ponte senza che si scorgesse donde veniva n dove andava; ad osservar le case, quei muri e quei tetti vecchissimi, gli scalini sui quali l'acqua saliva adagio. Dall'alto calavano ogni tanto le pesanti onde delle campane di San Marco. Una finestra dirimpetto alla sua lasciava vedere una camera in cui due giovani sorelle, l'una bionda e l'altra bruna, belle abbastanza, si offrivano alla sua vista giocando sul letto, poco vestite, strillando ridendo nervosamente, dandosi baci e morsi. Cos breve era la distanza, che si sarebbe potuto far conversazione a voce bassa; ma Graziano non fece neanche un sorriso, e per dispetto la minore delle ragazze fin di mostrargli tutta la lingua.
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Un mattino, essendosi svegliato assai presto, il giovine pens di andare a sedersi oziosamente in punta alla Dogana, come aveva desiderato ogni volta che l'aveva vista. Pass il Canal Grande al traghetto della Salute, lasci da parte la mole gonfia e leggera di questa chiesa e si port dove il molo  simile ad una prua in mezzo all'acqua. Non vi era che un ganzr, uno dei vecchi gondolieri risecchiti che si guadagnavano un po' di pane e di tabacco afferrando con un gancio le gondole approdanti. Tutto stava immerso in un'aria fresca e nitida nella quale ogni pi lieve rumore spiccava netto, in una luce ancora senza forza, eterea, che sembrava diversa da quella che aveva sempre illuminato il mondo. Intorno al bacino ogni cosa era prodigiosamente bella, i palazzi della Piazzetta e la Riva degli Schiavoni, le masse d'alberi dei Giardini, il Lido lontano, le case basse della Giudecca; ed in mezzo alla chiarissima laguna color di perla, San Giorgo con la lancia del suo campanile. Venivano dalla Giudecca barconi neri colmi di ortaggi e di frutti; qualche vaporetto andava gi cercando i suoi approdi uno dopo l'altro; ma l'impressione era egualmente che in quello spazio non vi fosse pi la gente di prima e che incominciasse una vita diversa, indicibilmente semplice e serena.
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Il ganzr, seduto sul molo con le gambe pendenti verso l'acqua, borbottando commentava a se stesso ci che scopriva d'interessante nel bacino, tutto ci che vi apparisse. Presso l'isola di San Giorgio stavano all'ancora alcune navi da guerra, col bucato dell'equipaggio sventolante a prora; intorno ai loro alberi di ferro giravano ad ali ferme i gabbiani, che poi si posavano parlottando sulla chiarezza dell'acqua. Attraccati alla punta della Dogana erano rozzi velieri, dipinti con gusto fanciullesco e portanti scritti a poppa nomi come "Buona Volont", "Fratelli audaci"; sopra coperta vi lavoravano pochi uomini d'ogni et, senza fretta, come se fossero venuti l solamente per amore di quel navigare. Dal canale della Giudecca, attraversando con prudenza la laguna a cercar l'uscita, spunt un piroscafo lucente di vernice nuova, nero con una fascia rossa. - I soliti greci, - si disse il ganzr. - Atene, Costantinopoli, linea del Mar Nero. Per lustro  lustro. Di fuori.
Graziano era meravigliosamente contento di quanto vedeva: una vita bella, degna del luogo, di quella luce e del giorno che incominciava, diverso da ogni altro. Una calma perfetta era in lui; si sentiva pieno di fiducia e leggero come i gabbiani. Il suo sguardo non cessava mai di fare il gran giro e contemplare ogni cosa. Si volse al portico di marmo della Dogana, alla donna d'oro che, in equilibrio sul globo del mondo, dava alla brezza una piccola vela d'oro e girava un tantino: non era la Fortuna, come dicevano, ma la Fantasia, l'insegna di quella vita. Egli sentiva un intenso desiderio di vivere, un desiderio dell'avvenire, ma per rimanere sempre come in quest'ora, in un sogno, senza sapere ci che le cose fossero veramente.
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Sulla coperta del veliero che gli era pi vicino, si vedeva soltanto un ragazzo, con nerissimi capelli scarmigliati e con una maglia indosso tutta buchi, il quale spaccava un po' di legna per la cucina. Accorgendosi ad un tratto che non aveva pi scambiata parola con alcuno, Graziano ebbe voglia di discorrere; si alz, si port presso il bordo impeciato del bastimento. - Voialtri - domand al mozzo - di dove venite?
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Capitolo 5. Anno 1901.
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Intorno all'Amist era ancora la notte quando Cleto e Marta, restando in letto al buio, riprendevano a discorrere adagio, a voce bassa, di ci che pesava sull'animo loro anche nel sonno. Nell'inferriata della finestrina scintillava qualche stella. Essi ripetevano le cose gi molte volte dette. Se il padrone moriva, quale sarebbe la sorte dell'Amist? Casimiro - come tra loro lo chiamavano - nel mandar gi il cibo aveva sentito alla bocca dello stomaco un leggero imbarazzo, che a poco a poco era cresciuto; andato a farsi visitare a Torino, l'avevano rimandato a casa, ma pareva che non vi fosse niente da fare, nemmeno un'operazione da tentare; era condannato. Il male doveva essere il medesimo che aveva portati via sua madre poi una sorella poi un fratello. Egli non aveva altri parenti stretti che i figli di quel fratello e di quella sorella, i quali vivevano in citt lontane e non venivano mai a Rebbia. Era possibile che Casimiro, cos trascurato e pigro, avesse pensato al testamento? Adesso sperava ancora di guarire. Un erede, chiunque fosse, poteva avere i suoi motivi di cambiar i coloni. Ma il pericolo pi grave era che i nipoti vendessero i possedimenti, chiss come, e che l'Amist fosse fatta a pezzi, divisa tra molti compratori. L attorno era accaduto di altri bellissimi poderi.
Cleto e la moglie sentivano che il luogo dov'erano per tanti anni vissuti lavorando, non apparteneva a loro in nessuna maniera, e non apparteneva a loro neanche la valle dove avevano tranquillamente regnato per tanto tempo. Non avevano alcun diritto di rimanervi. Gi si vedevano, un giorno qualunque, uscire dal portone con le masserizie sui carri, per andar chiss dove. Discorrevano con poche parole e con molti sospiri, facendo pause lunghe. Parlavano pure di Fede e di Dionisio che li lasciavano. Fede sposava il servitore del podere vicino, Remo, il quale aveva messo da parte qualche soldo per andare a stabilirsi a Torino. Voleva cambiar vita anche Dionisio ma andando in Francia. Chi avrebbe avuto cuore, anche potendo, di obbligare i figli a restar contadini? Nella finestrina le stelle impallidivano; si mostrava nel cielo il chiarore livido con cui i giorni ricominciano; bisognava alzarsi. Gi Urbano aveva abbeverati i buoi; Giusto, disceso dal fienile dove sempre preferiva dormire, s'era scosso dai panni il fieno che vi stava attaccato, s'era lavato nell'abbeveratoio, ed in cucina abbrustoliva sulla brace una fetta di polenta per strofinarla poi con uno spicchio d'aglio.
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Tutta la giornata Giusto lavorava senza mai parlare di Casimiro n di quel che poteva succedere: come non curandosene o non volendoci pensare. Egli aveva fatto il soldato per due anni, negli Alpini; era tornato da poco; poich al servizio militare c'era andato con l'idea che fosse una ingiusta schiavit, la disciplina gli era parsa pesante; ma aveva rigato dritto; del resto, la vita della caserma, in una piccola citt vicina alle Alpi, durava pochi mesi all'anno, poi si stava sulle montagne; e quei soldati eran tutti montanari o contadini. Qualcosa della vita militare, nel portamento, nei modi, anche nel viso, gli era rimasto. Da principio l'avevano visto rientrare nei suoi vecchi abiti e ripigliare i soliti lavori come contro voglia; dopo, era ridiventato quello di prima, che parlava poco, non risparmiava mai la fatica e si curava di tutto ci che bisognava fare come d'un dovere che avesse verso il podere, verso la terra. La domenica andava da solo fino a Rebbia, oppure rimaneva a casa a leggere, giornali se ne aveva o qualche libro logoro, tutto orecchie, che aveva portato con s tornando in congedo. L'annata sembrava favorevole, il tempo buono non costringeva ad oz forzati, il lavoro dava soddisfazione.
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Spesso capitava Remo, per discorrere con Fede del loro prossimo matrimonio. Quando Marta aveva altre faccende, chiamava a sorvegliare i colloqui l'ultima sua figlia, Uliva, ragazzetta pungente che accettava l'incarico con molto dispetto. Remo era sempre un bel giovine, con quei denti bianchi nel viso abbronzato; aveva pensato di sposare Fede come per compenso di non aver potuto prendere Regina; Fede aveva ora diciott'anni, l'et di Regina quando era innamorata di lui, ma non era cos fine, aveva spalle di contadina e larghi occhi che si movevano lenti in una faccia quadrata. Si volevano bene i fidanzati; sotto gli sguardi di Uliva si bisticciavano non potendosi baciare; col desiderio affrettavano il tempo delle nozze, anche perch vedevano in una luce brillante la vita che li aspettava nella grande citt. Remo si sentiva gi uscito dalla sua condizione di povero servitore.
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A preparar vestiti ed un po' di corredo alla sposa venne da Torino una parente. Questa Irene, figlia d'una sorella di Marta che aveva sposato un operaio delle ferrovie, lavorava in una tessitura ma era anche abile nel tagliare e cucire; poich la fabbrica, minacciata dal fallimento, aveva licenziata molta gente, e trovar subito occupazione altrove era difficile, la ragazza era stata contenta di venire all'Amist mentre s'avvicinava l'estate, quasi in villeggiatura. Era alta, aveva la magrezza nervosa, l'occhio smaliziato, il parlare sciolto delle ragazze di fabbrica; sapeva vestirsi, acconciarsi bene; portava sempre ai polsi cerchi e catene d'argento che accompagnavano ogni suo gesto con un suono piacevole; rideva per mostrare i denti e non temeva di annerirsi un tantino la pelle prendendo sole. Nel lavoro era svelta e vi metteva impegno.
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Giusto non la rivedeva da molti anni: da quando ella era venuta qui con sua madre alla vendemmia e s'arrampicava sugli alberi. Ora gli piaceva molto; in lei sentiva la vita della citt grande, il modo di pensare, di esprimersi proprio di quella gente tanto diversa; anche nel corpo magro Irene aveva una vivezza, un'eleganza che la rendevano diversa da qualunque ragazza di campagna. Finita la giornata, sebbene stanco, egli si lavava bene, e dopo cena scambiava con lei qualche parola sull'aia, se poteva avvicinarla da solo. Irene faceva talvolta un po' di chiasso con Uliva, solleticando e trascinando a correre la ragazzetta bisbetica; scherzava con tutti, anche con Dionisio e Cleto, si udivano le sue voci capricciose, le sue risate improvvise; insegnava canzoni alle cugine. Ma tutto questo faceva come una signora in campagna e canzonando sempre un poco tutti quanti. Mostrava di stare pi volentieri con Giusto che con Dionisio, il quale anche insieme a lei non perdeva la sua fiacca. La domenica, andando per il podere a cercar frutta con Fede e Uliva, chiamava Giusto. Anche con lui, scherzando, stuzzicandolo alquanto, lasciandosi servire galantemente, era sempre una ragazza di citt di fronte ad un contadino. Le sue parole, i suoi gesti, quel modo di fare, si potevano per comprendere in molte maniere. Il giovine restava timido, non osava sfiorarla, si teneva a rispettosa distanza, con una cert'aria contenta ed un luccicore nello sguardo. Anche lavorando pensava a lei; scendendo dal fienile alla prima luce, volgeva subito gli occhi all'uscio d'una stanza sotto il portico ch'era stata data ad Irene; si sentiva preso da lei e non si difendeva, non provava diffidenza.
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Accadde che una mattina il vecchio Urbano non riusc a levarsi dal suo saccone. Per curarsi il nervo di una gamba, dal quale era tormentato da qualche tempo, dopo esser andato a consultare nella campagna una donna che dava rimedi, s'era messo al calcagno un vescicante. Si trov una gran piaga. Prov a calzare egualmente la scarpa, poi a camminare con quel piede ravvolto in un cencio; non pot reggere al dolore, fu costretto ad avvertire Giusto e darsi vinto. Volle che il nipote lasciasse la porta aperta: il nervo infiammato e la piaga gli causavano sofferenze crudeli; pure, dalla sua cella egli stette a guardare come sull'aia le bestie venissero abbeverate ed attaccate al carro. Il peggior dolore era di non riprendere il suo posto mentre una giornata incominciava. Non permise che fosse chiamato il medico ma si rassegn a non fare niente e stare sul saccone finch il male non se ne andasse. Presto cap che ci sarebbe voluto molto tempo; cess di contare i giorni. Nello stanzino tappezzato d'immagini sacre, tra le quali gli era vicino, sulla parete accanto al letto, il quadro con tutti i papi, sopportava la tortura spietata. - Pazienza, pazienza - ripeteva serrando le robuste mascelle se lo spasimo s'inaspriva. Nei suoi libri leggeva le penitenze degli eremiti, i supplizi dei martiri, dicendosi che al confronto il suo male non era niente; scoteva con rammarico la barba, sempre annodata, ogni qualvolta gli giungevano i rumori dei bovi che andavano ai campi o ne tornavano. Giusto veniva spesso a rendergli conto dei lavori in corso e parlargli delle bestie. Da solo, pregando, il vecchio offriva i suoi patimenti a Dio perch aiutasse la famiglia nel pericolo da cui era minacciata. Non sperava che il padrone guarisse n che la famiglia rimanesse all'Amist dopo la sua morte; sperava si potesse trovare un altro buon podere, sebbene i giovani ad uno ad uno si allontanassero. Per quanto lo riguardava, la sua speranza era soltanto di guarire presto, di lavorar la terra e guadagnarsi il Paradiso, come sempre. Terra ve n'era tanta, e per quel fine era tutta eguale.
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Casimiro Gallant peggiorava. Ormai si trascinava dalla poltrona al letto, non poteva pi mangiare; il suo viso era divenuto grigio come la polvere: non v'era dubbio che si trattasse d'un tumore maligno. I soliti accattoni che facevan tanta strada, i lavoratori avventizi che giravano da un paese all'altro, lo andavano dicendo molte miglia distante quale malattia aveva colpito il padrone dell'Amist, quale incerta sorte stava sospesa sul podere e sui mezzadri. I Crivelli non avevano nemici; a molta gente rincresceva che forse dovesse finire il loro regno bonario su quella collina. Giusto era persuaso che veramente il tempo dell'Amist stava per terminare; ma nei lavori non abbandonava la regola severa, anzi, provvedeva sempre a tutto ci che lo zio non poteva fare, aiutato con stento dal padre e da Dionisio, con buon volere e poca esperienza dal fratello minore, Donato. La sera era talvolta spossato; tuttavia seguitava a ripulirsi bene per far conversazione con Irene, seduti presso il pagliaio sopra la paglia scivolata gi. Ad un tratto la grossa voce di Urbano dalla cella gli comandava di andar a dormire, ed egli subito obbediva. Insieme ad Irene, alle sorelle ed a Remo, che aveva preso un barroccio in prestito, and alla sagra d'un paese non tanto vicino, e fu una bellissima giornata di festa, tra il padiglione del ballo, i banchi delle ciambelle, le osterie improvvisate, nei prati pieni di gente e di suoni. Con lui la ragazza era sempre la stessa; sempre quel parlare leggero e capriccioso, quel guardare come per divertirsi, quell'aria di forestiera; gli rideva francamente in faccia se egli, tornando apposta dai campi, le passava vicino come per caso, mentre ella stava da sola a cucire sull'erba in qualche luogo fresco. Giusto maturava adagio un'idea nella testa cocciuta; non trovava mai il coraggio di parlarne con la ragazza e nemmeno quello di dirle ci che sentiva per lei, avendo sempre l'impressione che fosse d'una condizione superiore. Ma Irene non sapeva gi benissimo ogni cosa? Il giovane si immaginava che avrebbe finito per parlarle e che lei avrebbe capita la sua idea, accettando la proposta.
Alla met di luglio, come nell'altre estati, arrivarono i Farra. Si rividero bauli e valige, le finestre della villa si riaprirono, successe il solito affaccendarsi della servit; e riapparve coi figli la signora Claudia. Quell'anno Graziano port un cavallo da sella: un sauro di mezzo sangue, con piccola testa ardita ed occhi lampeggianti, pieno di fuoco ma sincero. Passando per Rebbia, Claudia aveva visto Casimiro Gallant; non si alzava pi dal letto, non pesava pi niente, era un'ombra, ma sperava sempre di guarire, poich i medici non gli avevano detta la verit. A Marta - che venne da lei a versar lacrime, col suo viso di Addolorata nel quale si scavavano di anno in anno pi profonde le rughe di contadina - la signora non lasci alcuna illusione riguardo all'esito della malattia. Allora la massaia le disse la segreta speranza sua e di Cleto, che l'Amist venisse comprata da lei. Anche Claudia pensava con pena che potesse fare una cattiva fine il luogo amato dove aveva trascorse le sue vacanze di giovinetta; ma il podere era costoso e vecchio, ed era un'opera dei Gallant mentre ella voleva creare una cosa sua, una cosa dei Farra. Non illuse la buona donna nemmeno a questo proposito.
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Ogni giorno Graziano faceva lunghe cavalcate. Godeva la forza vibrante, lo slancio del bell'animale; gli piacevano il crocchiar della sella, il rumore delle zampe decise e leggere sugli stradali; scendeva nella pianura e, dov'era possibile lanciare il cavallo al galoppo, si sentiva unito alla bestia in una stessa gioia di vita, di movimento, di giovinezza; poi cercava tutte le strade delle colline. Nell'aria fresca del mattino o sotto il sole gagliardo, respirando gli odori della campagna, si figurava d'esser uno che andasse per il mondo alla ventura e non dovesse mai tornare ad una casa. Ricordava la fatica fatta a tavolino empiendosi il cervello di matematica, di chimica per gli esami di licenza, e si scopriva il capo perch il vento portasse via questa roba che ormai non gli serviva pi. Quando usciva dall'Amist o rientrava, sempre vedeva Irene seduta nel prato presso un olmo del viale, diritta sulla vita in mezzo a mucchi di stoffe, vestita e pettinata come se avesse lasciato in quel momento lo specchio. Ella lo guardava bene negli occhi, con un sorriso che diceva "Sono qui. Ti piaccio?"; e gli gettava l'esca per chiacchierare.
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Spesso Graziano a cavallo passava per Luvo. Era sempre un paese deserto, anzi, morente; sulla piazza, dove la farmacia e le poche botteghe sembravano abbandonate dalla gente, il palazzo degli Andosio mostrava la faccia enigmatica, con le persiane chiuse, col portone chiuso. Le case delle vecchie famiglie borghesi infrollivano sempre pi; anche nelle dinastie di contadini ricchi, che avevano pur esse una lunga storia, non vi era pi fiducia, non volont di piantar vigne nuove, comprar terre, costruire. Molti giovani se ne andavano, ogni anno, i ricchi facendosi avvocati o preti, i poveri emigrando. Il vecchietto dalla fascia rossa, il Messia, era poi morto. Qualche volta Graziano arrivava alla Stellata, la costeggiava scendendo per la stradetta allegra del camposanto. I pilastri senza cancello, coperti di spine, il casale roso dal tempo, la spianata, gli parevano molto rimpiccoliti. Sul margine della spianata passeggiava un vecchio dai grossi baffi bianchi, tenuto sottobraccio da una donnetta grassoccia, entrambi vestiti a lutto: il cavalier Costante con quella ch'era stata la sua servetta e adesso era la vedova di Mercurino. In primavera il timido Mercurino s'era appeso ad un chiodo nello stanzone del teatro - forse perch aveva finalmente capito il gioco che gli avevano fatto combinando il suo matrimonio - dopo avere scritta al padre una lunga lettera in bellissima calligrafia. Tutta la Stellata era sempre dei Breme; ma, a causa di questo avvenimento, non soltanto Clemenza e suo padre non ci venivano pi; se ne teneva lontana anche Barbara, aspettando vendette dall'avvenire. Costante e la donna grassoccia vi erano rimasti soli.
Un giorno, sulla piazza del paese, dove non vi era che un girovago a rassettar padelle in un angolo, Graziano incontr Aroldo Lanciarossa. Questi era a piedi; da qualche distanza si mise ad osservare il sauro con occhio d'intenditore; si tocc l'ala del largo cappello con gesto grandioso. - Bella bestia! - disse. - Magnifico portamento! - E mosse deciso verso il giovine. Graziano ferm Ilisso, al quale l'altro batt una mano sul collo per farlo stare quieto. Sotto una corta giacca nera orlata di gallone il Lanciarossa portava una camicia di seta ampiamente aperta intorno alla gola scottata dal sole; il pizzetto, i capelli mandati indietro con vigorosi colpi di spazzola erano ormai pi bianchi che grigi; egli si alzava col dorso della destra i baffi rudi, faceva alla piccola barba la punta, sorridendo e guardando con pupille scintillanti come se fosse dinanzi ad un invisibile pubblico. Si sapeva che aveva sempre ripeschi con contadine belle e che era molto generoso.
- Poich amate i cavalli, - propose a bruciapelo a Graziano - venite a vedere i miei.
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Graziano, non sapendo come ricusare e sentendo anche con piacere che poteva penetrare in quel luogo sconosciuto e misterioso, la casa dei nonni, accett. Il Lanciarossa and in fretta alla gradinata, la sal con salti elastici, entr a ordinare che si aprisse il cancello del giardino; ed il giovane fece al trotto il giro dallo stradale. Varcato l'ingresso, vide quei begli alberi che avevano tanti anni, le grandi gabbie nelle quali passeggiavano fagiani d'oro e d'argento, gridavano pappagalli, volavano in ogni senso piccoli uccelli di penne colorite. Provava uno stupore d'esser l. Facilmente distingueva le cose che non erano degli Andosio: le aiuole incorniciate di terracotta, un puttino di marmo che riceveva sopra un ombrello di zinco lo zampillo d'una fontana, ed in fondo ad un viale il bersaglio dove il Lanciarossa abitualmente si esercitava con la pistola facendo udire di fuori i colpi. Il tempo degli Andosio si vedeva bene sulle facciate interne del palazzo, formanti un angolo su due lati del cortile; l'intonaco era vecchio ma sopra certe finestre del primo piano recava ancora una meridiana, quasi cancellata, che Claudia ricordava. Invece le scuderie erano rifatte, lucidissime; i cavalli non meno lucidi che vi stavano, alla chiamata del padrone risposero agitandosi, qualcuno nitr.
- Ora dovete salir di sopra - disse poi il Lanciarossa; ed aggiunse con un inchino cavalleresco: -  la casa dei vostri avi.
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Nel palazzo l'atrio, lo scalone di pietra, i larghi corridoi, le finestre munite d'un gradino per potervisi affacciare, le porte scolpite, la cucina grande come quella d'un convento, mostravano una maniera antica di fabbricare e la solida agiatezza di chi aveva fatto costruire l'edificio. Di pietra, di stucco o dipinto, in molti luoghi si trovava lo stemma degli Andosio, tre cipressi sopra un monticello. Nel salone principale, che aveva l'altezza di due piani e la tribuna per l'orchestra, erano ancora appesi alle pareti i lumi a specchi dei balli di cui parlava Claudia per averne anch'ella udito parlare. Quei nonni, morti tanto tempo prima ch'egli nascesse, Graziano aveva l'impressione che fossero appena andati via. Pensava ai bisnonni ed a coloro dai quali essi erano nati, sentiva in quel passato le proprie radici. Sotto le alte volte si compiaceva di far sonare gli speroni. Per nelle stanze veramente abitate dai Lanciarossa vi era la vita di quest'altra gente, tra mobili con le fodere, scatole di tabacco, vedute di Monte Carlo, gomitoli di lana; sopra ogni tavolino o mensola fotografie di Jenny ad ogni et, la quale in salotto stava impettita e florida in un dipinto ad olio ricavato da una di quelle fotografie.
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Il Lanciarossa si comportava come il vero padrone della casa, guidando l'ospite con aria d'uomo di mondo ritirato in un paese. In uno dei corridoi buss leggermente ad una porta, l'apr tanto da passarvi il capo: - Sofia, permetti? - L'ampio vano dove il giovine fu introdotto, era piuttosto magazzino che dispensa; nella penombra che facevano gli scuri accostati, s'intravvedevano sacchi di grano appoggiati ai muri ed in un canto un peso a bilico. Prendeva dei pomodori seccati al sole, da un'asse posta sopra due sedie, una donna non alta, grassa, coi capelli ancora neri, che aveva un naso curvo ben fatto, da duchessa, pizzicato dagli occhiali. Ella vestiva a lutto, modestamente, sebbene la morte della figlia fosse avvenuta da tre anni. Si scus col visitatore del lavoro che faceva, ma la voce ed i gesti significavano che ormai non le importava pi di nulla. Qualche indizio d'una vita diversa nella sua persona rimaneva nella pelle del viso, delle mani, bianche e morbide, nella bocca, una di quelle bocche che hanno molto baciato.
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Graziano fu colto ad un tratto da un'impazienza d'andarsene. - Se avete piacere di provare i miei cavalli, - gli disse il Lanciarossa accompagnandolo nell'atrio - sono vostri. Venite quando volete. - Quando il giovine, risalito in sella, usc e riprese la solita strada, si trov subito un rimorso addosso. Ripensava che quella gente veniva da un passato losco e s'era insediata l per mezzo di affari non meno loschi, approfittando della sventura di Aleramo; ripensava come tutto ci era visto da sua madre, che considerava la presenza dei Lanciarossa nella casa paterna uno sfregio alla storia degli Andosio; aveva anche una sensazione d'essere stato giocato dal finto gentiluomo, come se questi gli avesse fatto approvare ed accettare ogni cosa con quella semplice visita. Non raccont a sua madre l'avvenimento.
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Sempre Irene, rilisciata e saettante sguardi furbi, si mostrava sul passaggio del giovine; gli chiedeva che le insegnasse a montar a cavallo; una volta scapp via con le sue stoffe perch egli le port Ilisso vicino. Stettero a discorrere pi lungamente quando Graziano girava a piedi per il podere: la ragazza si mise a lavorare distante da casa, all'ombra d'una fila di noccioli. Di sera ella si faceva sentire a rider forte sull'aia, ma le stava sempre insieme qualcuno. La giornata dell'Amist si regolava col sole; tutti s'alzavano presto e presto si coricavano; quando attraverso l'oscurit venivano dal campanile di Luvo dodici rintocchi che non terminavano mai, la villa il podere la valle erano nel miglior sonno da un pezzo. Graziano stava qualche sera alzato a scrivere, abbozzando un romanzo attorno ad un figura di donna che somigliava a Leda; prima di andare a letto s'affacciava al balcone e magari scendeva a fare un breve viaggio nell'Amist dormente. La stagione era ancora calda. Trovava un'aria immobile sotto un cielo tutto traversato dal polvero della Via lattea. Dal giardino passava al cortile, oscurit pi calda, dove il cane dei coloni gli veniva intorno alle gambe silenziosamente. Nella cella chiusa Urbano, non potendo dormire per i dolori, recitava preghiere: alcune parole dette forte tenevano luogo di lamenti.
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Questo tormento del bifolco fin prima che non si credesse. La piaga prese a guarire, in poco tempo si chiuse, ed egli sent mitigarsi anche l'implacabile ferocia del nervo, il quale gli era parso un diavolo ficcato dentro la sua gamba. Ora benediceva solennemente la medicastra da cui aveva avuto il crudele rimedio. Prov ad alzarsi e camminare un poco nell'aia appoggiandosi ad un bastone; una mattina sull'albeggiare Giusto lo vide uscir dallo stanzino come se non avesse mai interrotto il corso delle sue opere. Abbeverate le bestie e dato ad esse il fieno, il vecchio guard se era in ordine un carro di letame da portare ai campi. - Fa' i fatti tuoi - disse al nipote che voleva ancora occuparsi di questo lavoro. Quando ebbe attaccati i bovi, nel momento di mettersi innanzi agli animali per chiamarli col pungolo, si tolse il cappello e si segn lentamente.
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Giusto si trov allora alleggerito di molte fatiche: provava quasi un fastidio di non aver da lavorare abbastanza, d'essere troppo libero. Avrebbe potuto avvicinare pi spesso Irene, ma di fronte a lei si sentiva incerto ed umile peggio di prima, perch nella cugina aveva notato un cambiamento; conservando il tono scherzoso, ella lo guardava ancor pi dall'alto, lasciava comprendere che non se lo vedeva intorno volentieri. In un pomeriggio, avendo finito presto di tagliar fascine in una ripa, risal a casa attraverso il prato dei noccioli, col suo falcetto attaccato sulle reni alla cintura; tra due di quelle piante, come in una stanza verde, vi erano Irene e Graziano; egli stava in piedi e la ragazza, seduta tra la roba da cucire, s'era attaccata ad una sua mano cercando di farlo cadere accanto a lei. Il gioco era silenzioso. Essi non si accorsero di chi passava in distanza, e Giusto non si ferm, non vide altro: aveva per avuta una scossa al sangue. Gli torn alla memoria, con una sinistra espressione, come un avviso che prima non avesse capito, il rumore inteso una volta svegliandosi sul fienile assai avanti giorno, il rumore d'un uscio che sotto il portico girasse sui cardini piano piano. Agitato, pieno d'ansiet, d'un turbamento rabbioso e quasi anche d'una certezza, decise di spiare.
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Quella sera, appena l'Amist parve tutta addormentata, ridiscese scalzo dal fienile, si coric al piede del pagliaio, sulla paglia scivolata a terra, dove s'era seduto con Irene a discorrere. L'affanno lo tenne ben desto per ore; sopra l'aia stavano molte stelle, grandi come se l'estate le avesse un poco sfatte, ma egli non alzava gli occhi per non disavvezzarli dall'oscurit da cui era circondato, nella quale ormai distingueva ogni cosa. Se qualche carro o qualche latrato si udivano nella campagna, il cane balzava su ad abbaiare; egli non lo faceva tacere; presto ritornava quel silenzio dove si moveva a onde il canto dei grilli, delicato, fragile ed immenso. Quando Giusto si sent svanire un poco nel sonno, and cautamente a bagnarsi il capo con l'acqua dell'abbeveratoio; cammin per il cortile, adagio, tenendosi lontano dal portico e non cessando mai di sorvegliarlo. A levante fin per apparire il primo barlume. La prova d'una notte non voleva dire niente; pure egli sentiva sollievo e speranza. Non vide nulla nemmeno la notte seguente. E la terza, spossato dalle altre veglie, si addorment. Fu ridestato dall'umidore freddo della rugiada; era riposato; la voce lontana di Luvo disse che erano le tre. Poco dopo sotto il portico un uscio si aperse alquanto, ed era quello della stanza d'Irene e fece esattamente il rumore che Giusto aveva udito l'altra volta. Un'ombra d'uomo, lunga, usc piano, richiuse, and alla porta della villa, dove scomparve.
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Per un momento Giusto prov una profonda meraviglia nel vedere che era vero tutto ci che aveva in mente; poi, fu come se una fiamma gli avvolgesse il capo. Uccidere! Uccidere! Pens al fucile col quale sparava alle gazze, appeso in cucina. Uccidere! Sparare su Irene nel suo letto, chiamare Graziano e sparargli, sparare contro se stesso. Uccidere tutti, distruggere ogni cosa, mandarsi la testa in pezzi. Irene si divertiva col figlio dei signori. Il contadino si port le mani al viso, per farsi male. Si strapp da quel terreno dove stava come piombo; ma, invece di correre alla cucina, si gett verso il portone, lo apr a fatica perch era pesante e sgangherato, si lanci fuori, cos a piedi nudi, vestito soltanto di camicia e calzoni. In un istante fu in fondo al viale del podere; continu a correre su per la strada che saliva a Luvo, erta; andava sobbalzando, inciampando, urtando pietre con le unghie dei piedi, senza sentire niente, e tra i denti digrignati gli uscivano bestemmie, ingiurie, maledizioni a tutto il mondo. Infine gli manc il fiato, dovette lasciarsi cadere sopra un mucchio di breccia; gli scoppiava il cuore. Le siepi della strada erano ancora nere e le colline nel sonno. Insieme al respiro tornarono a Giusto lembi d'idee. "Ecco la ragazza di citt che volevi sposare. Un bell'arnese! Sposarti, lei, aiutarti a diventare un operaio...! Non capisci mai niente". Egli non osava nemmeno parlarle, e Graziano l'andava a trovare in letto. Forse si facevano beffe di lui. Graziano, un ragazzo di diciott'anni. Ora essi riposavano soddisfatti. I signori avevano tutto ci che volevano; il mondo era per loro.
- Cavaterra! Tu sei un misero cavaterra. Tu sei un povero cane, un cavaterra.
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Alla solita ora, mentre il cielo schiariva, Giusto era nel cortile dell'Amist; e pi tardi si mise al suo lavoro della giornata, di sfrondar le viti in una delle vigne. Non mangi con gli altri, non si mostr a nessuno. L'indomani Marta vide che d'un po' di biancheria e d'abiti faceva un fagotto. Interrogato con prudenza, il figlio le disse soltanto: - Vado via. - Il padre cerc di farsi dare una spiegazione e di trattenerlo. Anche a lui, con viso fosco ed accento inesorabile, il giovine disse sol tanto: - Vado via. Ne ho abbastanza. - Si comprese che qualcosa di grave era accaduto, forse solamente dentro di lui; se ne parlava sottovoce; forse aveva qualche soldo da parte. Quel giorno stesso Giusto part, senza salutare nessuno.
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Trascorsa appena una settimana, fu visto ritornare, col suo fagotto, non meno scuro di prima ma come scarico di quella volont che l'aveva portato altrove. Riprese a faticare, senza guardar nient'altro; anche nel lavoro procurava d'esser solo. Pensava a Torino, dov'era andato, a quel che aveva veduto e conosciuto. Un ordine, un'esattezza come in una macchina; molte delle vie non si potevano distinguere l'una dall'altra; ovunque pietra, ferro, cristalli, cose lisciate e lucenti, fili elettrici, rotaie. Nei giardini pubblici l'erba pareva una stoffa. I viali tutti eguali da cima a fondo, con alberi che somigliavano ai pali di ferro in mezzo ai quali stavano. La terra! Sempre misurata a spanne, chiusa entro muri o cancellate, meschina, malata. Sopra le vie il cielo non era niente, nessuno lo guardava. Veicoli e gente si movevano sempre secondo una regola; anche i poveri sembravano ben vestiti, per obbligo; si sentiva in tutte le cose un rigore. Ed egli, l in mezzo, era un contadino spaesato, incapace anche di trovar la strada, guardato come un pover'uomo. Quanto aveva girato! Nei quartieri operai le vie erano sguernite, le case altissime; officine, officine; anche la luce era sporca di fumo. Era andato a veder di fuori officine meccaniche, concerie, fabbriche di candele, fonderie, cercando di capirle dagli alti camini, dalle facciate coperte di nera polvere, dalle vetrate, da quel che si scorgeva attraverso le finestre. Ne uscivano battiti di macchine, sempre eguali, fruscii di pulegge, colpi che facevano tremare il suolo; e l'aria aveva odor di cuoio o di grasso o di fucina. I cancelli erano severamente custoditi. Di sera, da nudi cortili, da piazzali ove s'alzavano montagne di carbone, da tettoie male illuminate, aveva visto sgorgare sotto gli ululati delle sirene torrenti d'uomini e donne che parevano liberati da prigioni per qualche ora. Essi entravano, uscivano, mangiavano al comando di quei fischi; lavoravano come macchine e gli orologi in cima alle facciate erano i loro padroni. Era andato a trovare, di domenica, un compaesano stabilito in citt da qualche anno: con la moglie ed i figli abitava in piccole stanze d'una di quelle case enormi, nella quale viveva, stendeva i suoi panni, gettava le sue voci una folla di gente come loro. Quella vita come si poteva farla?
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Stando in una vigna o in un campo, con tanta campagna intorno, Giusto guardava la terra che lavorava, com'era sana, piena di forza; la toccava smovendo qualche zolla con la sua grossa scarpa, che n'era sempre tinta e sembrava anch'essa terra.
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Tra le colline ben coltivate Graziano not una cima che pareva roba di nessuno, poich la copriva un bosco di pini come in tempi remoti si dovevano vedere su tutte quelle alture. A cavallo vi and. Una strada c'era ma si perdeva presto, e pi in alto si perdevano anche i sentieri; conducendo Ilisso a mano, il giovine si aperse il passaggio tra il selvatico. Gli arbusti ed il fogliame non salivano proprio fino alla cima; l i pini, con le chiome tonde, coi tronchi a grosse squame, davano appunto l'idea di cose rimaste da un lontanissimo tempo, di antichi monumenti. Tra le colonne era visibile l'intero cerchio dell'orizzonte, fino alle montagne: da grande altezza si scorgevano le spire lucenti del fiume presso il quale dall'Amist andavano a far il fieno. Si respirava aria sottile ed il silenzio era larghissimo. - Questo  il luogo per la casa - si disse Graziano pensando al proposito di sua madre.
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Attacc per le redini il cavallo ad un pino. Aveva un libro - di quelli che allora gli piacevano, storia della filosofia, perch s'interessava di sapere come gli uomini avessero considerata la loro situazione nell'universo - ma non lo apr. Mentre Ilisso masticava l'erba magra facendo sonare il morso in bocca, egli stava seduto a mover lo sguardo come sopra un immenso quadrante. Guardava i poggi rigati di vigne, i nastri bianchi delle strade nelle valli, le isole alberate in mezzo ai bracci del fiume, paesi sparsi qua e l, le Alpi coi loro contorni che gli parevano scrivere sul cielo qualcosa ch'egli sapesse perfettamente a memoria. Tutto era splendente e quieto, non si mostrava il pi leggero fiocco di nuvola. Sebbene la luce rimanesse invariata come avviene nelle prime ore del pomeriggio, Graziano s'accorgeva che il sole faceva il suo cammino; sentiva un'ora andarsene per sempre. Dietro il limite dell'orizzonte stava nascosto il domani, tutto il tempo che doveva venire. Ricord una decisione che aveva da prendere. Prima ch'egli partisse per la campagna, il padre gli aveva detto di pensare quali studi scegliere, aggiungendo che a suo parere gli sarebbe convenuto darsi alla medicina per lavorare in seguito con lui. La madre gli aveva detto invece che lo credeva nato scrittore, ma che con questi studi si sarebbe preparato forse meglio che con altri. "Rabelais, per dirne uno solo, era medico". Ora Graziano tornava con la mente alla clinica paterna, vedeva lo studio con le radiografie, gli schedari delle cartelle cliniche, le fotografie di preparati microscopici; pensava le giornate di suo padre nella sala operatoria, nelle corsie, nelle case degli infermi. Studiare medicina, perch? Ma suo padre aveva ragione di credere che potesse con indifferenza mettersi per una via o per un'altra: non aveva ancora fatto che prove inconcludenti; scriveva e lasciava nel cassetto e non finiva; anche il romanzo di Leda lo stava abbandonando. Questa invenzione era senza importanza come quella storia vera. Non aveva mai riveduta la donna, che poi aveva lasciata la citt. Ripensava che Leda avrebbe voluto conoscere il suo avvenire. Gi, come poteva essere l'avvenire? Egli non ne aveva un'idea. Si alz in piedi, fece ancora con gli occhi il giro dell'orizzonte, si accost ad Ilisso che ormai scavava il terreno con una delle zampe anteriori e mordeva la scorza del pino. Insomma, per decidere vi era ancora del tempo.
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All'Amist arriv Sisto. Era andato a Rebbia a visitare Casimiro Gallant o piuttosto a dargli l'illusione che i medici avessero ancora qualchecosa da fare intorno a lui; dopo, venne a passare un paio di giorni con la famiglia. Dell'infermo disse: - Tutto il suo sangue se ne va dalla piaga nascosta; ma pu ancora vivere molte settimane. - Claudia e i figli lo guardavano con stupore, tanto usciva di rado dai luoghi e dalle abitudini del suo lavoro; nella luce della campagna il suo viso sembrava ancora pi serio: leggeva anche l gli opuscoli, le riviste mediche che s'era portati. - Ma ora non studiare, babbo! - lo rimproverava Gabriella. Egli diede notizie di Ascanio, il quale non si voleva movere da Torino; s'era messo a preparare un libro sul Risorgimento, stando in mezzo ai suoi volumi ed ai suoi documenti.
La mattina del giorno successivo Sisto chiam il figlio in giardino, lo fece sedere sopra una panca accanto a s, all'ombra dei larici che lasciavano cadere verso terra i pesanti addobbi dei loro rami. Come le altre mattine, si udiva Gabriella far gli esercizi sul vecchio cmbalo della sala mettendo nell'aria suoni gracili e saltellanti. Attraverso gli alberi la villa mostrava i balconcini le persiane le grondaie le tegole, carichi di anni e di pace.
- Dunque, - domand Sisto - che hai deciso?
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Graziano rispose che ancora stava pensando. Il padre gli parl della clinica, dove da qualche mese erano aperte le nuove sezioni. Poi adagio gli disse che sperava di avere in lui il migliore degli allievi, un alleato, anche, ed il successore. Aspett che alla sua volta parlasse.
- Io non ho mai sentita questa vocazione, - disse Graziano. - Non ho le qualit necessarie per questa carriera. Alla scienza non mi sento tagliato e nemmeno alla professione, alla vita che fai tu, babbo.
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- Oh, la tua intelligenza  forte quanto occorre. Anche il carattere: non ti manca n volont n pazienza. Potrai abituarti senza difficolt al metodo scientifico, ad un ordine di fatti e di idee che ora ti sembra estraneo. Con gli studi ti verr la passione, quella che scalda il pensiero, indurisce nello sforzo, moltiplica le energie. Quella che fa i prodigi! Lo scopo di aiutar a vincere, o forse di vincere da solo, un castigo dell'umanit com' la tubercolosi, non ti pare alto? Una tale opera sarebbe un impiego magnifico dell'esistenza.
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Sisto parlava con una calma vigorosa come dicendo cose lungamente meditate prima. Teneva fermo sul figlio lo sguardo leale. Vi comparve a quel punto una luce di pensieri segreti, di sentimenti pi profondi; il figlio se lo sent sul viso come una robusta carezza. - Graziano, - riprese Sisto abbassando la voce - ho molta fede in te. Credo che potrai fare pi che io non faccia. Potrai diventare quello che avrei voluto essere e non sar.
Queste parole colpirono con forza, in una maniera nuova, la coscienza di Graziano. Ora conosceva la vera ragione per cui il padre voleva metterlo su quella via. Non aveva mai considerato seriamente che cosa valesse la vita paterna, come affermazione dell'intelligenza e conquista morale; che cosa valesse la sua riuscita. Il padre non ne era contento. E voleva passarlo a lui il programma che pensava di non saper attuare egli stesso; voleva rifare in lui la propria vita. Ancora giovine e valido, era: perch non sperava pi? Come si giudicava? Il figlio guard la sua persona ben costrutta, le mani forti che teneva poggiate sui ginocchi, la ruga profondamente incisa dallo studio, dai tenaci pensieri tra i suoi sopraccigli, gli occhi che lo interrogavano. Prov una compassione. "Come pu avere tanta fede in me?" si chiese. Ma sent anche di non esser libero, d'avere sopra di s quel volere del padre; tutte le sue parole gli parevano legami dai quali non si potesse gi pi sciogliere. Posava lo sguardo sopra una sconnessa scalinata del giardino, sugli oleandri fioriti dentro i vecchi mastelli; simili ad un gioco infantile, le note del cmbalo continuavano a saltellare nell'aria raccolta: una mattina come le altre, ma si doveva decidere di tutto il suo avvenire.
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- Ebbene? - domand Sisto.
- Prima che tu parta, babbo, ti dir.
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Ma non aveva che un giorno. Claudia, vedendolo turbato, gli parl da solo a sola: - Perch ti affliggi tanto? Puoi fare una prova. Se quegli studi non ti andranno, li lascerai. - Cos il giovine rest d'accordo col padre. Si pent dell'impegno appena Sisto fu lontano; notte e giorno aveva quell'idea: "Dovr studiare l'anatomia, la chimica. Diventer un medico, lavorer al microscopio, visiter ammalati". Come aveva ceduto ora, non avrebbe saputo liberarsi pi tardi. E ci che aveva in s, un mondo immaginario, un moversi di figure ancora nebbiose che volevano diventar vita, si sarebbe spento. Si vedeva nella clinica, per sempre. Suo padre soffriva di non esser l'uomo che aveva voluto, e non capiva che condannava lui a tradirsi fin dal principio, a fallire in una maniera peggiore.
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Incominciava un settembre d'oro. Nel podere si seguivano i soliti avvenimenti: nasceva un vitello, una volta per settimana si spargeva nell'aria l'odor gioioso del pane tolto dal forno, giungevano e ripartivano i vagabondi, i lavoratori avventizi, tornava dai prati il carro del fieno, nelle vigne maturava la vendemmia mentre gi i buoi aravano i campi perch di nuovo potessero ricevere la semente. Cos accadeva in tutta la valle; l'annata girava sul cerchio delle stagioni, delle opere, dei raccolti; sempre la campagna era bella e l'Amist era l'Amist. I preparativi per le nozze di Fede davano pi da fare e da dire; Irene non aveva respiro: la sposa, sua madre ed anche Uliva si provavano i vestiti; le donne andavano a Luvo ed a Rebbia a far compere; Remo, che stava per abbandonare il suo servizio, ricompariva ogni momento. Vi era nella famiglia un timore che il padrone morisse prima del giorno fissato per lo sposalizio. Giusto non era mai a casa; si faceva portar da mangiare dove lavorava, dormiva in un casotto delle vigne; salutava appena; gli altri si contentavano del suo gran faticare, senza pi domandarsi quale fosse il suo dispiacere nascosto, senza parlare di lui.
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Ogni settimana Graziano andava a visitare il cugino Casimiro. Il palazzotto dei Gallant, col cortile dove cresceva l'erba ed in fondo al quale era un giardino chiuso, pareva sapere la sorte del padrone. Nella camera dell'infermo il letto era nascosto da una tenda ch'egli aveva fatta appendere alla meglio ad una corda; presso le persiane chiuse del balcone una monaca stava a leggere un libro di preghiere, seduta con riserbo sul bordo d'una seggiola. Vi era sempre anche un giovine medico che aveva maniere di domestico timido; questa volta stava accomodando sotto il corpo del malato la ciambella di gomma, e Graziano non si fece avanti prima che avesse finito. In tono dispettoso Casimiro disse al visitatore - Questi medici non sanno niente.
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Nel suo viso, sbiancato come se di sangue non gliene rimanesse goccia, tutto naso occhiaie barba mal cresciuta, nel corpo soltanto coperto del lenzuolo, tutt'ossa, si vedeva bene un uomo che andava diventando un morto; il suo morire aveva ancora progredito nei pochi giorni passati dall'ultima visita di Graziano. Il roditore, per fortuna dell'infermo, lavorava senza farsi sentire; egli soffriva perch adesso il suo corpo era acutamente sensibile in ogni parte, ma l'invisibile piaga non lo mordeva. Tuttavia i giorni e le notti non eran pi per lui che una guerra contro le persone e le cose da cui era circondato; il ghiaccio era amaro, dalle finestre veniva troppa luce, le porte stridevano, il lenzuolo pesava, i medici e la suora lo toccavano senza riguardo. Aveva capito che il suo male era il medesimo da cui erano stati uccisi sua madre, sua sorella, suo fratello; poi sembrava essersene dimenticato; si aspettava la guarigione da ogni cura nuova che i medici fingessero di provare, quasi da ogni cucchiaio di rimedio. Ai nipoti aveva fatto scrivere che non venissero a trovarlo; non voleva essere un malato grave; non lasci pi entrare in camera un amico perch gli aveva vagamente consigliato di fare testamento.
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Coi saluti di tutti Graziano gli port notizie dell'Amist: l'infermo non diede alcun segno d'interesse, come se il mondo finisse alla tenda appesa in fondo al suo letto. Il visitatore, guardando la porta della stanza, pensava che Casimiro vi sarebbe passato dentro la bara. Nell'appartamento aveva riveduto, come sempre, il ritratto d'un Casimiro con artistica pettinatura d'altri tempi e sguardo vivace; aveva rivedute in una gran cornice le medaglie da lui guadagnate nelle gare di tiro, e nel suo "laboratorio" i ferruzzi, gli orologi guasti, le serrature da accomodare. Il cugino era andato a caccia, aveva dormicchiato sopra le poltrone, coltivato in citt qualche amoretto, e senz'accorgersene era giunto alla soglia della vecchiaia; allora si era trovata addosso quella malattia, e non vi era niente da fare, bisognava piano piano diventare un morto. Veduta dalla fine, la sua esistenza appariva brevissima: una serie di fatti incredibilmente meschini, per la quale sembrava assurdo che il destino mettesse al mondo un essere umano.
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La monaca si alz. Aveva in viso quasi lo stesso colore dell'infermo, le mani senza sangue come le sue. Cautamente gli vers un dito di sciampagna in una coppa di cristallo che aveva il solito brillio da festa. Ella era l soltanto per avvertire al momento giusto il morituro che provvedesse all'anima, ed aspettava con pazienza; ma la sua figura non faceva pensare che vi fosse dopo la morte un'altra vita; faceva pensare invece alle fiammelle delle torce, al rosario che avrebbe legate quelle mani trasparenti di Casimiro. Il giovine dottore, avendo messo al malato il termometro, ora leggeva la temperatura come se ignorasse di far cosa perfettamente inutile. - Che ora ? - domand Casimiro. Attendeva l'altro suo medico, uomo anziano e studioso il quale volentieri mostrava un sorriso scettico; questi, sedutosi al capezzale, avrebbe tastato il polso al canceroso, chiedendogli se aveva preso l'uovo nel brodo, poi si sarebbe messo a parlar della stagione o di fatterelli della citt, guardato dall'infermo come uno che potesse guarirlo e non volesse. " scienza medica anche questa, - si diceva Graziano - vita da medico".
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Poich il malato doveva soddisfare un bisogno corporale, il giovine dottore si dispose ad aiutarlo, mentre la suora portava in cucina il piatto vuoto del ghiaccio. Graziano usc sul balcone. Nella casa abitavano anche dei pigionali; un cavallo attaccato ad un carrozzino, in un angolo del cortile, aspettava qualcuno sonnecchiando; sopra un marciapiede in ombra una grassa ragazza faceva camminare un bambino che teneva per le dande, parlandogli piano per non disturbare; in fondo al giardino si udivano appena l'uggiolio ed i latrati dei cani di Casimiro rinchiusi nel canile. Fuori della camera tutto era pulito e sano. Un cielo pieno di sole si allargava sulle tre ali del palazzotto e sui tetti di basse case attigue; non era distante la ferrovia, vi pass il fischio d'un treno e fece sentire che si poteva andar via. Con un sentimento di gioia e di forza Graziano pens: "Tu non sarai un medico. Nessuno potr costringerti ad una vita che non sia la tua. Nessuno ti cambier".
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Le nozze di Fede si fecero la terza domenica di settembre; modestamente, per riguardo al padrone e perch non vi era denaro da buttare. La giornata era veramente da nozze; tutte le cose parevano pi belle che non fossero mai state; dopo la solenne pulizia della casa colonica, Urbano aveva annaffiata l'aia con lo sterco di bue sciolto nell'acqua, come quando si doveva ventilare il grano. Per tener fresco il portico, erano appese ai suoi archi molte frasche. La prima a giungere fu Regina, sopra un barroccio di lusso guidato dal marito che era sempre tutto vestito di nero, serio ed un poco vergognoso di avere molti anni pi della moglie. Ella portava con s i suoi due bambini, il minore stretto in dure fasce ricamate che gli imprigionavano anche le braccia e formavano una specie di bozzolo; scendendo nel cortile per assistere a quel matrimonio di Remo con sua sorella, era molto pallida ma disse ch'era a causa del freddo preso partendo di mattina presto. Sempre gentilina, coi biondi capelli leggeri e col sorriso signorile; per si moveva pi adagio, parlava poco, era smagrita. Remo non l'aveva pi visto. S'incontrarono in presenza di molte persone della famiglia, ed il giovine non sapeva come comportarsi; Regina gli tese una mano rigida, guardando in terra, poi si volse subito ad Urbano, il quale la chiamava forte, allegramente, volendo conoscere il bimbo in fasce venuto all'Amist per la prima volta.
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I parenti di Remo, gente molto povera, non s'erano mossi dal paese lontano in cui vivevano. Arrivarono invece i testimoni, tra essi Taureno, il chirurgo dei cani, sempre pi corpacciuto, con una camicia nuova che gli dava fastidio e con la giacca appesa ad una spalla. Vestita alla moda di citt, Fede sembrava pi tozza e contadina; aveva il vestito nuovo anche Uliva. Giusto non volle andare alla chiesa. Gli altri finirono per mettersi in ordine, s'incamminarono verso Luvo a piedi prendendo una scorciatoia che saliva all'ombra; andarono adagio, badando a risparmiar anche le parole - soprattutto le donne - per non arrivare in paese sciupati. Lass vi era la gente della domenica; il matrimonio fu celebrato prima di messa grande, nella chiesa gremita; i fedeli guardavano gli sposi ma anche Irene ed il largo cappello che portava, carico di fiori. Nel suo solito banco era presente la signora Farra con Gabriella. Rifacendo la scorciatoia al ritorno, il drappello dello sposalizio era pi contento e rumoroso; toltosi il cappello, Irene mangiava le more delle siepi; da lontano si udivano scendere le voci, dominate da quella di Taureno, una voce acuta che in ogni luogo si faceva sempre sentire sopra le altre.
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Per il pranzo lavorava in cucina, arrossata in viso dai fuochi, una buona donna del vicinato; e l'aiutavano due degli abituali ospiti dell'Amist, la vecchia Riccia mezza matta, che faceva poco e brontolava molto, col reduce della Crimea, il lindo Magallo, il quale si occupava con estrema attenzione dei piatti, dei bicchieri, del vino. I soli convitati estranei alla famiglia erano i testimoni; ma sotto il portico, accanto alla tavola del pranzo n'era preparata un'altra assai lunga per un rinfresco agli amici che sarebbero venuti dopo. Urbano, con la barba liberata dai nodi e sparsa in tutta la sua abbondanza, prima di sedersi alla mensa disse il Benedicite, alto e rigido pi che mai. I figli minori dei Crivelli ebbero gli ultimi posti: Donato, ragazzo robusto e rozzo, pensava soltanto alla mangiata; Uliva, la serpicina dispettosa, pareva invidiosa della sorella che si sposava. Il bimbo in fasce di Regina era stato messo a dormire nella vecchia cuna di casa tratta gi apposta dalla soffitta, ed ella teneva accanto a s l'altro bambino curandosi di lui come se non vedesse nient'altro. Giusto sedeva lontano da Irene, la quale doveva partire la sera insieme agli sposi.
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Quando gi erano stati serviti piatti grandiosi di tagliatelle, di carne lessa, e giravano con l'arrosto catini d'insalata, Taureno usc a dire, parlando a tutti: -  un gran peccato che il nostro Casimiro voglia morire! - Il marito di Regina, seduto accanto a lui, lo avvert piano di tacere, e Taureno si port alla bocca una coscia di cappone, tenendosi per un poco la voce nel corpaccio. L'allegria di un pranzo di nozze non si sentiva. Marta, col vestito nuovo ma da contadina, non stava al suo posto, andava e veniva dalla casa. I testimoni delle nozze parlavano a Dionisio come ad uno che, anch'egli, era prossimo a mettersi in viaggio; bevendo pi che non mangiasse, con le sue maniere stracche, il giovine sorrideva sotto i grossi baffi all'idea d'andar lontano, fuori di patria, a fare tutt'altra vita. Urbano, che di fronte a lui lentamente lavorava con le poderose mascelle, suo malgrado lo vedeva e udiva, pensando: "Non  mai stato come noi. Anche Fede e Remo se ne vanno dalla campagna. I giovani non vogliono pi rimanere nella condizione in cui il Signore li ha messi; cercano le citt, piene di divertimenti, di vizi e di miserie". Appena si fu levato l'appetito, si alz, ritirandosi nella sua cella a leggere vite di santi.
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Cominciarono ad arrivare gli invitati; amiche di Fede, amici di Remo, i vicini, gente della valle, gente venuta da Luvo ed anche da pi distante. Non finivano mai; avvolgevano gli sposi di voci e gesti vivaci; le donne portavano dei fiori. Per il viale si ud avvicinarsi una fisarmonica che sonava un ballabile; tutti gridarono: - Minotto! Minotto! - Sul portone si vide infatti comparire questo rustico buffone, che sonando ballava e faceva movere in ogni maniera il muso gonfio e nero, i labbroni, gli occhietti lucidi d'una voglia di goder la festa; ma gli and subito attorno Marta, e l'istrumento si rassegn a stare zitto. Arriv pure Lilibeo, il figlio del vicino morto pazzo, il quale doveva presto andare alla leva ma continuava a parlare parlare parlare e sempre portava uno stesso cappello piccolo tondo aguzzo con l'orlo rosicchiato. Venne perfino Maria la bianca da Sottoriva, modesto podere a cui la fama della bellezza di questa donna dava uno splendore; ella era sui venticinque anni, alta, con una carnagione di latte, trecce nere, occhi scuri pieni di scintille, seno impetuoso; ma aveva un contegno timido, come se quella bellezza la tenesse in soggezione, e suo marito non si staccava da lei un momento. A tutti venivano presentati piatti di frittelle, vassoi di confetture, canestri di frutta; si faceva un gran versare vino rosso e bianco, forte e dolce; Magallo e la Riccia faticavano a sostituire con bottiglie e caraffe piene quelle vuote. Aiutando a servire per cortesia, Irene andava attorno col vitino elegante e coi modi briosi; aveva gi bevuto un poco e rideva assai. Le altre ragazze, anche Uliva, non le toglievano gli occhi di dosso.
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Qua e l tra gli invitati si parlava a bassa voce di Casimiro Gallant, com'era diventato. Tutti si domandavano: - L'ha fatto il testamento? - Ma nella giornata radiosa il cortile con l'enorme pagliaio, il portico ove adesso il sole obliquo batteva sulle lunghe tavole facendo brillare ogni cosa, la gente folta vestita da festa, tutto era cos lieto! Vino, vino: ne arrivava sempre. Cleto, coi pomelli rossi, passava da una tavola all'altra, dall'uno all'altro crocchio, protestando che non si beveva abbastanza; era gi un tantino brillo, ed aveva ritrovato il suo intercalare: - Proviamo un po'. - Nel cortile era ormai un voco, tra il quale s'alzavano scoppi di risa sempre pi frequenti; e la voce di Taureno che s'era sbottonata sul petto quella fastidiosa camicia, non taceva pi un istante. Minotto diceva a Maria la bianca che, quando la vedeva, non poteva pi dormire; vicino alla donna come sempre, il marito rideva di buona voglia, perch colui, con la sua faccia libidinosa d'Arlecchino, non era che un buffone. Intanto con la fisarmonica Minotto riattaccava i ballabili, che Marta o qualcun altro si ostinava a far cessare.
Dalla villa usc Graziano. Tutti sapevano che la signora Farra aveva fatto alla sposa un generoso regalo in denaro; l'apparizione del giovine fu accolta con acclamazioni e battimani. Lesta, Irene prese da una delle tavole un bicchiere pulito, lo emp di vino bianco e glielo offerse, sotto gli sguardi di tutti, dopo che Graziano ebbe stretta la mano agli sposi; ella prese allora il proprio bicchiere e fu la prima, dopo Fede e Remo, a toccar con lui dicendo con occhi assai brillanti: - Addio alla festa! - Adesso Giusto sedeva da solo in fondo al portico, sul bordo del pozzo; lasci cadere a terra il mezzo sigaro che fumava, adagio lo schiacci col piede, poi si allontan, passando tra la gente senza badare a nessuno.
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Il sole stava per calare dietro l'alta collina di Luvo. Giusto and per il podere. "Ha voluto dargli il saluto in pubblico - pensava. - Ma se ne va. Via, via! Al suo destino". Nell'aria limpida si sentiva la domenica, si sentiva che nessuno lavorava in campagna; soltanto la voce d'un ragazzo che cantava, da qualche luogo nascosto saliva dritta al cielo. Nella vigna dove s'era messo a camminare, il contadino guardava i filari carichi d'uva quasi matura; poteva dire quando era stata piantata e di che specie era ciascuna vite; conosceva il terreno palmo a palmo ed ogni albero da frutto in capo ai filari, pass dinanzi al casotto nel quale ora dormiva, attraversando un breve spazio piano macchiato di verderame. Dare il verderame, dare lo zolfo, portar le canestre unte di mosto, mordere con la zappa tutta quella terra: quante giornate di fatica, un anno dopo l'altro! "Suda, bestia!" La fine era che forse bisognava andarsene. E dove? Un altro posto doveva cercarlo lui. Che potevano fare i vecchi?
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Non portava giacca, si apr anche il panciotto, sotto il quale aveva una camicia da festa ed un fazzoletto di seta, quasi nuovo, per cravatta. Era sceso per il versante da cui non si vedeva Luvo; poi, risalendo lungo un campo arato costeggiando uno dei boschi, era tornato a veder il paese stampato casa per casa sul cielo rosso; ed ora scendeva quest'altro versante della collina, dov'era il prato dei noccioli. L egli aveva vista Irene con Graziano. Andar via era ben meglio: questo luogo glielo avevano guastato. Udiva di nuovo il voco delle nozze, le risa, la fisarmonica. Fede e Remo se ne andavano, senza curarsi della terra, dei vecchi, di niente. E non avevano paura della citt, essi, nemmeno Dionisio cos fiacco.
Attravers altri prati, dove da fanciullo aveva pascolate le vacche, e campi nei quali aveva imparato a tirar per la cordicella i bovi mentre Urbano arava. Raggiunse un confine dell'Amist, segnato da un semplice fossatello; di l da questo vi era un grande orto con una vasca circondata d'un muricciolo; tra le canne e le foglie d'una coltivazione di fagioli qualcuno si moveva facendo cigolare una secchia. Era l'Avventina, la figlia unica del possidente al quale l'orto apparteneva. Era lunga, di pelle scura, asciutta nella persona e nel viso come se cos la bruciassero non i raggi del sole ma le fatiche; sebbene molto giovine, portava sempre vesti scure che le davano un aspetto di monaca campagnola, e nessuno l'aveva mai vista ridere. Usc di tra le canne per prendere acqua: pi lunga, pi nera nella luce scendente dall'alto cielo che il tramonto colorava di vivi e sfumati colori. Per attingere alla cisterna non esisteva alcun meccanismo; ella vi cal il secchio attaccato ad una corda e lo ritir piegandosi in due sul muricciolo.
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- Lavori alla domenica, Avventina? - disse Giusto con voce forte. La ragazza gir il capo a cercar dove fosse; rispose: - Se no le piante muoiono. - Ma tosto si mosse verso i solchi, come se qualcuno nascosto o l'aria stessa potesse rimproverarle di perdere un istante; ripigli a versar l'acqua con parsimonia. Insieme al padre, vedovo da molti anni ed avaro, insieme a vecchi servitori, coltivava un vasto podere ed altre terre sparse nei dintorni. Anch'ella doveva aver la passione di mettere da parte roba e denaro; ma era gente data soprattutto alla religione, i servi non meno dei padroni. Poich si chiamava l'Avvento il luogo appartenente alla famiglia da molte generazioni, a lei avevano messo quel soprannome, ed ella lo portava come il suo nome vero.
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Dal confine Giusto si scost di pochi passi, sedette sull'orlo d'un sentiero. L'Avventina non lo guardava pi, seguitando ad andare e venire dalla cisterna come se fosse sola; egli udiva soltanto i tonfi del secchio nella vasca, l'acqua versata nei solchi; ma sapeva quali sguardi gli rivolgeva la ragazza incontrandolo sulle strade e quanto volentieri scambiava con lui qualche parola. "Ti vuol bene, l'Avventina. Una ragazza che zappa la terra come te ed ha i calli alle mani. Non guarda nessun altro. Ma  ricca, ne possiede molta, della terra; non  per te neanche l'Avventina". I colori del cielo si spegnevano; morto il rosso, anche il viola si sfreddava, piccole nuvole immobili sopra Luvo erano gi cenere. Ed in terra le cose s'ammollivano in un'aria turchina sempre pi fresca. - Giusto! - chiam la ragazza. Stava presso al confine, ferma, rivolta a lui, la monaca di campagna, col secchio vuoto pendente da un braccio e con la corda sopra una spalla: - Perch non sei alla festa? - domand, poi subito gli diede la buona sera e si allontan per una viottola. La sua casa era distante; di l non si vedeva. Cos nera, ella si perdette presto nella molle oscurit. Giusto pens che era l'ora della partenza per quelli che se ne andavano; si mosse. Tra le voci e le risa che gli vennero incontro dalla festa, la musica della fisarmonica si sfogava ora senza freno.
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Nel cortile erano stati portati candelieri, lumi ad olio, lanterne, messi sulle tavole, sulla pietra del pozzo, sui davanzali delle finestre; da mangiare non restava pi niente ma vino ce n'era ancora e si continuava ad empir bicchieri e vuotarli. Per non mostrarsi malsicuri sulle gambe, gli uomini anziani stavano contegnosi; i giovani scherzavano con le ragazze, che strillavano; perfino Uliva ne aveva qualcuno intorno per chiasso e batteva forte sulle mani a tutti. Lilibeo lo sciocco volevano ubbriacarlo, ma egli passava dall'uno all'altro dei bicchieri che gli venivano offerti, ripetendo con parole innumerevoli che sua madre non voleva che bevesse ed una volta l'aveva bastonato. In mezzo all'aia, seduto sulla spalliera d'una sedia coi piedi sopra il sedile, Minotto allargava e ristringeva con mosse abili e buffe la fisarmonica, volgendo in giro il mascherone sempre pi lucido, gli occhi di Arlecchino: - Cosa aspettate, ragazze? Giovinotti, chi prende prende! - Sapeva molte arie e ricamava ogni pezzo con ghirigori di sua invenzione saltando dai toni gravi agli acuti, facendo strani accompagnamenti che ronfavano o singhiozzavano. Nessuno gli dava pi noia perch non sonasse, ma ballare no, non si ballava. Sopra il voco le risate, gli strilli, i suoni, ogni tanto si udiva qualcosa di lacerante, d'insuperabile, le parole di Taureno.
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Graziano non c'era pi da un pezzo. Per educazione gli sposi rimanevano in mezzo agli invitati ma erano stanchi ed impazienti; Maria la bianca aveva uno sguardo velato che talora si smarriva dov'erano i giovani pi belli; stava per seduta insieme alle donne attempate, ed il marito la custodiva pi strettamente che mai; con loro era Marta, che discorreva sottovoce lamentandosi. Invece Cleto girava sempre tra gli ospiti, facendosi vento col fazzoletto, incerto ma felice, col vago pensiero che quella festa non sarebbe mai finita, mai finita.
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Notte. I lumi sembravano divenuti pi belli. Urbano venne a cercare uno dopo l'altro coloro che dovevano partire e li avvis ch'era tempo. Due dei vicini avrebbero portati coi loro barrocci gli sposi ed Irene alla stazione di Rebbia; Regina ed il marito sarebbero scesi con loro. I tre cavalli, trovandosi in luogo inconsueto, tra luci e strepito, erano nervosi, non volevano lasciarsi attaccare, e maggiormente li eccitavano i padroni non accorgendosi di parlar cos forte n di avere le mani tanto vigorose. Senza dir niente, Giusto riguardava se le bestie erano attaccate bene. Per tutta la giornata Regina s'era tenuta in disparte con la scusa di badare ai bambini; ora, attendendo il momento di andarli a prendere nella camera dei nonni ove dormivano, da una finestra della cucina guardava sull'aia i barrocci, i fagotti di Remo e di Fede gi portati l fuori; guardava con occhi larghi; se qualcuno l'avesse chiamata, l'avrebbe fatta trasalire.
Ricomparve Irene col suo cappello carico di fiori; ricomparvero anche gli sposi; quindi Regina sal al suo posto, a ricevere dalla madre i bambini. Tutti stavano intorno ai barrocci, ma Cleto s'era nascosto per non assistere alla partenza. Quando sui veicoli furono all'ordine passeggeri e guidatori, si alz il clamore dei saluti, successe tra quelli che restavano un rimescolio, un agitarsi di braccia che fece partir di scatto, inseguendosi, i tre cavalli. Lilibeo gett in aria il suo cappelluccio. Mentre il carro la portava via, Irene si volt a guardare ancora una volta la sua stanza sotto il portico. Per un poco si udirono le ruote, le voci sulla strada scendente a valle. Incominciarono ad andar via anche gli invitati. - Domani ci sono i lavori - ripeteva Urbano a coloro che non si volevano avviare; frattanto mand a letto Uliva e Donato e Dionisio, il quale si reggeva male. Si mosse infine anche Taureno con Minotto; Lilibeo fu l'ultimo. Presto, su per la strada di Luvo, si fece risentire la fisarmonica.
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Chi doveva andare, era fuori; chi doveva stare, era a casa. Nella cucina la Riccia e Magallo asciugavano le posate, movendo adagio perch avevano faticato molto ed avevano anche bevuto; con loro movevano le loro grandi ombre; forse non s'erano accorti che la festa era terminata. Magallo parlava forte del solito cosacco dei suoi racconti: - Mi veniva addosso per infilzarmi, con gli occhi fuori della testa, sopra un cavalluccio che faceva fiamme. Io ho alzato il fucile con la baionetta, poi mi sono trovato in terra, ma accanto a me c'era il Russo trapassato da parte a parte. - La Riccia, al solito, borbottava tra s e non lo ascoltava affatto.
Dalla stalla, dov'era andato a veder le bestie, Giusto torn nel cortile silenzioso. Sua madre piangeva, seduta sopra uno scalino; Urbano, dicendo a mezza voce le preghiere, girava a spegnere lumi e lanterne, a soffiar sui mozziconi di candele; si vedevano meglio le stelle che stavano sopra l'aia. Il giovine and al portone e chiuse con cura i due enormi battenti.
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Capitolo 6. Anno 1902.
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Nell'alto atrio tappezzato di cartelloni ove spiccavano bottiglie d'acqua minerale, piroscafi, vedute fantastiche di paesi, stava aspettando molta gente in mezzo alla quale una guardia civica teneva aperto un passaggio: era l'ora dei treni che avevano viaggiato tutta la notte. Sisto ed il figlio non si parlavano. Dalle porte di ferro usc uno stuolo di viaggiatori, ma giungevano da una linea del nord. Sotto la tettoia esterna si udirono vetture mettersi in moto; la giornata era piovosa e la luce smorta. Venne cambiata la tabella che annunziava il treno in arrivo. "Ora - pens Graziano - egli sarebbe apparso"; ci che stava per succedere era imbarazzante. Uscirono le persone discese per prime da quel treno, le solite figure di viaggiatori che avevano dormito male; Sisto cercava di veder lontano, dentro l'una e l'altra porta; mentre venivano innanzi le ondate pi grosse, diede segno di riconoscere colui che attendevano. Era un uomo gi vecchio, alto, dal viso poco sano senza barba n baffi, il quale portava abiti scuri con cert'aria d'ufficiale in borghese, camminava a testa alta senza guardarsi intorno ma aveva un passo molle come per fiacchezza delle gambe. Vide Sisto, che s'era avvicinato, lo riconobbe, gli tese le due mani con gesto calmo e reciso: - Ah, sei qui. - Sisto si volt a indicargli il figlio. - Diamine! - disse l'uomo. -  proprio un bel ragazzo. - Si accert che il facchino con le valige lo seguisse, poi chiese: - Non c' altri, non  vero?
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Era Aleramo Andosio che veniva da ventisette anni di penitenziario. E Graziano pensava appunto che ci si dovesse vedere da tutti; invece nessuno se ne curava. Insieme ai Farra, Aleramo si accost alla loro carrozza come se gli fosse accaduto molte volte di arrivare in quel modo; ma quando fu seduto nella vettura chiusa ed il cavallo, uscendo dal portico, si mise al trotto, egli pos una mano sul ginocchio di Sisto che gli sedeva accanto, premendo forte, voltando verso lui un viso diventato pi bianco, pi floscio; dopo strinse un braccio del nipote, che aveva di fronte, strinse forte; non parlava perch non voleva piangere.
- Ventisette anni - disse quando sent che poteva non piangere - sempre pensando a questo giorno.
- Hai avuta molta forza - disse Sisto.
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Aleramo serr le mascelle, corrug le sopracciglia, che aveva scure e spesse: - In ogni momento la stessa volont: se cedo, non esco vivo; devo resistere.
Le sue valige, affidate al cocchiere, erano nuove; anche il vestiario, dal cappello alle scarpe, era nuovissimo e si vedeva appena ch'era stato comprato in un magazzino d'abiti fatti. Al paragone era molto logoro quel viso, che in una pasta senza colore mostrava le tracce d'una lunghissima e terribile fatica; gli occhi erano un poco annebbiati ed esitanti, disavvezzi a guardar lontano, all'aperto; per si volgevano alle case, ai passanti, ai veicoli, alle vetrine come se non dovessero vedere niente di nuovo. Nell'animo di Graziano era il ricordo vago della prima volta che gli era stato parlato d'uno zio recluso, il ricordo delle sue lettere, delle scatole di sigari che gli venivano spedite, dei nomi che avevano le case di pena, nomi di luoghi maledetti; ed ora tutto ci non sembrava pi vero; ora nella carrozza, coi ginocchi vicini ai suoi vi era quest'uomo libero, vestito come gli altri, con una cravatta tessuta ad ancore verdi. In un palazzo d'una piccola citt della provincia la vecchia paralitica non esisteva pi, e dai suoi figli s'era potuto ottenere la firma sotto la supplica al re.
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Nel giardino di casa venne intorno a chi scendeva dalla carrozza il cane. - Questo  Fiocco - disse subito Aleramo. Claudia si mostr in cima alla gradinata del pianterreno, ed accanto a lei era un'altra signora, sua sorella Ortensia, arrivata il giorno prima per incontrare il reduce. Lo lasciarono appena entrare nel vestibolo, quindi Ortensia gli si gett al collo scoppiando in singhiozzi, e non se ne staccava mai; ma anche Claudia voleva baciarlo, stringerlo, piangendo allungava le braccia; tra queste braccia Aleramo, liberatosi un momento dall'altra sorella, si gett a capo basso per nascondere il viso. Nessuno diceva una parola, si udiva soltanto il piangere. Aleramo tolse dal taschino il fazzoletto e si copr gli occhi: - Dove andiamo? - domand. Sisto ed il figlio lo fecero entrare in un salotto come un cieco. Il reduce si strofin vigorosamente il volto, che adesso era colorito e macero come se avesse pianto molte ore; trasse un lungo respiro, rialz la testa con un movimento risoluto. - Claudia, - disse, osservando la sorella pi giovane che lo guardava attraverso grosse lacrime - sei proprio come ti pensavo, molto meglio che nei ritratti. - Si volt ad Ortensia squadrandola burbero: - Ehi, Teta, sei grigia. Ed ora, via i fazzoletti, basta col piangere. - Si avvicin a Sisto; con cenni chiam a s Graziano e li strinse in un abbraccio tutt'e due: - Brava gente, gente d'oro! - Vedendo entrare nel salotto l'alta figura di Ascanio, gli and incontro con un franco sorriso: - Babbo Farra! Il primo galantuomo di Rebbia. Vedete chi  tornato? Andr anche a Rebbia, a Luvo. - Invitato finalmente a sedere, prese invece a moversi per la stanza da un angolo all'altro osservando tutto, sempre con quel passo stanco e con un po' di esitazione come se qualcuno potesse comandargli di star fermo. Alzata la tendina d'una finestra, rimase a guardar con piacere il cielo piovigginoso, opaco: - Ero nel pi bel luogo del mondo, famoso gi nei tempi antichi, tra Posillipo e Baia - disse con ironia boriosa. - Non se ne vedeva niente, ma il cielo, si vedeva, cobalto, sempre cobalto!
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Ortensia e Claudia non gli levavan gli occhi di dosso. La sorella maggiore, sebbene la casa fosse riscaldata bene, s'era messa una giacca di lontra, ormai spelacchiata e rossiccia; teneva le braccia conserte, sempre piena di freddo; intorno alla fronte aveva i capelli strinati dal ferro col quale pi volte al giorno si faceva i ricci distrattamente; non s'accomodava mai sulle sedie e sui sof, come gli altri, invece sedeva sui braccioli o si appoggiava ad una tavola, ogni momento cambiava posizione. Guardando il reduce, Graziano aveva presto trovato nel suo aspetto e nel suo contegno l'uomo ch'era stato un tempo, ci che in lui rimaneva del rompicollo elegante, del cavallerizzo, di quel giovine che in una fotografia teneva con signorile noncuranza lo scudiscio; ma le mani erano ruvide, sformate, erano quelle che avevan fatti grossi lavori da sarto per ventisette anni.
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Claudia, uscita dalla stanza, ricomparve con Gabriella, che era molto sviluppata per i suoi nove anni ed aveva una ricca capigliatura bruna sciolta sulle spalle. Questo zio ritornato - era stato detto alla bambina - aveva vissuto qua e l in tutto il mondo. Ella sentiva, per, che la sua storia doveva essere ben diversa, misteriosa, e si lasci baciare senza sorridere e fu contenta di potersi ritirare subito. Quindi Sisto dovette andare alla clinica, ed anche Ascanio e Graziano si ritirarono; il reduce sal al primo piano con le sorelle, nella camera destinata a lui, dove rimasero soli. Appena fu chiusa la porta, Ortensia si gett di nuovo addosso al fratello, a stringerlo, a baciarlo, guardarlo da vicino; poi batteva le mani, rideva, piangeva un poco, rideva un'altra volta - Ramo, ti ricordi quando a Luvo sei saltato sul cavallo che il medico aveva lasciato in piazza, e l'hai portato in fondo alla valle? E il mazzo d'ortaggi mandato alla damigella Roasio che ti voleva sposare, te lo ricordi? - Ortensia si rivolse a Claudia: - Era un diavolo.
- Io, diavolo? - protest allegro il fratello. - Teta, Teta, non farmi parlare.
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Da una tasca della pelliccia Ortensia lev una scatola di sigarette fini, ne offerse agli altri, che non ne accettarono, e si mise a fumare. I ricordi balzavano su dalla mente sua e di Aleramo come fuochi da una sparata di razzi, uno sull'altro, impetuosamente, incessantemente; ed essi se li scambiavano senza lasciarsi a vicenda finire il racconto, saltando con quelle frasi da luogo a luogo, andando innanzi e indietro nel tempo. Claudia, bambina quando essi erano sui vent'anni, stava quasi soltanto ad ascoltare, raccogliendo le loro parole con avidit, ridendo con loro, appena un tantino gelosa dell'amicizia che aveva uniti la primogenita ed il fratello e nella quale ella non era potuta entrare; gettando per nel dialogo qualche tema, accenni a cose di cui ella aveva solamente udita la narrazione. Parlavano d'un vestito di tulle bianco con nodi di nastro rosso che la loro madre aveva portato ad un gran ballo di Rebbia, e della sua bellezza, pelle bianca, occhi neri, straordinaria; parlavano d'un giardiniere di casa, che a novant'anni voleva ancora lavorare; ricordavano un fratello adolescente, morto d'un colpo di sole, del quale Ortensia conservava il piccolo violino su cui imparava a sonare; parlavano del cocchiere del padre, intarsiatore per diletto, e si dicevano i nomi dei cavalli d'Aleramo; ricordavano il fratello della nonna materna, il conte Blanchi di Cortenuova, ch'era stato ministro del re di Sardegna a Londra, e la moglie, "la zia Onorata", che in quella capitale aveva salvati i suoi bambini nell'incendio del palazzo dove abitavano, e che poi vedova a Torino, riceveva visite di personaggi importanti, di milordi, in un convento nel quale si era ritirata. Parlavano di cose scomparse, di splendori spenti, di gente da tanto tempo morta, come di persone vive e di fatti recenti, come di cose che si potessero sempre rivedere.
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- Sai - disse Aleramo ad Ortensia - che Daniele, il figlio di quello che chiamavano il Tessitore, mi ha scritto tutti gli anni? Quella lettera da Luvo mi faceva molto piacere.
Animatamente discorrendo, Ortensia ed Aleramo erano sempre pi rassomiglianti: nella persona costrutta con una solida impalcatura d'ossa e poca carne, nel viso, negli occhi, nei gesti nervosi, in un brio strano che sapeva di malinconia, soprattutto nell'aria che entrambi avevano di gente passata attraverso terribili prove per colpa propria ma in un certo modo fantastico, senza lasciarsi troppo cambiare nell'animo. E la grande diversit d'aspetto tra loro e Claudia mostrava, pi ancora che la differenza d'et, la maniera diversa in cui la sorella minore era vissuta, secondo un concetto sensato dell'esistenza, senza avventure strambe, senza fare tragedie.
- Quel Lanciarossa - chiese ad un tratto Aleramo cambiando espressione - non vi sar mezzo di levarlo dalla nostra casa? La vedrei volentieri crollata, se lo potesse schiacciare!
-  calato sulla tua roba come un corvo - disse Ortensia. - L'usuraio gentiluomo. Da lontano aveva adocchiato tutto quanto. Un vero genio del male.
- Voglio vedere la sua faccia il giorno che andr a Luvo. Nel palazzo, il re del paese, questo malandrino! Suo padre era ispettore dei giochi a Montecarlo; era partito dal Piemonte col fagotto, suo padre. Lui impar la professione di richiamar gente alla bisca e prestare a chi perdeva. Mai stato mio amico, non  vero! Quando io non potevo pi far niente per difendermi, ha tirate fuori le cambiali.
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- Nella nostra casa ha portato il suo romanzo d'appendice - disse ancora Ortensia, seduta a braccia conserte sul bordo del letto.
- La belle jardinire - sogghign Aleramo alzando le spalle. - Il marito della donna coltivava i fiori e lei li vendeva a caro prezzo. Grassa, alta una spanna! Il negozio gliel'aveva messo su un francese di gran famiglia, un Rohan. Il marito  sempre vivo ed il figlio, a quanto so,  degno dei genitori, un lestofante.
Dette da Aleramo, tutte le cose parevano inverosimili, favolose. Claudia osserv: - La morte della figlia illegittima  stata un severo castigo. Ma ora non pensiamo a quella gente.
- Ben detto, Claudia - rispose il fratello piantandosi sui due piedi e facendo viso allegro. -  meglio pensare all'avvenire. - Alle sue spalle era una specchiera e vi si vedevano muovere, con quel brio a scatti, la testa quasi calva, la schiena stanca d'un vecchio. Per l'avvenire ogni decisione era stata presa prima che Aleramo uscisse dalla casa di pena: egli andava a vivere presso la famiglia di Ortensia; coi suoi risparmi di recluso e con una buona somma di cui gli faceva dono Claudia, si sarebbe dato agli affari, ai commerci, chiss, a qualche lavoro originale.
- Non credere - disse Ortensia al fratello - di trovar una casa come questa.
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- Gi, - protest egli col suo tono ironico e brusco - io sono disceso dalla luna, non so niente!
Era impaziente d'incominciare a far qualchecosa e perci di partire. Malgrado le premure di Claudia non rest pi di tre giorni; durante i quali era sempre in giro per la citt, con le due sorelle o con Ortensia sola; ovunque, egli voleva mostrare che conosceva tutto, sapeva gi tutto, e che nessuna cosa lo poteva sorprendere. Per uscire, Ortensia si metteva uno dei cappelli che raffazzonava da s senza badare alla moda, un paio di guanti dai quali sbucava la punta di qualche dito; si ornava lo scollo della pelliccia con una spilla di bronzo sulla quale era la corona comitale dei Cervasco e dei Cortenuova. E d'avere aspetto di signora decaduta non gliene importava o forse non se ne ricordava pi; ma si sarebbe offesa se la sorella le avesse offerto un paio di guanti nuovi.
Prima di partire Aleramo diede di nascosto a Graziano un manoscritto rilegato che pareva un registro - Leggerai con calma, quando vorrai. Il destino d'un uomo. Potrai capire perch ho fatto ci che ho fatto.
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La sera il giovine lo sfogli; vide ch'era un memoriale scritto con uno stile antiquato, con un'esaltazione piena di enfasi, ma senza tacere i particolari pi intimi; e tosto lo richiuse a chiave in un cassetto, per un senso di pudore ed anche per disgusto di penetrare nei segreti d'una vita. "Io mi avvidi quasi di repente che il cuore della mia adorata Fulvia non mi apparteneva pi, era d'un altro". Una vita dov'era stato sparso quel sangue.
Ma da qualche tempo ogni fatto, ogni avvenimento, gli episodi di qualunque esistenza, anche se pieni di passioni o di dolore, a Graziano parevano privi d'importanza. Egli cess presto di pensare alla visita del reduce. Frequentava regolarmente l'universit; una mattina, come tante altre, and all'istituto anatomico, che non era lontano da casa sua; entr nella galleria riservata alle esercitazioni delle studentesse; vi era soltanto una magra bionda lentigginosa, del quarto corso, che voleva dedicarsi all'insegnamento dell'anatomia, e stava lavorando piano piano al tronco, tagliato sotto le costole, d'un giovinetto morto di tisi. Il cadavere aveva una testina pulita, d'una bianchezza diafana, con la pelle ben tesa sulle ossa, con gli occhi a met nascosti sotto le palpebre e coi denti scoperti come a sorridere. La studentessa alz appena il viso un istante. "Forse un giorno costei metter al mondo dei figli" si disse Graziano. Pass nella sala grande, dove intorno a tutte le tavole di marmo erano gruppi di studenti coi camici neri, al lavoro. L'odor di carne morta era freddo e dolciastro, ma un tanfo denso mandava qualche corpo sventrato da cui uscivano gonfi gli intestini. Sebbene giungesse una buona luce dalle finestre, le lampade elettriche erano accese; sotto esse, in mezzo agli studenti, stavano sulle lastre cadaveri di vecchi e di vecchie, sformati e flaccidi, o cadaveri pi belli, di giovani, ma assai scarni; su tavolini presso le finestre erano qua una gamba, altrove una testa od un braccio, ai quali coi ferri lucidi lavoravano studenti isolati; gli inservienti, coperti con trascuratezza di cmici bianchi sporchi, giravano come operai svogliati. Ad un tratto, intorno ad un cadavere di donna molto grande ed ancora intatto, alcuni degli studenti si misero in posa, scherzando, imitando i quadri o le stampe degli antichi teatri anatomici, ed un altro fece la fotografia della scena. Sull'architrave della porta d'ingresso luccicavano parole dorate: Hic est locus ubi mors dignat succurrere vitae.
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Nell'istituto Graziano non si curava affatto della scienza. Le cose che si vedevano l dentro, l'edifizio stesso lo attraevano suo malgrado, ed egli se ne interessava con curiosit e compiacenza malsane. Sal al primo piano, dove il museo anatomico era sistemato assai bene in lunghe sale bianche, piene d'una luce filtrata da tendine bianche nettissime. Scaffali e vetrine scintillavano; sotto campane di vetro si vedevano tronchi umani imbalsamati; corpi interi erano conservati entro vasche sotto lastre di vetro spesso; accosto alle pareti ed in mezzo alle sale, in vetrine d'ogni forma, erano pezzi essiccati, barattoli contenenti in un liquido torbido visceri, teste, feti; vi erano anche, dentro tavole col coperchio di cristallo, sezioni di cadaveri congelati, sottili come una asse, esatti come modelli: uomini adulti, donne incinte. "Tu saresti ancora pi sottile, faresti una figura pi meschina" si diceva Graziano. Nell'aria non si sentiva che un odor chimico simile a quello dell'alcole; ciascun oggetto era distinto da un cartello; ed il museo aveva lo aspetto d'un magazzino tenuto con cura. Il giovine era solo, non udiva alcun rumore. Nel centro d'una sala dedicata ad un celebre anatomico che alcuni anni prima aveva insegnato nell'istituto, si alzava un'edicola tutta cristallo; vi stava diritto lo scheletro di un uomo gagliardo, le cui ossa eran tenute assieme da ganci e fili d'argento; aveva tra i piedi una coppa con un cervello, e davanti a questa si vedeva, nel liquido d'un vaso di vetro, la pelle d'un capo con la faccia gonfia come quella d'un annegato: il celebre anatomico. In una cornice appesa all'edicola era la sua fotografia, alla quale quel capo somigliava ancora; e si poteva leggere il passo del testamento con cui egli aveva fatto al museo quel dono.
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Avvicinatosi ad una finestra, Graziano sollev la tendina a guardar fuori. Nel viale arrivava un tranvai; in un piazzale del parco vicino era il monumento equestre d'un principe; pi lontano, dietro edifizi nuovi d'officine, si scorgeva la parte alta d'un carcere di donne; ma tutte le cose rappresentavano una vita senz'alcuna ansiet, un ordine ragionato, sul quale il sole d'inverno gettava il suo polvero leggero. Adagio un vecchio attraversava il binario a poca distanza dal carrozzone sopraggiungente: se il tranvai lo avesse schiacciato, subito sarebbe arrivata l'ambulanza a portar via il corpo, a cancellare la macchia di sangue, e subito si sarebbe riveduto il perfetto ordine. Ma come sembravano fragili i soldati - una squadra di reclute - che lungo una fila di alberi andavano innanzi e indietro imparando a marciare! Cos giovani e robusti, erano fragili come i loro visceri, come le arterie.
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Quel giorno, dopo colazione, Graziano usc a cavallo. Per una questione di mercedi erano stati serrati dai padroni gli stabilimenti meccanici ed in risposta gli operai delle altre industrie avevano disertati cantieri e fabbriche. Il giovine andava verso la campagna; a misura che si avvicinava all'orlo della citt, sentiva meglio l'avvenimento insolito e quel che vi era nell'aria, un fermento, una passione oscura e indecisa di guerra civile; gli edifizi delle officine pi grandi, chiusi e senza rumori, erano custoditi da carabinieri, vi giravano intorno pattuglie di cavalleria; nei quartieri operai capannelli d'uomini stavano a discutere sui portoni, sui canti delle vie, un voco usciva dalle osterie gremite, mentre donne e bambini guardavano con ansiet dalle finestre; anche dove della citt non si vedeva pi che il disegno abbozzato, opifici e case popolari sperduti nei prati tra le file di lampioni che ad un tratto cessavano, lo sciopero si scorgeva subito, nell'inerzia delle fonderie, delle fornaci, in quel camminare a drappelli e radunarsi e sciogliersi degli uomini sfaccendati. Da un terreno cinto d'una palizzata, entro il quale erano molti giocatori di bocce, partirono grida ostili e fischi all'indirizzo d'una squadra di ciclisti della polizia, che passava in lontananza. In citt Ilisso pareva sempre stizzito d'ogni cosa; anche ora non faceva che puntar gli orecchi, andava a passi corti e rapidi come se la terra scottasse.
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Graziano giunse ad un vecchio borgo dove veniva sovente; di qua si mise per la campagna, ritrov l'immensa pianura libera fino al cerchio delle Alpi, campi e praterie con pochi paesi ai quali conducevano strade segnalate da filari di pioppi. Sulle montagne si adagiava qualche nuvola, ma il resto del cielo era sgombro, pieno di luce; correndo passava il rumore d'un treno invisibile; in mezzo ad un prato alcuni contadini lavoravano ad un gigantesco albero abbattuto, ed i colpi delle scuri in quella vastit non avevano forza; dentro un fosso, tra scatole di latta e mucchi di cocci, gorgogliava l'acqua. Lo sguardo di Graziano seguiva con piacere le righe nettamente tracciate dai fili telegrafici nell'aria pulita; ma il suo pensiero era in vastissime aule dell'universit, quelle di chimica e di fisica, in cui centinaia di studenti, aspettando le lezioni, cantavano in coro a squarciagola strofe violente e beffarde. "Noi sappiamo bene ci che vale la vita" volevano dire gli studenti. Combinazioni chimiche, fenomeni fisici, funzionamento di visceri, degli schifosi visceri, lavoro di cellule, di umori, di microbi: la sorte umana stava tutta dentro questi limiti. Tra la nascita e la morte vi era quest'avventura miserabile ed incerta. Non era niente, non serviva a niente.
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Il cavallo alzava il muso fine a odorar la campagna fredda, faceva la bava tormentandosi col morso da cui era trattenuto, camminava di traverso, smanioso di lanciarsi nelle praterie. - Aspetta! - gli diceva Graziano. Un arco di muratura fiancheggiato da grossi olmi, dinanzi al quale la strada passava, era quanto rimaneva dell'ingresso d'una villa distrutta; gi altre volte egli ne aveva avuta l'impressione d'un luogo adatto per uccidersi; gli piacque di nuovo guardare dove avrebbe potuto, stando sdraiato a terra, spararsi. Il mondo gli sembrava molto lontano. Uno scherzo da fare: con un gesto uscire dal destino di tutti. Subito dopo, la strada scendeva attraversando un grandissimo scavo dov'era sempre un va e vieni di carrettieri a prender ghiaia; l'orizzonte spariva, non si vedevano che le pareti franose, ed oggi non vi lavorava nessuno. Il giovine si sent solo. Non era strano ch'egli fosse l? Perch gli piaceva allontanarsi dalla gente, star solo? Quelli che aveva avuti compagni di liceo e che poi avevano prese negli studi vie diverse, tranquillamente andavano alle lezioni o pensavano a divertirsi. Bruto Corese, deciso a farsi attore, passava le giornate in una scuola di recitazione. E Nego? La sua faccia schiacciata non l'aveva pi rivista; non ne sapeva pi niente. Era forte, Nego, con quella testaccia. Di l la sua casa non era lontana, ma forse lo avrebbe accolto malamente.
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Presto la strada risaliva fuori della cava, sull'immensa superficie piana. Il sole, avvicinandosi alle montagne, ne mostrava meglio le forme ma facendole leggere, incorporee. Finalmente Graziano lasci entrare il cavallo in una prateria, allent le redini e fu portato via al galoppo; sfogando la passione lungamente costretta, Ilisso volava, pi che non toccasse il terreno, con un respiro ardente e felice; per obbediva alla guida come se godesse a descrivere i circoli, le linee continuamente variate che il cavaliere voleva. Questi, preso dalla stessa febbre dell'animale, teneva quel prato quanto era grande; vedeva il suolo ancora coperto del logoro tappeto invernale, file d'alberi sui margini, un gregge al pascolo, le Alpi; non aveva pi un pensiero, in mezzo a quello spazio pieno di cose che piacevolmente giravano. Quando fu sazio, si port ad una estremit della prateria e, fatti sentire all'animale gli sproni, la percorse tutta di gran carriera.
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"Vado da Nego" si disse dopo che ebbe rimesso sopra la strada il cavallo, il quale restava ancora vibrante come un fanciullo costretto a cessare giochi impetuosi. La casa dei Mazz era tra campi ed orti, un vecchio edifizio esteso e basso racchiudente un cortile; sull'arco del portone avevano dipinto "Officina meccanica - Motori e motocicli". Ilisso fece molto rumore nell'androne, dove da un finestrino tent sporgersi un operaio grasso che grid: - Chi cercate? - Smontato nel cortile, Graziano vide una stalla col fienile vuoto, i finestroni polverosi dell'officina, un carretto a mano con le stanghe all'aria, latte di benzina e masselli d'acciaio posati in ordine presso una pompa d'acqua, uno scoiattolo che faceva, girare in fretta la sua ruota dentro una gabbia attaccata al muro. Al primo piano era ripulita una parte della facciata; sopra un ballatoio, lungo il quale s'allineavano le finestre d'un appartamento civile, vi erano vasi di foglie verdi. Chiamato dal custode, Valente Mazz usc dall'officina; una giacca di tela unta, una grossa cravatta di lana intorno al collo, il solito berrettone gettato all'indietro sulla capigliatura nera riccia dura lo rendevano pi massiccio; egli teneva le mani sospese davanti al petto come chi ha interrotto un lavoro che sporca, studiando il visitatore con faccia brutta. - Ah, sei tu - disse infine; si volt per rientrare: - Vieni, vieni.
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L'officina era un portico chiuso con vetrate; ai banchi, ai tornii lavoravano alcuni operai, con raspar di lime, stridere di punte d'acciaio, rotare di pulegge, rumori e movimenti chiusi in un vano troppo stretto. Nego torn al banco ove stava smontando un congegno unto di grasso; poich Graziano accennava alla serrata delle altre officine, rispose alzando le spalle. In fondo al portico una tramezza formava una specie di ufficio, ove si scorgevano un uomo anziano ed un giovine piegati sopra una tavola da disegno, entrambi somiglianti a Nego. Con la figura slanciata, gli stivali di pelle bulgara, una bacchetta di bamb sotto l'ascella, Graziano appariva l dentro fuor di posto; ma Valente sent subito che il compagno aveva qualche cosa da dirgli, che voleva qualche cosa, ed alz un istante gli occhi a guardarlo di nuovo sebbene stesse togliendo dal congegno una mollettina con la delicatezza d'un chirurgo che tragga una scheggia da una ferita. Alle pareti erano appesi fogli laceri di disegni, ruote, sagome di legno; un operaio, al banco di prova, mise in movimento un motore che emp l'officina di terribili scoppi. Graziano osservava il compagno come i ragazzi osservano un altro ragazzo che faccia un interessante lavoro da uomo. Ad un tratto Valente si forb le mani, dito per dito, con un viluppo di filacce e gli disse: - Andiamo di sopra un momento. - Nell'ufficio suo padre e suo fratello non diedero alcun segno d'aver veduto il visitatore.
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Aprendo la porta dell'appartamento, Nego si mise a parlar forte per dare l'avviso che entrava un estraneo. Ai lati d'un lungo corridoio erano stanze tutte aperte in cui si vedevano dei mobili di cinquanta o cent'anni prima, un mucchio di vesti da donna sopra un letto, quadri antichi, una macchina da cucire, una ragazza ritta davanti ad un cavalletto a dipingere, la quale aveva la grossa testa di Valente ma con ricci biondi e indossava un chimono sciupato. Da una delle porte usc subito una signora piccola e grassoccia, con molti ricciolini ancora biondastri intorno ad un viso rotondetto. Quando il figlio le ebbe detto chi era il giovine, ella si diresse alla sala portando bene in fuori uno strano petto che sembrava finto. La sala era ordinata e lucida; ne occupava una buona parte un pianoforte a coda; coprivano le pareti quadri, quadretti, miniature, lettere e diplomi in cornice, ed in un canto, sotto un velo rosa, stava una grande arpa dorata. - Voi somigliate straordinariamente a qualcuno che io ho conosciuto - disse la signora appena ebbe considerato Graziano. - Forse a Dubitzky, il violinista. No, non a Dubitzky. Non posso ricordare bene: ho conosciuta tanta gente! - Portava un abito stinto di velluto turchino con un largo collo di pizzo sul quale era appuntata per fermaglio una medaglia d'oro.
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- Renato  uscito con una macchina? - disse al figlio. - Ha ancora la testa fasciata.
Poi parl di s al visitatore, del proprio passato, in tono entusiastico, indicando l'arpa come se fosse una persona dormente, mostrando nelle cornici medaglie sonetti diplomi in cui risaltava il suo nome di ragazza, il nome ch'era stato famoso, Serafina Ro. Suo figlio, presso la porta, aspettava. La signora lo indic a Graziano - Tempi da meccanici. Non ha voluto continuare gli studi. Con questi motori ci siamo mangiato tanto denaro! Ma lo rifaremo abbondantemente. L'avvenire  dei motori. Musica di scoppi, altro che arpe!
- Vieni - disse Valente al compagno. - Mia madre parlerebbe fino a domani.
La camera dove condusse Graziano era assai piccola; la empivano un cassettone con uno specchio annerito dal tempo, una sedia, uno scaffale con libri in disordine, un letto che anch'esso per Nego sembrava troppo piccolo. Dal letto un gatto rosso acciambellato guard con occhi socchiusi e non si mosse. Attraverso i vetri delle finestre si vedevan le montagne. Poich Graziano si avvicin ai libri per leggerne qua e l i titoli, l'altro disse: -Non li tocco pi. O piuttosto mi sforzo di perdere l'abitudine, ma ogni tanto ci ricasco. Il tornio, i metalli, il lavoro manuale: non voglio altro.
- Io vado a passeggio per la campagna.
- Non sei all'universit?
- Medicina.
- Medico non ti vedo.
-  tutto eguale. E forse non sono capace di far niente, non m'importa di niente.
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Nego aperse la finestra e precedette il compagno sopra un balconcino. Gli mostr l'orto che stava di sotto, ampio, rigato da file di cavoli. - Lavoro anche la terra - disse. - Una fatica che fa bene. - Ormai molto vicino al profilo delle Alpi, il sole stendeva sulla pianura fasci di luce radente dalla quale ogni cosa era colpita con forza allegra, gli alberi, le antenne delle condutture elettriche, i paesi; e le nuvole prendevano fuoco. Nego mostr le mani, grosse, forti, con le dita gi guaste dai duri strumenti che adoperavano; per la prima volta alz sorridendo lo sguardo in viso a Graziano, poi riprese: - Il pensiero  il peggiore dei vizi. Gli uomini, in genere, pensano troppo. E si d troppa importanza alla vita. Crediamo che sia chiss che cosa; vorremmo farne un uso grandioso, non sappiamo in che maniera. - Con le mani si attacc alla ringhiera e present al tramonto la larga faccia, la quale ne era tutta accesa e pareva bella; non sorrideva pi ma aveva un'espressione di riposo.
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Rimasero un poco a contemplare l'orizzonte in silenzio. Graziano avrebbe voluto che quel momento non finisse pi; ad un tratto, invece, disse: - Ora bisogna che vada: ti ho gi fatto perdere molto tempo. Torner un'altra volta, se non ti spiace. Forse t'invidio, forse hai ragione tu. - Riattraversando la camera, vide nello specchio che gli era andata di traverso l'alta cravatta di tela bianca e si ferm un istante ad accomodarla.
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Quando, dirigendosi a casa, rientr nei quartieri operai, si avvide subito che era accaduto qualcosa di serio. Vi erano dappertutto crocchi di uomini eccitati che parlavano tutti assieme con gesti violenti; donne giravano inquiete tenendo i bambini per la mano; certe parole che coglieva Graziano, dicevano di spari, di morti, di feriti; si udirono, in qualche via non distante, le sirene dei pompieri, ed alcuni ragazzi si misero a correre per andar a vedere. Sparito il sole, l'aria si faceva fredda rapidamente. Nelle osterie, nelle botteghe le luci eran gi accese. Il giovine s'accorgeva di essere molto guardato dalla gente, si sentiva addosso un'attenzione ostile; dalle vie pass ad un viale nuovo, sempre tra officine e case popolari; Ilisso ricominciava ad irritarsi. Nel viale Graziano era appena giunto, che ud delle voci tagliar l'aria: - Poltrone! Mantenuto! Mangiapane a tradimento - Gli insulti gli cadevano intorno come sassi; ma egli tard un istante a comprendere ch'erano diretti a lui; guardando donde venivano, scorse a breve distanza, davanti alle vetrate d'un bar, un gruppo di operai coi visi voltati dalla sua parte, i quali avevano presi atteggiamenti minacciosi e continuavano ad inveire, come se proprio avessero riconosciuto un nemico. La prima impressione di Graziano fu di sorpresa. Una di quelle voci, pi forte delle altre, beffarda, disse: - Scendi! Vieni qua! - ed egli, in un moto irragionevole di ardire e d'amor proprio, volt il cavallo, si avvicin al gruppo, decisamente, puntando lo sguardo su quegli uomini, sebbene non vedesse che figure sconosciute, mal comprensibili sullo sfondo luminoso delle vetrate. Subito alcuni di coloro si mossero, scesero dal marciapiede venendogli intorno. Il giovane pot distinguere un individuo piccolo e magro che aveva il cappello sugli occhi; vide un altro, anziano e panciuto, che pareva un maniscalco, alzare un pugno massiccio; not anche una faccia grassa, vicina, con la bocca storta a fare smorfie. Ora essi gli lanciavano le ingiurie come sputi. Sul primo che gli venne a tiro, questo della faccia grassa, Graziano cal la bacchetta di bamb.
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Gli altri si gettarono avanti, gridando pi rabbiosi; uno si attacc alle redini ma il cavallo con un'impennata si liber; facendo fare alla bestia un giro su se stessa, Graziano scost anche gli altri, per il maniscalco non fu lesto abbastanza, venne urtato, and in terra. Lo scalpitare di Ilisso, le grida avevano intanto richiamata l'attenzione di chi stava nel bar ed anche della gente ch'era sul viale: accorrevano altri uomini. L'individuo dal cappello sugli occhi torn subito ad avvicinarsi, con mosse insidiose, dalla parte della groppa; Graziano, voltandosi, lo vide piccolo e curvo venir avanti a salti; troppo tardi s'accorse che teneva in mano una cosa luccicante, e si sent portar via da un gran balzo del cavallo e poi da altri balzi; cerc inutilmente di riprendere il dominio dell'animale. Con la testa all'aria, col collo tutto teso come se le redini non facessero alcuna forza ed i ginocchi del cavaliere, stretti come una morsa, non gli toccassero nemmeno i fianchi, Ilisso fugg per il viale a folate impetuose, cieco di furore, pazzo, con quel dolore della coltellata piantato nelle carni. Il giovine vedeva il viale scorrere fulmineamente, alberi, gente; udiva i colpi veementi e ritmici delle zampe di Ilisso; udiva anche un continuo gridare: intravvedeva sempre ai due lati del tragitto un moversi concitato di persone, e gli pareva di passare in mezzo ad una folla che tutta lo volesse morto. Egli era sicuro che il cavallo non poteva cadere; la sua volont s'irrigidiva nello sforzo di tenersi coi ginocchi alla sella, ma la lunghezza del viale s'andava rapidamente consumando. Pass tra veicoli che s'erano scansati o fermati appena in tempo per evitare l'urto, tra persone che fuggivano urlando.
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Ad un tratto sent il respiro della bestia farsi pi greve, stanco, e quel collo cedere alla forza delle redini, l'impeto della corsa scemare, ammollirsi. Attraversando un crocevia, pur sempre al galoppo, pot accorgersi che una lunga strada laterale era nera di scioperanti e che dei soldati a cavallo vi si rigiravano come in un campo di grano. Subito dopo sent di avere nuovamente Ilisso nelle mani; lo rimise al passo, gli batt sul collo mentre l'animale sbruffava, nitriva; lo fece scantonare, si trov in una piazza deserta, tra un giardinetto pubblico e la facciata d'un collegio. Smont - ansante, con gli abiti in disordine, con le braccia rotte dallo sforzo - a vedere dove fosse la ferita. Il coltello aveva colpito in una coscia, che era inverniciata di sangue rappreso sul quale scendeva ancora altro sangue. Del portone del collegio soltanto il portello era aperto, e vi stava affacciato un custode in uniforme, colle mani nelle tasche d'un cappotto. Era un uomo robusto. In margine al giardino Graziano aveva vista una fontana; chiam il custode, gli insegn a tenere il cavallo standogli davanti e non lasciando le redini per nessuna ragione; poi, imbevuto il fazzoletto di acqua, cominci a bagnar gli occhi alla bestia, a rinfrescarle le narici; ed Ilisso tirava fuori la lingua per bere le poche gocce che colavano; infine, cautamente, fu lavata la ferita. Nella piazza s'accesero all'improvviso i lampioni. Graziano lav e strizz il fazzoletto, che tuttavia rimase rosso; rimont in sella.
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Dopo un poco ritrov la citt solita, la vita d'ogni giorno, luoghi che mostravano di non saper niente di quanto era accaduto. Non distante da casa la bella chiesa del Salvatore faceva scendere nell'aria scura, sopra enormi isole di case decorose e buie, un suono di campane; ed erano onde lente, rade, adatte a quell'ora, come se non si dovesse turbare la notte che veniva. La chiesa era grande, ma intorno non aveva che vie strette con quelle case tutte eguali; soltanto davanti alla facciata era stato tagliato nel quartiere un piazzale, e vi cresceva l'erba, tanto era tranquillo. Da tutte le vie, lunghe e diritte, venivano i fedeli, con qualche fretta ed in ordine; processioni di queste formiche salivano la gradinata da ogni parte ed entravano nelle porte spalancate. Le campane chiamavano sempre, con la loro voce pacata che sembrava venire da tutto il cielo. Attraversando piano col suo cavallo il piazzale, Graziano guard bene l'alta mole, le due torri portanti in cima come fiori guglie dorate; guard il rosone trasparente coi vetri di colori misteriosi, ove si scorgevano piccoli santi ed angeli; per le porte, sopra la moltitudine nera dei fedeli che entravano o che gi occupavano gran parte delle navate, vide la cavit del tempio, in fondo alla quale splendeva l'altar maggiore carico di fiammelle. In quello spazio chiuso e profondo si dilat ad un tratto la musica dell'organo, gonfia maestosa lenta, e pareva morire appena uscita dalla chiesa.
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Tra la gente che raggiungeva in quel momento la gradinata e saliva pi presto, attirata dai suoni, Graziano distinse la figura del nonno, assai facile da riconoscere, oltre che per la statura ed il portamento, per un mantellone nero che d'inverno gli piaceva portare. Ascanio saliva i gradini col suo passo vigoroso, sicuro, e teneva il viso alzato verso il lontano altare splendente, in modo che si poteva vedere quel suo profilo netto accentuato dalla barba acuta. Graziano ferm il cavallo, finch il vecchio si fu confuso con gli altri sotto l'arco pieno di luce donde la musica usciva come un solenne respiro.
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Sulla collina dei pini salivano tra gli urli acuti dei carrettieri i barrocci che portavano calce, mattoni, sabbia; quando ridiscendevano vuoti, i cavalli di rinforzo se ne andavano sciolti ed i carrettieri cantavano. Proprio sulla cima, in mezzo ai pini pi grandi, nasceva la casa: i garzoni con le secchie non si fermavano un istante, su e gi per i ponti, mentre le murature crescevano a vista d'occhio tra le mani dei maestri, i quali sembravano impazienti che la costruzione andasse innanzi. Presso il cantiere file di braccianti con le carriole trasportavano terra per il giardino. Si sentiva gente nel bosco, che lo puliva dalla sterpaglia, abbatteva qualche albero morto; gli sterpi venivano radunati sull'orlo della nuova strada in mucchi ai quali si dava fuoco, e bruciavano adagio, con molto fumo. Era una giornata del principio di maggio, ancora piena di dolcezza e d'intimit; nell'aria odorante di resina giungevano di lontano versi d'uccelli, festosi e puerili; tutto chiarezza era quel vasto orizzonte che si vedeva tra i grandi alberi. Per fare posto alla casa qualcuno dei pini s'era dovuto sacrificarlo; ma gli altri, con le loro radici a fior di terra, coi tronchi coperti di scaglie, con le chiome tonde imbevute di sole, stavano sempre impassibili come monumenti.
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Questa era la prima volta che Claudia veniva a vedere i lavori. Ad ogni momento i suoi occhi cercavano il figlio, salito sui ponti, cercavano Gabriella che era inebbriata dalla campagna ma voleva darsi un contegno di signorina e girava a guardare ogni cosa con seriet. Gli ordini erano di far pi presto che si potesse; ed ora, sotto lo sguardo dei padroni, tutti gli uomini si movevano in fretta; pure, nel modo loro di lavorare vi era anche qualcosa di bonario e di pacifico, come nei lavori campestri. I muratori erano tutti di Luvo e possedevano un po' di terra che coltivavano con religione; all'aspetto sembravano appunto contadini che sapessero tirar su le murature. Uno, un bell'uomo alto che portava larghi calzoni di velluto ed una sciarpa di molti colori per cintura, era figlio di Mariolina, la donna ch'era stata al servizio degli Andosio e preparava i pranzi famosi quando Claudia era bambina. I pi anziani gettavano alla signora frequenti sguardi, come se avessero sempre nella memoria le storie della sua famiglia e fossero contenti che ella era di nuovo ricca.
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"Eccola, - pensava Claudia - la nostra nuova casa di Luvo. Non  pi un sogno". Ricordava ci che era stato messo sotto la pietra votiva, monete ed una medaglia della Vergine incoronata di stelle; dal palazzo paterno, quando era stato perduto, Ortensia aveva portato via un martello da uscio, un delfino, e adesso glielo aveva dato perch lo mettesse alla sua porta. Del paese si vedeva soltanto il campanile, essendo le case nascoste dietro un'altra collina; ma quando sonava le ore, si udivano bene, ed il suono era veramente una cara voce che le parlava, una voce che non cambiava mai. L'idea che Aleramo non era pi chiuso in un penitenziario la stupiva ancora ogni volta che le tornava in mente. Anche Aleramo, dunque, sarebbe poi venuto ad ascoltar di qua il campanile, a guardare il nastro bianco in mezzo alle vigne, che era la strada di Luvo, quella dove un tempo passavano il babbo e la mamma in land. E non era vero che nel destino della famiglia tutto fosse soltanto decadenza e rovina: ella costruiva questa casa, come costruiva l'avvenire dei suoi figli.
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Continuavano ad arrivare i barrocci dei mattoni, della calce; la pineta era piena di rumori, l'intera collina sembrava coperta di gente al lavoro. Claudia sentiva quanto era grande l'impresa alla quale si erano messi e che aveva prese quelle proporzioni a poco a poco, una decisione dopo l'altra. Della cima si faceva un parco; intorno, il bosco si trasformava in vigne e campi; per arrotondare la possessione erano stati comprati campi e vigne confinanti, con la loro casa colonica. Denaro ce ne voleva molto, ma Sisto guadagnava sempre di pi. Ella non sapeva quanto, sapeva solamente le cifre dei depositi alle banche, che crescevano sempre. Del denaro Sisto non parlava volentieri; doveva anche trattare affari, e non gliene aveva mai detta una parola, li nascondeva come cose di cui si vergognasse. Per non fargli domande, ella sopportava quel mistero, sebbene con amarezza. Come avrebbe potuto non fidarsi pienamente di lui?
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La gioia della giornata di primavera, stando sempre sopra un ponte della fabbrica e guardando l'enorme spazio sereno, Graziano se la sentiva nelle vene come una forza. Era contento della vita nella quale in quell'ora si trovava: dei pini che alzavano al sole d'oro le gran teste; della casa che si costruiva; dei rumori di quel lavoro, dell'allegria che mettevano nell'aria i carrettieri quando, allontanandosi, facevano schioccar la frusta per divertimento. Pensava al dramma che aveva scritto, Le notti. Glien'era venuta la prima idea vedendo il nonno entrare nella chiesa, ma i fatti ed i personaggi erano inventati. Quale opinione hanno dell'esistenza i vecchi, essi che la guardano dalla fine? Non ne parlano mai, come per dovere di custodir un segreto. Il dramma era stato terminato in pochi mesi.
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Un vecchio professore, famoso per i suoi studi sugli antichi dialetti greci, ha dovuto ripudiare - dopo averne avuti molti fastidi e dolori - uno dei suoi figli, incorreggibile vizioso, che si  ridotto a vivere malamente in un paese straniero. Questo figlio ritorna; per il tramite della madre chiede ancora aiuto; ma il professore rifiuta di soccorrerlo, non vuole vederlo, non vuole pi che se ne parli. Colui sparisce di nuovo; dopo qualche tempo  trovato morto sopra una panca d'un viale, forse per malattia, forse per fame. "Si poteva salvarlo! - dice al vecchio la moglie. - Lo hai ucciso tu".  il pensiero di tutta la famiglia. L'avvenimento produce nella coscienza del professore una crisi definitiva; egli lascia l'universit, dove insegnava, lascia la famiglia, se ne va solo.  quasi un uscir dalla vita ci ch'egli fa. Senza informarne nessuno, si ritira in un paese qualunque, il pi nascosto che ha trovato sulle montagne per viverci solo, come se non abbia e non voglia pi nessuno. Ha guardata la propria vita. Ai dialetti greci pensa scrollando le spalle. E la vita di tutti che cosa vale? Non ha senso;  dolore inutile. Ma perch non dirlo, non vendicarsi? Nessuno lo ha mai fatto. Il vecchio si mette a scrivere: un processo di terribile chiarezza e sincerit contro la vita, pieno di fatti, di esempi, un libello, un atto di rivolta, una maledizione. Vive per questo, sebbene si accorga d'esser ammalato seriamente; il suo cuore non ha sopportato il cambiamento di altitudine, n gli affanni. Vi  qui un medico, ubbriacone mezzo abbrutito, che vorrebbe curarlo; egli lo tiene lontano quanto pu.
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I figli sono rimasti strettamente uniti alla madre; per essi il padre  un uomo inflessibile ed aspro che l'et ha fatto cattivo e che si  staccato da loro come aveva respinto l'altro. Hanno potuto sapere dov'; tuttavia non si movono finch non giunge una lettera di quel medico. Allora  mandata l'unica figlia, Marzia, mentre comincia la buona stagione.  una ragazza gi sullo sfiorire, che ha sofferto profondamente ci che  accaduto. Convincere il vecchio a rientrare nel mondo non  possibile; passano i mesi, viene e se ne va l'estate, ed ella rimane sempre. Come potrebbe abbandonare l il padre? Questi vive penosamente, ha degli accessi, ma  di quegli infermi che possono durare non si sa quanto: continua il suo libro, vi lavora qualche volta anche di notte per timore che la morte gli tolga la penna di mano. Ha tentato di rimandare la figlia, cedendo per alla "debolezza" di non volersene di nuovo separare.
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Presso il misero paese vi  una piccola miniera, di poco rendimento e lasciata per questo in uno stadio primitivo. Il capo  poco pi d'un operaio, un uomo ancora giovine portato l da un istinto di solitudine o diventato selvatico per effetto della solitudine. Fa amicizia con Marzia, che lo introduce in casa e stabilisce una specie di accordo tra il padre e lui. Il giovine ha la convinzione che la vita sia bella e che basti volervi scendere e che un giorno egli si decider a scendervi. Il vecchio non dice niente. Quello che scrive, soltanto Marzia lo sa, perch legge di nascosto.
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Sulla montagna si stende il lungo e pesante inverno. Poi finisce. Un'altra volta si pu sentire la primavera anche tra quelle metalliche rocce. Una notte il vecchio, svegliato da un accesso, scopre che la figlia non  in casa; la vede poi rientrare di nascosto. Marzia gli dice subito che viene dalla casa del loro amico, dov' andata altre notti, da tempo, e che si sposeranno presto perch una creatura  in cammino. Tutto  accaduto come se qualcuno al disopra di loro abbia comandato ed essi abbiano obbedito; ma ella ha sentita la necessit di tacere col padre, di vivere segretamente, come se egli non volesse pi che si vivesse. Immediatamente il vecchio la manda a chiamare l'uomo. Pensa a ci che la vita ha fatto mentre egli voleva distruggerla scrivendo. Ma questa volta l'assalto del suo male  l'ultimo,  la morte che viene. Pensa al figlio morto, alla famiglia spezzata, alla figlia che si unisce ad un uomo povero e rozzo. Tutto  colpa sua. Ha bisogno di chiedere perdono. Dice: "Perdonatemi, mio Dio". Si inginocchia e a Dio chiede perdono anche di quello che ha scritto per maledire la vita. Deve distruggerlo, quello che ha scritto, perch dopo la sua morte non sia letto nemmeno da un solo. Gli manca il respiro, non pu rialzarsi, non potr mai arrivare fino a quei fogli, gettarli nel camino, bruciarli! Invece, con grandi sforzi, cercando ad ogni tratto l'aria che gli manca, riesce a far tutto. Le carte fanno una gran fiamma, sono distrutte quando Marzia e l'uomo giungono. Ai due che lo guardano attoniti giacente a terra presso quella cenere, il vecchio pu ancora dire: "Parlate di me a vostro figlio".
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Graziano, ricordando l il proprio lavoro, provava una soddisfazione di non essere vissuto in quegli ultimi mesi per nulla. A Claudia, intanto, s'era avvicinata Gabriella per darle in custodia il cappello che s'era tolto; ravviandole gli scuri capelli cadenti sulle spalle, la signora disse: - Ti piace la pineta?  per voi. Ci verrete sempre sempre.
- Anche tu, mamma, ci verrai sempre.
- Ma s, cara, certamente.
- Come sei bella! - soggiunse piano la bambina.
Claudia indossava una giacca leggera di panno grigio, dalla quale sgorgava sul petto la gala arricciata d'una camicetta rosa; sul piccolo cappello di paglia portava una spuma di tulle rosa; ed aveva un viso molto giovine, felice. Gabriella si allontan, questa volta correndo, e si mise a raccogliere margherite sotto i pini. Disceso dai ponti, Graziano venne accanto alla madre a domandarle se avesse visto dove ora vivevano i Crivelli; seguito da lei, si port sopra un rialzo del terreno, le indic sul fianco d'una stretta valle, molto in basso e gi in ombra, un podere dove anche le coltivazioni avevano un'apparenza di vecchiaia e povert, come il caseggiato, che aveva accosto due soli alberi, due gran pioppi messi in simmetria.
- Non c' confronto con l'Amist, povera gente! - disse Claudia.
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Vicino a loro stava cercando un travicello in un mucchio di legname un muratore che all'Amist era venuto qualche volta per brevi lavori, un ometto di pelle scura e di bianchissimi capelli. - L'Amist, signora, non c' pi - disse con timidezza.
Essendo Casimiro Gallant morto senza testamento, i nipoti avevano vendute le possessioni agli ebrei di Rebbia; questi ebrei avevano un grande negozio, pieno di roba, dove attiravano tutti i contadini dei dintorni con belle stoffe, con gli ori per le spose; vendevano anche a credito, pigliando le cambiali; ma il negozio serviva a coprire un altro commercio. Sempre umili e servizievoli, conoscendo la campagna palmo a palmo entro un raggio di cinquanta miglia, e gli affari di tutti, i buoni ebrei mettevano le mani sulle terre dei piccoli proprietari ed anche dei signori dissestati, per rivenderle a braccia come se fossero stoffa, disfacendo le vecchie ville e i poderi. Claudia sapeva che l'Amist era andata divisa cos tra i contadini dei dintorni, i quali avevano distrutti i boschetti, prosciugato lo stagno, levato ogni ornamento, dispersi i ricordi; ma non voleva sentirne parlare.
- Per fortuna - rispose - di qua non la vediamo.
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Guardando la casa dei pioppi, Graziano pensava a Dionisio lo svogliato, che adesso era in Francia e nei lavori d'una ferrovia portava a spalla le rotaie. La madre gli pass una mano sotto braccio, si avanz con lui entro un gruppo di pini che stavano proprio nel punto pi alto del colle; quindi usc in pieno sole ed aperse l'ombrellino, cupola stretta con un largo bordo volante, piuttosto per rimanere del tutto sola col figlio che per ripararsi: - Devo dirti una cosa che mi addolora. Tra il babbo e te sento una distanza che cresce sempre. Mi pare che abbiate rinunziato a comprendervi. Perch? Tu non ritorni mai alla clinica, non mostri alcun interesse per questa bella opera di tuo padre, cos importante, cos fortunata. Dell'universit non parli. E non fai niente perch egli si interessi della tua vera ambizione. Non c' senso.  un malinteso che deve finire.
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Graziano strisciava la punta d'un piede sul terreno, tra l'erba rada e gli aghi caduti dai pini, senza saper che dire. - No, - insist la madre - voglio che vi parliate. Dovete aver fiducia l'uno nell'altro, esser franchi. A me il dramma da leggere l'hai dato; perch non lo di anche al babbo? Bisogna che veda quel che sai fare.
- Hai ragione - disse il giovine. - Glielo dar. Un giorno vado alla clinica e gli porto il dramma. Forse domani. - Col braccio prem forte la mano della madre, che di nuovo lo teneva. Mandando lo sguardo fino al limite dell'orizzonte, respirando l'aria sottile, aveva la sensazione di bere come un nttare anche la luce.
Alle loro spalle una voce di donna, vicina, chiam con riguardo: - Signora Claudia! - Si volsero e videro Mariolina. Vestita bene, con un fazzoletto di seta bianca a fiorami ricadente dal capo sulla schiena come un cappuccio, con un grembiale di seta nera ben lucida, Mariolina era sempre la stessa: trecce pi nere che grige, occhi neri piccoli vispi, pomelli rosei con venuzze viola. Informata dal figlio che quel giorno era attesa alla pineta la visita della signora, aveva voluto venire a riverirla. Present un canestro piuttosto grande nel quale, tra foglie di fico e di vite, erano baccelli teneri, ciliege, zucchine, ed in cima al resto quattro uova enormi, candide come la neve. Lo porgeva senza dire nulla, guardando fisso con quelle pupille lustre che non si capiva mai se volessero ridere o piangere.
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- O Mariolina! - esclam Claudia con stupore. Pensava ch'ella venisse dal palazzo degli Andosio, dal tempo di sua madre e di suo padre. L'abbracci, la baci, badando a non far danno al bel canestro. Poi subito vide spuntar dalla strada e venire verso loro, ora correndo ora fermandosi esitanti, con occhi larghi e col viso lavato che pareva troppo bianco, i fanciulli della casa colonica da poco tempo acquistata: una ragazzetta a cui era stato messo un nastro di velluto intorno ai capelli bagnati, ancora rigati dal pettine, ed un suo fratello minore, vestito come alla domenica, con le scarpe, entrambi magri e selvatici. Ciascuno di loro teneva a due mani un mazzo di felci e fiori, non sapeva pi che farne.
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- Per me? - domand Claudia tendendo le braccia.
Il muratore dai capelli bianchi guardava dall'alto d'un ponte e disse: - Vedete, signora? Tutti vi fanno onore.
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Metello Farra, seduto al tavolino troppo piccolo sotto la lampada elettrica appesa al soffitto, sfogliava mucchi di carte; intorno a lui erano sparsi sul pavimento della cameraccia fascicoli degli atti parlamentari e giornali; poich la notte era calda, stava senza giacca, a collo nudo, ed ogni tanto beveva un sorso dell'acqua con ghiaccio che teneva in un bicchierone; poi rimaneva immobile a pensare, stiracchiandosi uno dei lunghi baffi rossicci, attorcigliati e pendenti. Attraverso la ringhiera del balcone vedeva gi, sul ripiano marmoreo di piazza Navona, il banco d'un venditore di cocomeri con i globi verdi e le mezzelune rosa e con la gente che si moveva davanti ad una fiammella d'acetilene. Insieme al fruscio delle tre fontane venivano scoppi di voci, risate, le chiacchiere delle donne radunate sulle panche.
Il dibattito alla Camera durava da tre giorni; sulla richiesta del governo, di altri milioni per nuovi armamenti, avevano gi parlato quasi tutti i pi noti oratori dei partiti, alcuni ascoltati, altri coperti d'invettive; l'indomani doveva parlare lui, ultimo dei socialisti nell'ultima seduta, come il gruppo aveva stabilito, dando l'attacco finale con l'arma segreta che possedeva. Riudiva i tumulti dell'assemblea, sentiva quell'aria ardente nella quale s'incrociavano ingiurie, motti corrosivi, scherni. Nel bicchiere non era ormai rimasto che un dito d'acqua: egli lo bevve, quindi si vers in una mano l'ultimo pezzo di ghiaccio, lo sgretol coi denti robusti. Una politica di grandezze, denaro per i cannoni e le navi, mentre tanta parte del paese si trovava in arretrato con la civilt e la gente affamata gridava invano perch le fossero date da lavorare le terre incolte. Altri milioni! Il presidente del consiglio era forse un uomo onesto, ma privo di forza, minato da una malattia; ed alle sue spalle certi ministri curavano indubbiamente i loro affari aiutando quelli della grande industria. Nel mondo un imperatore faceva spettacolose parate di truppe e pronunziava discorsi lampeggianti e tonanti; gli eserciti delle nazioni maggiori diventavano sempre pi numerosi, possedevano armi sempre pi micidiali; quelle nazioni contendevano tra loro per gli ultimi lembi di terra vergine che rimanevano sul globo. Pompe medioevali, rumor di ferro, massacri, la guerra continuamente ripresa qua e l, fuoco mai spento. La scienza in rapido progresso cambiava l'aspetto del mondo, ma la guerra durava sempre, il sistema dell'et della pietra. Soltanto un accordo dei lavoratori d'ogni nazione e razza, unione di masse enormi, lo poteva abolire.
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Troppe idee, troppe cose: il discorso doveva invece essere breve, un urto violento, di sorpresa. Con affanno Metello girava lo sguardo nella camera dozzinale; fissava una donna a lui sconosciuta, maestosa, che dalla cornice d'un ingrandimento fotografico guardava a mezz'aria con un sorriso di trent'anni prima. L'essenziale era che i milioni per gli armamenti non cadessero nelle mani di quegli uomini sospetti; ad ottenere lo scopo doveva bastare l'argomento segreto di cui era in possesso: i prezzi delle forniture nei contratti gi conclusi dal governo, dei quali era riuscito ad avere le copie. Si mise a scrivere intingendo la penna in una boccetta da pochi soldi, con le larghe spalle, le braccia ed il grosso capo in sudore radunati sul tavolino, per costringersi a tracciare uno schema del discorso; non si mosse prima d'aver finito. Allora s'alz subito, spazzando via col piede la carta sparsa sul pavimento. Si accorse che dalla piazza veniva un po' di fresco e che non vi era pi gente. Usc sul balcone, ad un'estremit del lungo spazio chiuso intorno al quale case palazzi chiese giravano ad elissi; sopra la piattaforma di marmo le fontane eran rimaste sole e parevano scrosciare pi forte. Asciugandosi la fronte piena di quelle cose che avrebbe dette, Metello pensava con piacere all'indomani.
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In quei giorni era a Roma anche Graziano, per la prima volta. Lo zio doveva accompagnarlo da un attore dei pi famosi, al quale portare il dramma; bisognava aspettare che ne avesse il tempo. Come le schiere dei pellegrini, come le file di vetture cariche di forestieri, il giovine andava per la citt da mattina a sera. Talvolta aveva l'impressione di vivere in uno degli innumerevoli "album" di vedute; con noia ritrovava nelle vetrine sempre gli stessi cammei, le sciarpe romane, le Veneri scolpite in un marmo simile allo zucchero. Roma gli sembrava bizzarra. I monumenti antichi, coi custodi servili, con l'aspetto di abbandono, in mezzo a quartieri vecchi e poveri, s'impiccolivano; molto difficile era pensare che le colonne, le rotte murature delle terme, gli archi fossero mai stati opere intatte, cose vive; alla gran fossa del Foro Traiano s'avvicinavano vecchie portanti gli avanzi della loro cucina ai gatti gettati l; nei quartieri papali, rimasti in dominio di osti e carbonai, era un brulicare di plebe ciabattona; nelle tinozze imperiali delle fontane galleggiavano i rifiuti dei mercati che agitavan colori e strepito intorno ai massicci palazzi principeschi. Appena si scantonava dalle vie nuove, nelle quali sfoggiavano architetture di stucco i ministeri e le banche, si era in una vita meschina e meridionale dove la gente si parlava dalle finestre e tra i cartelli delle camere da affittare risecchivano le corone d'alloro appese alle lapidi patriottiche.
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Ma cos'era il respiro che in tanti luoghi si sentiva uscire dagli edifizi, dai ruderi? Gli obelischi, le epigrafi imperiali, il triregno e le chiavi dei papi, enormi, in cima alle facciate, tutte le antiche pietre mostravano una forza prodigiosa. In quelle giornate di giugno senza una nuvola Graziano sentiva una grandezza violenta, appena sopportabile, manifestarsi anche nel cielo, nel sole, nei caldi colori che ovunque dicevano Roma, nelle forme e nel vigore di tutto ci che nasceva dalla terra, pini cipressi oleandri palme allori, i quali dicevano Roma Roma. Imparando a conoscere il Palatino coperto di quell'ardore e di silenzio, le basiliche che alzavano santi giganteschi a picco sulle piazze abbaglianti, il tragitto senza principio n fine della via Appia antica in mezzo alla campagna infocata dal tramonto, il Campidoglio sotto una volta notturna, egli sapeva di fare un acquisto definitivo. In quei luoghi era espressa una verit solenne, alta, qualcosa d'invariabile che si voleva comprendere e non si poteva. Forse, come un'aura, sopravviveva un poco il sentimento di quella vita antica, piena d'una meravigliosa fiducia nella potenza umana.
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A casa, suo padre era venuto una notte a risvegliarlo; aveva letto allora il dramma, s'era commosso ed aveva subito voluto dirgli che lasciasse pure gli studi di medicina, che non pensasse a dare esami ma invece a trovare chi lo rappresentasse degnamente. Graziano tornava spesso a questo ricordo, godendone sempre come d'un momento in cui fosse stato liberato e restituito a se stesso. Il babbo era rimasto un pezzo a discorrere presso il suo letto e nell'andarsene lo aveva baciato. Ma qui a Roma quell'opera nella quale la vita era veduta con tristezza ed accettata per una specie di legge oscura, gli pareva stranamente diversa dalla gente che egli si vedeva attorno; deputati, affittacamere, uomini d'affari, belle donne carnali e vane, la plebe dei vicoli, gli avventori delle osterie, la folla, tutti badavano ai fatti loro, si davano bel tempo, motteggiavano, cercavano il denaro, la fortuna, tiravano a campare - come il popolo diceva - senza bisogno di ragionarci su.
- Va a Villa d'Este, al lago di Nemi! - gli era stato risposto dallo zio quando aveva mostrato desiderio di assistere alle sedute della Camera.
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Non poteva mai avvicinarlo; ritornava sovente all'albergo per vedere se gli avesse scritto. La lettera giunse il giorno nel quale si sapeva che Metello doveva parlare, e l'appuntamento era per la sera stessa. Furono ore d'impazienza. Mentre arrivava dal mare un vento leggero ed incominciava il passeggio, i giornali pomeridiani, sparsi dalle bande di strilloni invadenti le vie con urli e facce di ossessi, recarono le prime impressioni del violento attacco e della seduta che durava ancora. In mezzo al testo del discorso figurava il ritratto del deputato Farra; sui marciapiedi, nei caff, sulla soglia delle botteghe tutti leggevano ci che Metello aveva detto: "Invece di fucili, che poi farebbero fuoco nelle nostre piazze, invece di cannoni per conquistare sabbie africane, date all'Italia delle scuole, date l'acqua, date medici a quelle popolazioni nostre che ne sono prive; se volete della terra, strappate le paludi alla malaria! Voi stendete il tricolore e ci dite: - Qua sotto non dovete ficcar lo sguardo. - Ma noi rivendichiamo inesorabilmente il diritto di vedere i conti. Vogliamo sapere quale uso  fatto del denaro pubblico. Il denaro del popolo, la sua fatica, li vogliamo difendere come difendiamo il suo sangue! Oggi i conti noi ve li abbiamo fatti e vi diciamo: Gi le mani da questo denaro!"
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In piazza Montecitorio, tra l'obelisco e i gradini del Parlamento, una folla sempre pi densa guardava l'alta facciata sulla quale una smisurata bandiera era agitata dalla brezza; osservava la livrea del guardaportone e i due soldati di sentinella. Informazioni venute non si sapeva come: - Parla il presidente del consiglio.  cominciata la votazione. - Dalla torretta dell'orologio scendevano i rintocchi che segnavano anche i quarti con suoni briosi; tutt'intorno alla piazza si radunavano le carrozze e carrozzelle che avrebbero portati via i deputati; il sole non colpiva pi che i tetti degli edifizi, mostrando vecchie terrazze e fumaioli. Dal Parlamento vennero fuori correndo dei fattorini, poi incominciarono ad uscire alcuni deputati, alla spicciolata, con qualcosa d'insolito nell'aspetto. Subito la piazza seppe che il ministero era caduto.
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Intanto dal portone prese a sgorgare tutta la moltitudine dei deputati, la maggior parte uniti in frotte che parlavano concitatamente. Le vetture, movendosi, copersero il rumoro della folla; ma si udirono degli abbasso e degli evviva alzarsi qua e l, e molte voci gridavano: "Viva Farra". Nelle vie del centro non tardarono ad irrompere un'altra volta gli strilloni con l'edizione straordinaria; ripetendo incessantemente la notizia con quella rabbia, parevano correre e sfiatarsi soltanto perch tutti sapessero ci che era accaduto; i fogli si movevano ovunque, si moltiplicavano a vista d'occhio, e dappertutto venivan ripetute le stesse parole, il nome Farra era su tutte le bocche, tra gesti vivaci e commenti sonori; nasceva anche qualche discussione. Ma per il Corso, nella passeggiata che a quell'ora si rifaceva da secoli, continuavano a scorrere le due file di equipaggi ricchi, di carrozzelle lustre col vetturino elegante, di carrozzelle sgangherate col cavallo fiacco; intorno ai tavolini dei caff regnavano le belle donne ingioiellate, sotto larghi cappelli; e gi si parlava d'altro.
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Al Pincio una confusione lenta di signore e di ragazze nei chiari vestiti nuovi, di giovinotti, d'ufficiali, si godeva il miglior momento di Roma, tra giorno e notte prima della cena tardiva, e la terrazza su piazza del Popolo portava gente quanta ve ne poteva stare. In basso la citt si allargava densa, con le gran chiese, coi vecchi tetti, mostrando i suoi colli coperti di edifizi illustri, dentro il limite delle alture maggiori incoronate di neri alberi, sotto un cielo ancor caldo ove la luce passava di colore in colore lentissimamente. La cupola di San Pietro svaniva, s'accendevano i lumi, le campane si mettevano a sonare tutte assieme, e nell'aria si stendeva la robusta malinconia di tutte le sere romane.
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In quelle ore Graziano aveva sentita la vittoria di Metello con una piacevole febbre. I resoconti gli avevano data un'idea netta di quanto era successo alla Camera: Metello s'era imposto all'assemblea fin dal principio del discorso, malgrado gli sforzi degli avversari per dargli sulla voce; il suo attacco aveva trovato un consenso sempre pi vasto; alla fine la rivelazione dei prezzi aveva prodotto un effetto profondo, prima tra un grande silenzio, poi scatenando un tumulto e lasciando gli avversari in preda al panico; la risposta data da quel presidente del consiglio ammalato, pi pallido del solito, non aveva cambiata l'atmosfera; nella votazione i s ed i no parevano colpi di fucile in un combattimento, e la differenza in favore del governo era stata minima; dopo una pausa molto breve nella seduta, il presidente era rientrato ad annunziare le dimissioni come un colpevole, tremando. Graziano aveva avuta un'impressione nuova di ci che era Metello.
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And ad attendere lo zio sul portone della Posta, come gli aveva scritto. Aspett pi di un'ora; la gente s'era diradata, il giovine aveva perduta la speranza, quando Metello arriv, a piedi, affannato: - Non ti chiedo scusa, tu capisci le circostanze. Adesso andiamo a mangiare. - Camminandogli a fianco per quelle strade vecchie senza sapere dove fossero diretti, Graziano disse qualche parola a rallegrarsi del successo. Metello alz le spalle: - Verr al governo gente tale quale. - Portava un cappello di paglia poco diverso da quelli che si vendevano ai contadini nelle fiere, una cravatta a farfalla, ed all'occhiello qualcuno gli aveva infilata una viola del pensiero. Prima di giungere ad una trattoria che teneva le tavole in un cortile, fu inseguito da giornalisti, fermato da altri deputati, ma se ne liberava subito; nella trattoria, dov'erano molti avventori, si accostarono ancora alla sua tavola deputati e giornalisti a parlar dell'avvenimento: - Un gran discorso! Giornata memorabile! - Rispondeva appena, senza alzare il capo dal piatto, distruggendo in fretta un buon volume di cibo.
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A Graziano non badava nessuno. Involontariamente lo sguardo del giovine tornava sempre alla fronte di Metello, al segno che la incideva da un sopracciglio ad una tempia, pi chiaro che il resto del viso; ed egli aveva molti pensieri in uno: l'uomo col quale si trovava, era il fratello di suo padre; un giorno aveva ricevuto quel colpo d'una frusta, ora aveva rovesciato il governo. Nel cortile venne un cieco a sonare il violino, insieme ad una donna pingue che lo accompagnava colla chitarra e cantava. In un angolo della tavola, tra la caraffa dell'acqua e la saliera, stava il copione del dramma di Graziano, arrotolato. - Dimmi di nuovo l'argomento - fece lo zio. - Non me lo ricordo bene. - Attraverso la musica dei sonatori ambulanti il giovane raccont in breve il soggetto; parl del vecchio che aveva voluto uscire, vivo, dalla vita e rinnegarla, ma poi aveva visto che essa deve sempre ricominciare. Metello, passato un braccio all'indietro sulla spalliera della sedia, ascoltava facendosi aria col tovagliolo. -  strano - disse poi - come ti di pensiero di quel che valga la vita. Adesso il tuo lavoro me lo ricordo: il vecchio  disegnato bene; vi sono delle scene che possono scuotere il pubblico. - Trasse dal taschino un grosso orologio d'argento; si alz.
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Giunsero al teatro per una viuzza buia dove era l'ingresso degli artisti; il custode indic la scaletta del palcoscenico al deputato Farra con gesti di vivace simpatia; di sopra, in una mezza oscurit, passeggiava cauto qualche attore imbellettato e vestito per la scena; attraverso le pareti di carta si udivano vicine le voci di chi recitava, dominate da quella del celebre artista, la quale trascinava lenta le parole e risonava cavernosa, con un gioco d'effetti che di qua parevano molto esagerati e volgari. Terminava il penultimo atto d'un vecchio dramma che era una delle interpretazioni pi applaudite di quell'attore e che egli rappresentava sovente. Ruggiti suoi, parole acute d'una donna, qualche passo concitato; poi un pompiere di servizio si stacc da una quinta, si sentirono gli applausi, pi o meno lontani se il velario veniva chiuso o riaperto; la voce del grande artista strapazz qualcuno, forse gli uomini dai quali il velario era manovrato; infine, mentre i macchinisti assalivano gli scenari, egli comparve, dirigendosi al suo camerino senza guardare nessuno. Chiamato da Metello familiarmente, si volse a guardarlo con severit; appena lo ebbe riconosciuto, allarg le braccia, arrotond la bocca, cacci fuori anche di pi gli occhi che sempre volevano uscirgli dalle orbite: - Farra! Quale onore! Vieni, vieni. - Come Metello fu entrato nel camerino, l'attore si mise a sgombrare una delle sedie, tutte coperte di roba, con premura dignitosa: - Ti rivedo in un gran giorno. Bravo, bravo! Sei un colosso. - La voce era quella del palcoscenico, con altro tono ed altri effetti che parevano egualmente esagerati. Metello indic il nipote; e tosto l'attore vide il rotolo da questi tenuto tra le mani, ma non diede segno d'essersene accorto; sgombr un poco pi adagio un'altra sedia. Tirata la tenda della porta, riprese a discorrere con Metello come un grand'uomo con un altro grande, come una potenza con un'altra. Metello si rallegr dei pi recenti successi dell'artista, parl di un giro nelle capitali europee che era stato annunziato; e quegli abbassava il capo, agitava una mano in aria come ad allontanar le lodi, per gonfiandosi e mettendo fuori la voce sempre pi rotondamente. Abiti, camicie usate, tovaglie sporche pendevano dagli attaccapanni, coprivano un baule. Graziano not che davanti allo specchio della toletta, crudamente illuminata da una lampadina senza paralume, tra pettini lettere cosmetici vi erano anche dei copioni. Sebbene robusto, l'attore ansava un poco, per asma; facendo la parte di un vagabondo, vestiva una giacca di velluto come nessuno ne aveva mai viste indosso ai vagabondi; il suo viso, alterato grossolanamente dalla pittura e dal pelo finto appiccicato, il capo coperto d'una pesante parrucca gialla davano l'idea d'una testa posticcia. Nel guardarlo, Graziano pensava alla rappresentazione, al dramma che si recitava, con un vago disgusto.
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Poich Metello ebbe detto che il nipote portava un lavoro a leggere, l'attore fece al giovine un inchino teatrale: - Comincia presto. Non avr nemmeno vent'anni. - Tese la destra a ricevere il copione come se fosse una cosa assai preziosa, e lo pos sulla toletta con gli altri.
Gi alcune volte la tenda era stata scostata con riguardo da persone che poi l'avevan lasciata ricadere dileguandosi; l'amministratore della compagnia invece entr con molte scuse, per consegnare al capocomico il foglio degli incassi ed un telegramma. Graziano si sentiva un ragazzo, un estraneo che non contava niente. Avendo nella mente i personaggi del suo dramma con le loro parole, non gli sembrava possibile che prendessero l'aspetto, la voce di questo attore e degli altri, in mezzo alle pareti di carta. Letto il telegramma, il capocomico lo pass a Metello: vi era indicato il teatro definitivamente fissato per le sue rappresentazioni a Parigi. Poi si rivolse al giovine con un sorriso tollerante; spieg che aveva molti impegni, valanghe di copioni, ma che per il nipote di Metello Farra avrebbe fatto l'impossibile. Si tolse la giacca, dovendo cambiarsi, ed i visitatori si congedarono sebbene invitati a restare.
- Vedrai, - disse ancora Metello - la figura del protagonista  disegnata con forza e vi sono scene che possono scuotere il pubblico. - Uscendo a ritroso e guardando ancora, dietro l'uomo dalla testa posticcia, il camerino con le tovaglie i cosmetici i copioni, Graziano immaginava un gesto che avrebbe voluto fare: il gesto violento di riprendere il suo dramma dal mucchio.
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Dopo, Metello volle andare alla direzione d'un giornale socialista e sull'ingresso preg Graziano di attendere; torn presto, mentre il nipote s'era preparato a pazientare molto tempo. - Ora passeggiamo un poco. Vuoi? Godremo il fresco e parleremo tranquillamente. - Salirono dal Corso a piazza di Spagna; Metello teneva in una mano il suo cappello di paglia e ripassava l'altra nei capelli arruffati perch prendessero pi aria. Qualche carrozza riportava gente dai teatri; la gradinata della Trinit dei Monti, coi banchi dei fiorai in abbandono, coi globi dei lampioni che mandavano una luce fioca e rossiccia, era deserta; nella piazza alcuni giovani erano scesi nel cavo della fontana a bere; poche persone camminavano adagio lungo le case silenziose, e nessuna discorreva di politica, nessuna parlava della seduta alla Camera: ci che era avvenuto qualche ora innanzi, pareva gi svanito dalla citt. Poich lo zio gli aveva chiesto che cosa pensasse ora di scrivere, il giovine accennava alcune idee; ma Metello, pure dicendogli ogni tanto qualche parola, seguiva altri pensieri, confusamente. Pensava ai diciannove anni di Graziano, all'ambizione che aveva, all'impresa che incominciava; pensava a se stesso, quando a quell'et voleva diventare un grande pittore e andava a dipingere per la campagna, sognando intanto di fare anche una rivoluzione per metter su la repubblica.
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Raggiunsero il Tritone, ridiscesero a piazza Colonna: incontrarono un po' pi di gente, e qualcuno discorreva o discuteva della crisi, ma la citt aveva nel silenzio tutta la sua grandiosa indifferenza; da una cantonata una vecchia offriva i giornali con la voce stracca di ogni notte. Passarono davanti al gran palazzo di Montecitorio; era chiuso e buio, pareva che non vi fosse mai accaduto niente.
Anche a Metello la seduta, il suo discorso, quello che ne era seguito, adesso sembravano lontani; ricordava con un senso di stanchezza e di tedio le cose che l'indomani doveva fare. Presero le vie strette e storte scendenti al Pantheon. Ora Graziano taceva, accanto allo zio che andava come se fosse solo, colle mani dietro la schiena, improvvisamente imbronciato. Osterie e piccoli caff si preparavano alla chiusura, ancora pieni di omacci ben pasciuti, di voci gagliarde che scherzavano. Quando i due furono sboccati di fronte al volume oscuro del tempio che mostrava le colonne enormi, l'attico poderoso, la cupola massiccia, in fondo alla piazza inclinata come se la mole pesasse troppo, Metello si ferm, alz il mento a guardare, sempre tacendo. Poi ad un tratto disse: - Ora ci lasciamo. Torna indietro. Buona notte.
Il giovine torn infatti sui suoi passi, ma per poco; prov una curiosit di vedere Metello Farra, l'uomo che aveva rovesciato il governo, mentre se ne andava a quel modo. Piano si port di nuovo sul canto della piazza. Davanti alla massa del Pantheon stava la fontana, coi getti lucenti tra i lampioni; qualche vetturino dormiva nella sua carrozzella; e tutto era molto piccolo, al paragone. Nell'aria immobile si sentiva ci che era Roma, si sentiva un momento passare adagio nel tempo senza fine. Metello, colle mani dietro la schiena e col suo passo pesante si avvicinava ad una stretta via accanto al tempio. Vi disparve. La mole dava un'impressione di prodigiosa solidit; ma sopra la forma della cupola il cielo era scavato dalla luce di una luna che non si vedeva, forse nata da poco: era un abisso aereo, un immenso vuoto, sotto il quale la solidit del monumento non aveva alcuna importanza.
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FINE Parte 1.